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Diodoro Siculo,
le Amazzoni e Atlantide
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Diodoro Siculo è stato uno storico greco
nato ad Agirio, oggi Agira in provincia di Enna (ca. 80 - ca. 20 a.C.)
Diodoro,
il cui nome significa "dono di Dio", visse a Roma in età Cesarea ed
Augustea.
Considerato dai greci "padre della storia" insieme ad Erodoto,
volle e seppe esprimere la sua cultura di lingua greca tanto da essere
spesso chiamato "storico greco". Viaggiò molto in Asia e in Europa e fu
a lungo a Roma, per raccogliere una documentazione per la Bibliotheca
historica, un'immensa storia universale a cui attese per trent'anni
dal 60 al 30 aC. Si trattava di un'opera in in quaranta volumi,dei quali
restano soltanto quindici. Nel proemio Diodoro presenta
le sue ricerche storiche ed introduce come scopo della sua opera, e
della storia in generale, l'utilità e l'insegnamento che da essa possono
trarre gli uomini. La storia universale è esempio della fratellanza tra
gli uomini; essa riconduce ad un'unica compagine gli uomini, divisi tra
loro per spazio e tempo, ma partecipi di un'unica parentela (I 1, 3).
L'opera è, dunque, la summa della storiografia greca classica ed
ellenistica, "un prezioso deposito di tradizioni diverse, atte a
mostrare il nuovo che la storiografia greca ha prodotto dopo la grande
stagione tucididea" (Musti).
A prescindere dai
durissimi giudizi della critica dell'Ottocento (fu definito "il più
miserabile degli scrittori" dal tedesco Schwartz), la Biblioteca ha come
perno l'ammirevole intento di una storia universale, che racchiude in
sintesi il lavoro della migliore (e spesso anche dei "minori")
storiografia greca.
La sua opera, tradotta in diverse lingue, tratta dalla tecnica
egizia della mummificazione alla scienza urbanistica mesopotamica, dal
periodo precedente la guerra di Troia alle conquiste di Giulio Cesare in
Gallia.
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Alla sua fonte hanno attinto Marco Polo, che lo cita
ne "Il Milione", Salzano, Holm e Di Berenger.
Innegabili sono i meriti della sua opera che ci ha
tramandato avvenimenti mai raccontati e che
altrimenti sarebbero andati perduti.
Plinio il Vecchio lodò il contenuto della sua opera
scrivendo pure che Diodoro non favoleggiò, ma trasse
i fatti reali dalla somma delle tradizioni locali e,
dove non era possibile per assenza di documenti, da
accurate deduzioni.
La prima traduzione latina, di ciò che ci è
pervenuto, fu stampata a Bologna nel 1472 e la prima
del testo greco a Parigi nel 1555.
La statua di Diodoro Siculo, che si ergeva in piazza
Roma ad Agira, è andata perduta. Dopo il terremoto
del 1693, l'iscrizione appartenente al monumento fu
trovata dall'abate della Abbazia e trasferita quindi
al museo di Biscari a Catania, oggi nel museo del
Castello Ursino.
Dalla storia al mito
alcuni brani tratti dall'opera di
Diodoro Siculo
LIII.
Si racconta che ai confini della terra e
all’occidente della Libia abiti una nazione
governata da donne, che hanno costumi del tutto
diversi dai nostri. Le donne usano prestare
servizio militare durante un periodo di tempo
determinato, conservando la propria verginità.
Quando il termine del servizio militare è
raggiunto, si accostano agli uomini per averne
dei figli, e coprono le magistrature e tutte le
funzioni pubbliche. Gli uomini trascorrono tutta
la propria vita a casa, come le nostre
casalinghe, dedicandosi solamente a occupazioni
domestiche; sono tenuti lontani dall’esercito,
dalla magistratura e da ogni altra funzione
pubblica che possa ispirare loro l’idea di
sottrarsi al giogo delle donne. Dopo aver
partorito, le Amazzoni consegnano il neonato tra
le mani degli uomini, che pensano a nutrirlo di
latte e d’altri alimenti appropriati per la sua
età. Se il bambino è una femmina, le si bruciano
le mammelle, per impedire a tali organi di
svilupparsi con l’età, perché delle mammelle
prominenti sarebbero scomode per l’esercizio
guerriero; ciò spiega il nome d’Amazzoni che i
Greci hanno dato loro. Secondo la
tradizione, le Amazzoni abitavano in un’isola
chiamata Espera, posta a occidente, nel lago
Tritonide.
Questo lago, che si trova presso l’Oceano che
circonda la terra, trae il proprio nome dal
fiume Tritone, che vi si getta. Il lago
Tritonide si trova in vicinanza dell’Etiopia, al
piede della più alta montagna di quel paese, che
i Greci chiamano Atlante, e che tocca l’Oceano.
L’isola Espera è abbastanza grande e piena
d’alberi da frutto d’ogni specie, che forniscono
cibo agli abitanti. Questi si nutrono anche del
latte e della carne, delle quali hanno grandi
greggi, ma non hanno ancora appreso la
coltivazione del grano.
Spinte dai propri istinti guerrieri, le Amazzoni
sottomisero prima con le armi tutte le città
dell’isola, tranne una sola che si chiamava
Mené, ed era considerata sacra. Questa città
era abitata da Etiopi mangiatori di pesce, vi si
vedevano esalazioni infiammate, e vi si
trovavano molte pietre preziose, come quelle che
i Greci chiamano carbonchi (rubini), sardoines
(pietre di calcedonio) e smeraldi.
Dopo, le Amazzoni soggiogarono le terre
circostanti, molte tribù libiche e costruirono,
nel lago Tritonide, una città che chiamarono
Cherconeso, a causa del suo aspetto.

LIV
Incoraggiate dai loro successi, le Amazzoni
percorsero diverse parti del mondo. Si dice che
i primi uomini attaccati da loro fossero
gli Atlanti, il popolo più
civilizzato di quelle terre,
che abitavano in una regione ricca, con grandi
città.
Fu presso gli Atlanti e nel
paese vicino all’Oceano che, secondo la
mitologia, nacquero gli dèi;
e ciò si accorda abbastanza bene con i racconti
dei mitologi greci; più avanti ne parleremo
dettagliatamente.
Si dice che Myrina, regina
delle Amazzoni,
raccolse un esercito di trentamila donne di
fanteria, e di ventimila a cavallo; esse si
applicavano in modo particolare all’esercizio
del cavallo, per la sua utilità in guerra.
Usavano portare come difesa delle pelli di
serpente, poiché in Libia si trovano rettili
enormi. Le loro armi offensive erano spade,
lance e archi. Sapevano servirsene molto bene,
non solo per attaccare, ma anche per respingere
chi le avesse messe in fuga.
Dopo aver invaso il territorio degli Atlanti,
esse sconfissero in battaglia campale gli
abitanti di Kerne e inseguirono i fuggiaschi, si
dentro le mura. S’impadronirono della città e
maltrattarono i prigionieri, per diffondere il
terrore tra i popoli vicini. Passarono a fil di
spada tutti gli uomini puberi, ridussero in
schiavitù le donne e i bambini, e demolirono la
città.
Quando la voce del disastro dei Kerneani si
diffuse in tutto il paese, gli altri Atlanti ne
furono talmente terrorizzati che tutti, di
comune accordo, consegnarono le loro città e
promisero di fare tutto ciò che fosse stato loro
ordinato.
La regina Myrina li trattò con dolcezza, accordò
loro la propria amicizia e, al posto della città
distrutta, ne fondò un’altra a cui diede il
proprio nome. La popolò con tutti gli indigeni,
da lei fatti prigionieri, che volessero
abitarvi. Dopo di che, gli Atlanti le fecero
doni magnifici e le tributarono pubblicamente
grandi onori, ed ella accettò i segni del loro
affetto e promise di proteggerli.
Poiché gli Atlanti erano spesso attaccati dalle
Gorgoni, che stavano nelle vicinanze e che da
sempre erano loro nemiche, la regina Myrina andò
a combattere le Gorgoni nel loro paese, dietro
preghiera degli Atlanti.

Le Gorgoni si
schierarono in battaglia e il combattimento fu
accanito, ma infine le Amazzoni le sopraffecero
e uccisero un gran numero delle nemiche, e
fecero più di tremila prigioniere. Poiché le
altre erano fuggite nei boschi, Myrina, che
voleva distruggere completamente quella nazione,
appiccò il fuoco; non essendo riuscita in tale
disegno, si ritirò alle frontiere del paese.
LV
Una notte le Amazzoni, eccitate dal successo,
facevano la guardia con negligenza. Allora le
Gorgoni prigioniere riuscirono a riprendersi le
spade e ne sgozzarono un gran numero, ma furono
ben presto circondate dalle Amazzoni e
sopraffatte dal numero. Furono tutte uccise,
dopo una vigorosa resistenza.
Myrina fece bruciare su tre roghi i corpi delle
compagne uccise e fece innalzare con la terra
tre grandi tumuli, che sono chiamati ancor oggi
le tombe delle Amazzoni. In seguito le
Gorgoni, che si erano moltiplicate, furono
attaccate anche da Perseo, figlio di Zeus
(Dia); Medusa era allora la loro regina.
Infine le Gorgoni, così come la razza delle
Amazzoni, furono sterminate da Eracle,
quando, durante la sua spedizione a Occidente,
pose una colonna in Libia, poiché non poteva
tollerare che, dopo tutti i benefici che egli
aveva offerto al genere umano, ci fosse una
nazione governata da donne.
Si dice che il
lago Tritonide sia completamente scomparso a
causa di terremoti, che hanno fatto rompere la
diga verso l’Oceano.

Myrina,
dopo aver percorso con il suo esercito gran
parte della Libia, entrò in Egitto, dove si legò
d’amicizia con Horus, figlio d’Iside, che
era in quel tempo il re del paese.
Di là, andò a fare la guerra agli Arabi, e ne
sterminò un grandissimo numero. In seguito,
sottomise tutta la Siria; gli abitanti della
Cilicia le andarono incontro offrendole doni e
promettendole di sottomettersi volontariamente
ai suoi ordini. Myrina lasciò loro la libertà,
poiché erano venuti ad arrendersi
spontaneamente. Perciò ancor oggi essi sono
chiamati Eleuthero–Cilici.
Dopo aver fatto la guerra ai popoli che abitano
presso il monte Tauro, famosi per la loro forza,
ella entrò nella grande Frigia, situata presso
il mare, e, dopo aver percorso con il proprio
esercito diverse terre lungo il mare, terminò la
sua spedizione lungo il fiume Caïcus. Nel paese
conquistato, scelse i luoghi più adatti per la
fondazione di città; ne costruì parecchie, tra
le quali una portò il suo nome. Alle altre città
diede il nome delle Amazzoni che avevano
comandato i principali corpi d’armata, come
le città di Cyme, di Pitana e di Priene, che
si trovano sul mare, e ne fondò diverse altre
all’interno.
Sottomise anche alcune isole e particolarmente
Lesbo, ove fondò la città di Mitilene,
dal nome di sua sorella, che aveva partecipato
alla spedizione.
Mentre andava a sottomettere altre isole, la sua
nave fu colpita da una tempesta; e, implorando
la madre degli dèi per la propria salvezza, fu
gettata su un’isola deserta; seguendo un
avvertimento ricevuto in sogno, consacrò tutta
quell’isola alla dea che aveva invocato, le
eresse degli altari e istituì sacrifici in suo
onore. Diede a quell’isola il nome di
Samotracia che, tradotto in greco, significa
« isola santa ». Alcuni storici
sostengono che quell’isola dapprima si chiamasse
Samos e che dopo divenne Samotracia, dai Traci
che vi abitavano. Comunque sia, quando, secondo
la tradizione, le Amazzoni ebbero conquistato il
continente, la madre degli dèi portò in
quest’isola, a lei gradita, dei coloni per
popolarla, tra i quali i propri stessi figli, i
Coribanti, il cui padre è rivelato solo a
coloro che sono iniziati ai misteri.
Quella dea insegnò loro i misteri che ancor oggi
sono celebrati nell’isola, e vi consacrò un
tempio inviolabile.
A quell’epoca, Mopso di Tracia, bandito dalla
patria da parte del re Licurgo, invase il paese
delle Amazzoni con un esercito. Sipilo, della
nazione degli Sciti, bandito a sua volta dalla
propria patria, la Scizia, limitrofa della
Tracia, si unì alla spedizione di Mopso. Vi fu
una battaglia; le truppe di Mopso e di Sipilo
riportarono la vittoria.
Myrina, la regina delle Amazzoni, e la maggior
parte delle sue compagne furono massacrate.
Vi furono in seguito diversi altri combattimenti
nei quali i Traci rimasero vincitori, e ciò che
rimaneva dell’esercito delle Amazzoni si ritirò
in Libia.
Questa fu, secondo la mitologia, la fine della
spedizione delle Amazzoni.

LVI
Poiché abbiamo
menzionato gli Atlanti, pensiamo che non
sia fuori luogo riferire ciò che essi raccontano
sulla nascita degli dèi. Le loro tradizioni non
sono, a tal proposito, molto lontane da quelle
dei Greci. Gli Atlanti abitano sul litorale
dell’Oceano, in una terra molto fertile.
Sembrano distinguersi dai loro vicini per la
loro pietà e la loro ospitalità. Pretendono che
il loro paese sia stato la culla degli dèi, e il
più celebre di tutti i poeti della Grecia sembra
condividere tale opinione, quando fa dire a
Hera: "Parto per visitare i limiti della Terra,
l’Oceano, padre degli dèi, e Teti, loro madre".
Ora, secondo la tradizione mitologica degli
Atlanti, il loro primo re fu Urano. Quel
principe radunò tra le mura d’una città gli
uomini, che prima di lui erano sparsi per le
campagne. Ritirò i suoi sudditi dalla vita
selvaggia, insegnò loro l’uso dei frutti e la
maniera di conservarli, e trasmise loro diverse
altre invenzioni utili. Il suo impero di
estendeva su quasi tutta la terra, ma
principalmente verso occidente e verso il nord.
Preciso osservatore degli astri, egli predisse
diversi eventi che dovevano accadere nel mondo,
e insegnò alle nazioni a misurare l’anno tramite
il percorso del sole, e i mesi con il corso
della luna, e divise l’anno in stagioni. Il
volgo, che ignorava l’ordine eterno del
movimento degli astri, ammirava queste
predizioni e guardava colui che le aveva fatte
come un essere soprannaturale. Dopo la sua
morte, i popoli gli decretarono onori divini, in
ricordo dei benefici che avevano ricevuto da
lui. Diedero il suo nome all’universo; sia
perché gli attribuivano la conoscenza della
levata e del tramonto degli astri e d’altri
fenomeni naturali, sia per testimoniare la loro
riconoscenza con gli onori eminenti che gli
rendevano. Infine lo chiamarono re eterno di
tutte le cose.
LVII
Secondo le stesse
tradizioni, Urano ebbe quarantacinque figli,
da diverse donne ; ne ebbe diciotto da Titea.
Questi ultimi, ciascuno dei quali aveva un nome
particolare, furono identificati col nome
collettivo di Titani dal nome della loro
madre.
Titea, conosciuta per la sua saggezza e la sua
benevolenza, fu, dopo la morte, elevata al rango
degli dèi da coloro che aveva colmato di beni, e
il suo nome fu mutato in quello di Gea
(Terra).
Urano ebbe anche parecchie figlie, e le due
maggiori furono le più famose, Basilea e Rea,
che qualcuno chiama anche Pandora.
Basilea, la più grande e al tempo stesso la più
saggia e la più intelligente, allevò tutti i
suoi fratelli e prodigò loro le cure di una
madre. Perciò fu soprannominata la Grande
Madre.
Quando suo padre fu elevato al rango degli dèi,
ella salì sul trono col consenso dei popoli e
dei suoi fratelli. Era ancora vergine e, per un
eccesso di saggezza, non voleva sposarsi. Più
tardi, per avere dei figli che potessero
succederle nella regalità, Sposò Hyperion,
quello tra i fratelli che più amava. Ne ebbe due
figli, Helio e Selene, entrambi
ammirevoli per bellezza e saggezza.
La
sua felicità attirò a Basilea la gelosia dei
fratelli i quali, temendo che Hyperion
s’impadronisse del regno, concepirono un disegno
esecrabile. Complottarono tra loro e sgozzarono
Hyperion e annegarono nell’Eridano suo figlio
Helio, che era ancora un bambino. Quando tale
disgrazia fu scoperta, Selene, che amava
molto il fratello, si precipitò dall’alto del
palazzo.
Mentre Basilea cercava lungo il fiume il corpo
di suo figlio Helio, si addormentò per la
stanchezza e vide in sogno Helio che la consolò,
raccomandandole di non affliggersi per la morte
dei suoi figli; aggiunse che i Titani avrebbero
ricevuto il meritato castigo, che sua sorella e
lui si sarebbero trasformati in esseri immortali
per ordine d’una provvidenza divina; che quello
che un tempo si chiamava il cielo del fuoco
sacro sarebbe stato indicato dagli uomini col
nome di Helio (Sole), e che l’antico nome
di Mene sarebbe stato mutato in quello di
Selene (Luna). Al suo risveglio, ella
raccontò al popolo il sogno che aveva avuto, e
le sue disgrazie. Poi ordinò di accordare ai
suoi figli onori divini, e proibì a chiunque di
toccare il loro corpo. Dopo di che, fu presa da
una specie di mania. Afferrava i giocattoli
della figlia, e strumenti rumorosi, e andava in
giro per tutto il paese, con i capelli sciolti,
danzando come al suono dei timpani e dei
cimbali, causando sorpresa in chi la vedeva.
Tutti ebbero pietà di lei; qualcuno cercò di
fermarla, quando arrivò una gran pioggia,
accompagnata da tuoni in continuazione.
Il quel momento, Basilea scomparve.
Il popolo, rimasto attonito per l’evento,
collocò Helio e Selene tra gli astri.
Furono innalzati altari in onore della loro
madre e si offrirono sacrifici, con altri onori,
al suono di timpani e cimbali, imitando ciò che
ella aveva fatto.
LVIII
I Frigi raccontano in modo diverso la nascita di
questa dea. Secondo la loro tradizione, Meone,
che regnava un tempo sulla Frigia e la Lidia,
sposò Dindima e ne ebbe una figlia. Non volendo
allevarla, ma espose sul monte Cibelo.
Là, protetta dagli dèi, la bambina fu nutrita
dal latte delle pantere e d’altri animali
feroci. Alcune donne, che portavano le loro
greggi a pascolare sulla montagna, furono
testimoni di questo fatto miracoloso; presero
con sé la bambina e la chiamarono Cibele,
dal nome del luogo ove l’avevano trovata. La
ragazza, crescendo, si fece notare per bellezza,
intelligenza e spirito.
Inventò il primo flauto a diverse canne e
introdusse nei giochi e nella danza i cimbali e
i timpani. Compose rimedi purificanti per gli
animali malati e i neonati e, poiché guariva
molti bambini, che teneva tra le braccia, con
canti magici, ricevette per tali buoni gesti il
nome di Madre della montagna. Si dice che
il suo amico più intimo fosse Marsia il
Frigio, un uomo ammirato per il suo spirito
e la sua saggezza.
Marsia diede una prova del suo spirito quando
inventò il flauto semplice, capace di imitare da
solo tutti i suoni del flauto a diverse canne, e
si può valutare la sua castità dal fatto che
morì senza aver conosciuto i piaceri di Venere.
Tuttavia, arrivata all’età della pubertà, Cibele
amò un giovane del paese, chiamato prima Attis e
poi Papas.
Ebbe con lui rapporti intimi e rimase incinta,
quando fu riconosciuta dai suoi genitori.
LIX
Ricondotta al palazzo del re, fu dapprima
ricevuta come una vergine dal padre e dalla
madre. La sua colpa fu poi scoperta e il padre
fece uccidere le pastore che l’avevano nutrita,
e Attis, e lasciò insepolti i loro corpi.
Trasportata dall’amore per quel giovane e
afflitta dalla sorte delle sue nutrici, Cibele
impazzì e percorse il paese coi capelli sciolti,
gemendo e battendo il tamburo. Marsia, preso
dalla commiserazione, si mise a seguirla
volontariamente, in ricordo dell’amicizia che un
tempo le aveva portato. Arrivarono così insieme
presso Dioniso a Nisa e qui incontrarono
Apollo, celebre in quel tempo come
suonatore di cetra.
Si pretende che Hermes sia stato
l’inventore di questo strumento, ma che Apollo
sia stato il primo che se ne servì con metodo.
Marsia entrò in gara con Apollo
per l’arte della musica, e scelsero gli abitanti
di Nisa come giudici. Apollo suonò per primo
sulla cetra, senza accompagnamento di canto, ma
Marsia, col suo flauto, colpì maggiormente gli
ascoltatori per la novità del suono e per la
melodia della sua arte, se sembrò in grado di
vincere di gran lunga sul rivale. Convennero di
riprendere la gara e di dare ai giudici una
nuova prova della loro abilità. Apollo suonò
dopo il rivale e, mescolando il canto al suono
della cetra, sorpassò di gran lunga il suono
primitivo del flauto da solo. Marsia, indignato,
protestò agli uditori la propria frustrazione
contro l’ingiustizia; perché bisognava valutare
l’esecuzione strumentale e non la voce, ma si
trattava di sapere se fosse la cetra o il flauto
a vincere per armonia e melodia del suono.
In una parola, era ingiusto impiegare due arti
contro una sola. Apollo rispose, secondo quanto
raccontano i mitologi, che non aveva preso alcun
vantaggio su di lui; che aveva fatto come Marsia
che soffiava nel suo flauto e che, affinché la
lotta fosse uguale, bisognava che nessuno dei
due antagonisti si servisse della bocca
nell’esercizio della propria arte, oppure che
entrambi non si servissero delle dita.
Gli uditori trovarono che Apollo aveva ragionato
giustamente e ordinarono una nuova prova. Marsia
fu vinto ancora e Apollo, che era rimasto
inasprito dalla lotta, lo scorticò vivo.
Apollo tuttavia se ne pentì poco tempo dopo e,
constatando quanto aveva fatto, ruppe le corde
della sua cetra e fece scomparire il modo
armonico che aveva inventato.
Le Muse poi ritrovarono la Mese, Linus Lichanos,
Orfeo e Thamiris, Hipate e Paripate. Apollo
depose nella grotta di Dioniso la sua cetra e i
flauti di Marsia, divenne amante di Cibele e
l’accompagnò nei suoi spostamenti sino agli
Iperborei.
In
quell’epoca, i Frigi erano afflitti da una
malattia e la terra era sterile. Nella loro
sventura, gli abitanti si rivolsero all’oracolo,
che ordinò loro di seppellire il corpo di Attis
e d’onorare Cibele come una dea. Ma poiché il
corpo di Attis era stato interamente corroso dal
tempo, i Frigi lo raffigurarono come un giovane
uomo. Davanti a lui facevano grandi
lamentazioni, per calmare la collera di colui
che era stato ingiustamente messo a morte.
Questa cerimonia si è conservata sino ad oggi.
Compiono anche sacrifici annuali in onore di
Cibele sui loro antichi altari. Infine le
costruirono un magnifico tempio a Pisinunte,
in Frigia, e le dedicarono delle feste.
A questa
solennità contribuì grandemente il re Mida. La
statua di Cibele è circondata da leoni e
da pantere, perché si ritiene che la dea fosse
allattata da quegli animali. Ecco quello che i
Frigi e gli Atlanti, che abitano sulle rive
dell’Oceano, raccontano della madre degli dèi.
LX
Dopo la morte d’Hyperion, i figli d’Urano si
divisero il regno. I più celebri furono
Atlante e Cronos. Le terre litorali erano
toccate in sorte ad Atlante, che diede il suo
nome ai suoi sudditi Atlanti, e alla più alta
montagna del suo paese. Atlante eccelleva
nell’astrologia e fu il primo a raffigurare il
mondo come una sfera. Di là viene la favola,
secondo la quale Atlante porta il mondo sulle
sue spalle. Atlante ebbe parecchi figli; ma
Espero si distinse solo per la sua pietà, per la
sua giustizia e la sua dolcezza. Salito in cima
all’Atlante per osservare gli astri, Espero fu
improvvisamente portato via da un vento
impetuoso. Il popolo, toccato dalla sua sorte, e
ricordandosi le sue virtù, gli decretò gli onori
divini, e consacrò al suo nome il più brillante
degli astri.
Atlante fu
anche padre di sette figlie
che, dal nome del padre, furono chiamate
Atlantidi;
i nomi di ciascuna di loro sono:
Maia, Elettra, Taigete, Asterope,
Merope, Alcione e Celeno.
Esse si congiunsero ai più nobili degli eroi e
degli dèi, e generarono figli che furono i capi
di molti popoli e che in seguito divennero
famosi come i loro padri.
Maia, la maggiore di tutte, ebbe da Zeus (Dia)
un figlio chiamato Hermes,
che fu l’inventore di parecchie arti utili agli
uomini.
Le altre Atlantidi ebbero pure figli celebi; gli
uni diedero la nascita a diverse nazioni, e gli
altri fondarono città. Perciò
non solo alcuni Barbari, ma anche i Greci, fanno
discendere dalle Atlantidi la maggior parte dei
loro antichi eroi.
Queste
donne erano d’una saggezza notevole; dopo la
loro morte, furono venerate come divinità e
poste nel cielo, sotto il nome
di Pleiadi.
Le Atlantidi furono chiamate anche Ninfe, perché
nel loro paese si chiamavano così tutte le
donne.
LXI
Secondo il racconto dei mitologi, Cronos,
fratello d’Atlante, si fece invece notare per la
sua empietà e avarizia. Sposò sua sorella Rea,
e generò Zeus (Dia), in seguito
soprannominato l’Olimpico. Ci fu un altro
Zeus (Dia), fratello d’Urano e re di Creta, ma
era inferiore in gloria a quello che nacque
dopo, perché quest’ultimo divenne padrone del
mondo intero. Zeus (Dia), re di Creta, ebbe
dieci figli chiamati Cureti; chiamò l’isola di
Creta Idea , dal nome di sua moglie ; vi fu
sepolto e si mostra ancor oggi il luogo della
sua tomba.
Tuttavia i Cretesi raccontano le cose in modo
differente, e vi ritorneremo parlando della
storia di Creta. Cronos regnò sulla
Sicilia, la Libia, e persino sull’Italia. In
breve, estese il suo impero su tutti i paesi
dell’Occidente. Costruì in questo paese
fortezze, affidate a guardie, e fortificò tutti
i punti elevati. Ecco perché si chiamano ancor
oggi Saturniani (Cronou) i luoghi elevati che si
vedono in Sicilia e nei paesi occidentali.
Zeus (Dia), figlio di Cronos, condusse
una vita del tutto opposta a quella di suo
padre; si mostrò dolce e benevolo verso gli
uomini. Perciò gli uomini lo chiamarono Padre.
Succedette al comando dell’impero, sia che
Cronos glie lo avesse ceduto volontariamente,
sia che vi fosse stato costretto dai suoi
sudditi, che lo odiavano. Zeus (Dia) vinse suo
padre, che era venuto ad attaccarlo coi Titani,
e s’impadronì del trono.
In seguito percorse tutta la terra per spargere
i suoi benefici sulla razza degli uomini. Dotato
di gran forza e di molte altre qualità, divenne
ben presto padrone del mondo intero. Si sforzò
di rendere felici i suoi sudditi, puniva
severamente gli empi e i malvagi. Così, dopo la
sua morte, gli uomini gli diedero il nome di
Zeus, perché aveva insegnato loro a vivere bene.
Per riconoscenza lo elevarono al cielo e gli
decretarono il titolo di dio e di signore eterno
di tutto l’universo. Ecco in breve quali sono le
tradizioni degli Atlanti, relative all’origine
degli dèi.
Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica,
libri III, LIII–LXI.
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