Marche ed Umbria

Carissimi lettori,
sono da pochi giorni rientrata a Bologna, ed aprendo il pc ho trovato una bellissima sorpresa da parte dell'inviato speciale. Egli, in mia assenza, ha provveduto a stilare l'articolo relativo alle regioni Marche ed Umbria.
Il territorio in argomento e l'Umbria in particolare mi ha riportato alla mente una parte dei miei anni giovanili trascorsi a Perugia, dove ho iniziato gli studi universitari per poi trasferirmi a Bologna, dove mi sono laureata.
Perugia Palazzo GallengaA quell'epoca Perugia era molto tranquilla, non offriva molto dal punto di vista dei divertimenti, l'unico svago era rintanarsi in uno dei pochi cinematografi oppure andare nell'unico locale del centro storico
denominato "Whisky a Go Go" dove, a dispetto del nome, bevevamo Coca Cola.
Mi preme sottolineare però che già fin da allora questa città si è rivelata essere l'antesignana degli attuali centri multietnici.  
Come saprete qui ha sede l'Università Italiana per Stranieri, ubicata presso il Bellissimo Palazzo Gallenga con facciata barocca risalente al 1754. L'interno presentava uno scalone con stucchi dell'epoca, molte sale che ospitavano studenti di ogni parte del mondo ed un circolo dedicato al ritrovo nei momenti liberi dalle lezioni.
Noi italiani lo frequentavamo molto volentieri per socializzare con giovani di altre nazionalità. Mi sento però in dovere di rilevare come pur essendovene molti provenienti da paesi, oggi definiti "extracomunitari", mai ho avuto occasione di notare comportamenti contrari alle nostre leggi.

Vi riporto qui di seguito l'articolo di Publio Manlio Cozio, più noto come inviato speciale del Nuovo Pensierificio. Buona lettura e buon ascolto della Sinfonia de"Il barbiere di Siviglia"di G.Rossini.

Cari saluti.
Cettina Lavinia


Carissimi lettori,
Per farmi perdonare i numerosi ritardi per i quali mi sento colpevole, ho deciso di dedicare questo numero del "Pensierificio" a due interessanti regioni.  Esse hanno, dal punto di vista storico e culturale, moltissime affinità per ciò che riguarda quelle piccole curiosità tipiche di questa rubrica dedicata alle Regioni d'Italia. Passo quindi trattare, per prima, quella di nome 

MARCHE

Da cosa deriva questo nome?
Per poter fornire la risposta dobbiamo risalire al periodo storico relativo,all'incirca  l'anno mille, ed alle occupazioni dei territori italiani da parte delle popolazioni del Nord-Europa. La "Marca"(in lingua tedesca "mark") significa "confine" o, più precisamente  intesa come delimitazione e si riferiva ai feudi che gli imperatori d'oltralpe assegnavano ai nobili con facoltà di governare un "marchesato".
Fra tali feudi erano maggiormente noti: La Marca di Fano, quella di Camerino, oltre alla Marca di Ancona e numerose altre. Con il trascorrere degli anni divenne abitudine corrente identificare quella zona della nostra Penisola  come luogo con la presenza di tante "Marche". 
Ed ora voglio subito dirvi che non intendo porre in risalto, perché a Voi tutti già in parte note, le splendide bellezze naturali del territorio che spaziano fra la  costa Adriatica e la catena dei monti Sibillini come, ad esempio:
LE GROTTE DI FRASASSI  RIVIERA DEL CONERO
LE GROTTE DI FRASASSI  RIVIERA DEL CONERO
 

Desidero invece parlarvi di due marchigiani che hanno dato lustro alla loro Terra ed entro perciò in argomento. 

 

Gioacchino RossiniA Pesaro, nel 1792, è nato il grande GIOACCHINO ROSSINI noto in tutto il mondo come uno dei più grandi compositori della storia. La sua musica, e non solo quella operistica, varia dal genere buffo a quello drammatico, sinfonico e sacro. Fra le molte e importanti innovazioni introdotte e sviluppate da Rossini vi sono importanti miglioramenti dell'armonia, della strumentazione, lo sviluppo del "crescendo" che è un vero splendore dinamico dove il convenzionale accompagnamento assume uno stile propulsivo di grande efficacia.
FigaroGUGLIELMO TELLAll'età di 16 anni ha composto la sua prima opera lirica (Demetrio e Polibio), alla quale hanno avuto seguito L'italiana in Algeri; Il turco in Italia; Il barbiere di Siviglia; Otello; Cenerentola; La cambiale di matrimonio; L'equivoco stravagante; La gazza ladra; Mosè in Egitto; La donna del lago; Tancredi; Il signor Bruschino; Semiramide; L'assedio di Corinto; Maometto; Ciro in Babilonia; L'inganno felice; La scala di seta; Il conte Ory; e tante, tante altre opere di vario genere.
Purtroppo, per ultima, Guglielmo Tell che ha segnato il suo ritiro precoce dall'attività teatrale.
Come uomo, Rossini è stato definito un tantino collerico, ipocondriaco e di umore spesso mutevole, ma anche grande amante del buon vivere, della cucina e delle donne. 

 

RecanatiGiacomo LeopardiL'altro illustre personaggio marchigiano che desidero ricordare, è stato uno dei più grandi simboli della letteratura italiana di inizio ottocento. Il suo nome è GIACOMO LEOPARDI, primogenito di sette fratelli, nato a Recanati,all'epoca sotto lo Stato Pontificio, nel 1798.
Il padre Monaldo, modesto scrittore ma sfrenato acquirente di libri di letteratura e di cultura generale, fedele al regime temporale, chiuso ad ogni idea innovatrice, possedeva, una cospicua biblioteca personale e proprio in quella biblioteca crebbe culturalmente Giacomo, appassionato di lettere italiane e latine fin dall'infanzia.
La madre, Adelaide Antici aveva un cieco e fanatico senso del prestigio familiare,rigidamente religiosa ed ostile ad ogni forma di progresso; non cattiva ma fredda ed altera, lasciando  mancare al figlio quella tenerezza della quale egli avrebbe avuto grande bisogno.
Questi i prodromi di una triste vita trascorsa poi a ricercare disperatamente la felicità, ed è in questa ricerca che Leopardi si dedicava esclusivamente allo studio ma sempre come autodidatta rifiutando, fin da bambino, gli insegnamenti di due preti che i genitori  avevano tentato di imporgli. 
All'età di 18 anni era già considerato un erudito senza uguali ma a scapito della propria salute fisica. Aveva imparato latino, greco antico, francese, ebraico ed alcune lingue moderne, studiava con fervore le opere dei principali scrittori degli ultimi cinque secoli, ma la disperazione, lungi dallo scomparire, si approfondiva sempre più.  Sono infatti noti tantissimi brani, conosciuti sicuramente da voi lettori,  specialmente in poesie da lui composte: 
"Un affetto mi preme
     acerbo e sconsolato,
     e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor ?
Perché di tanto inganni i figli tuoi? "
 

ed ancora (da "Il passero solitario"): 

".......tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni,non voli,
non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
canti e così trapassi
dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
Ohimè quanto somiglia
al tuo costume il mio! "
 
e centinaia di altre frasi che rispecchiano il suo tragico stato d'animo.                                            

La morte ha colto il giovane Leopardi a Napoli, nel 1837, a soli 39 anni.
Poco prima di morire ha scritto "I PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA", poemetto satirico in otto canti (rimasto incompiuto), nel quale egli ha inteso dare continuazione all'opera pseudo-omerica dal titolo "BATRACOMIOMACHIA". Tale poemetto, il cui manoscritto originale e conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, tratta  avvenimenti che inducono a pensare ai deprecabili fenomeni, anche attuali, specie per quanto riguarda privilegi assegnati a chi gestisce il potere.
Rivolgo infine,a chi non abbia avuto occasione di conoscerne i contenuti, un invito a leggere questo ennesimo capolavoro di Leopardi e cito, a tale proposito, questo commento scritto da chi conosce profondamente le opere del grande Recanatese:

"Con i Paralipomeni Leopardi scrive dei suoi tempi, ma erano tempi legati a un certo immobilismo:  la napoletanità di Topaia, la città-stato dei Topi lo dimostra. Ma ne parla in modo letterario, lontano dai veri problemi sociali e politici che affannavano l’epoca della Napoli che lui ha conosciuto negli ultimi anni della sua vita, che non gli entrerà mai dentro e della quale conoscerà a malapena certi aspetti esteriori, riassumibili nelle vicende di Pulcinella e Colombina, che venivano rappresentati dai teatranti di strada col teatro dei pupi, unico divertimento della gente che si accalcava davanti al teatrino e partecipava in modo diretto alle vicende con incitamenti e richieste che spesso cambiavano la stessa vicenda come in una specie di "Commedia dell'arte" . È vero che i Topi sono i liberali italiani, le Rane i papalini e i Granchi i reazionari austriaci e l’autore crede di essere il Malpensante, il personaggio Assaggiatore, cioè l’uomo antiretorico e anticonformista, ma è anche vero che di quell’epoca non riesce a cogliere né la realtà storica né la realtà umana della gente che lo circondava, troppo assorbito forse dalla vasta e profondamente dolorosa vicenda personale. (Giuseppe Bonghi - www.filosofico,net)."

Termino con una riflessione sui due personaggi cui è dedicato il mio scritto, da me scelti perché rappresentano, oltre che il "fiore all'occhiello" delle Marche, vite così diverse, ancorché contemporanee, con destini totalmente opposti. Rossini ha rappresentato la gioia di vivere, il successo, i piaceri, la mondanità ed anche la longevità mentre Leopardi ha vissuto nella tristezza, nella quasi totale incomprensione da parte del suo mondo, nella solitudine disperata e  finendo i suoi giorni con una morte prematura.

Spero di non aver annoiato i miei affezionati lettori e passo a descrivere un'altra regione che ha consegnato alla storia schiere di Santi e di artisti. Questa bellissima terra si chiama:              

UMBRIA

Regione bellissima dal punto di vista paesaggistico; ricca di aree verdeggianti, con paesi arroccati sui colli, che ricordano le scelte urbanistiche di un medioevo affascinante, dotata di pregevoli  opere architettoniche e patria di illustri pittori, fra le zone d'Italia che più mi hanno entusiasmato e che non mancherò di farne cenno nel prosieguo di questa narrazione.
Devo prima precisare che se l'Italia e considerata una nazione di poeti, navigatori e santi, deve quest'ultimo riconoscimento proprio all'Umbria che è, senza dubbio alcuno, la regione che può annoverare il maggior numero di santi e di beati tanto da meritare il primo posto nella graduatoria della spiritualità.   

Ludovico Jacobilli - VITE DE SANTIUn illustre studioso del '600, Ludovico Jacobilli,  in uno dei suoi più famosi scritti ha preso in esame,uno per uno, questi uomini e donne dotati di fede eccezionale,ed ha stabilito esservene oltre 20.000. Le molte città dell'Umbria, piccole o grandi che siano, possono vantare almeno una di queste onorabili persone.                      
Volendo citarne alcune, oltre ad ASSISI con i tre celebri  S. Francesco, il santo per antonomasia,  S. Chiara e S. Agnese, occorre elencare:
- TODI, con Jacopone (circa 1230 - 1306), al secolo Jacopo, della nobile famiglia tudertina de' Benedetti, forte sostenitore di papa Celestino V°
 (ved. "Pensierificio"n° 7 relativo all'Abruzzo) e quindi fermo oppositore del papa Bonifacio VIII° al punto di definirlo,in una delle sue laudi:             
"Lucifero novello a sedere en papato,
lingua de blasfemia ch'el mondo ài inventato ...."

Jacopone da Todo
Accusato di eresia, scomunicato, arrestato, condannato a prigionia "sine die", liberato per breve tempo in attesa della morte.
Grande esponente della letteratura e della poesia nella seconda metà del 1200, strenuo sostenitore della riforma ecclesiastica a favore della quale rappresenta uno dei tanti martiri che ne furono precursori. Purtroppo le opere di Jacopone sono scarsamente trattate nei programmi scolastici del nostro secolo pur essendo di viva attualità.

E si può proseguire parlando di:
 - NORCIA,
con S. Benedetto e S. Scolastica
- CASCIA,
con S. Rita

- GUBBIO, con S. Ubaldo
- TERNI, con S. Valentino
- SPOLETO - PERUGIA - ORVIETO ciascuna con le proprie schiere di santi e di beati.

L'Umbria però, come già ho detto, non è soltanto terra di santi perchè ha dato all'Italia insigni artisti, tra cui due celeberrimi pittori. Non volendo tuttavia dilungarmi ed abusare dell'attenzione di chi mi legge, ne citerò due le cui opere sono note in tutto il mondo:

  1. Menzionando Bernardino di Betto non è possibile inquadrare con rapidità di quale personaggio si stia parlando; occorre invece ricordare il suo soprannome che è: "IL PINTURICCHIO" così chiamato per la sua statura alquanto bassa e quindi intendendo applicare un diminutivo scherzoso al nome di un "pintore" (termine usato in quell'epoca in luogo di pittore). Nato a Perugia intorno al 1454, divenuto eccelso miniaturista ed anche pregevolissimo pittore, allievo e collaboratore, insieme a Raffaello Sanzio, di

     
  2. Pietro Vanucci detto IL PERUGINO  (n. a Città della Pieve 1450 - m. a Fontignano 1523)  

    Il Perugino - Consegna delle chiavi a San Pietro

 
Mi fermo qui ringraziandovi per la consueta e cortese attenzione riservata alla mie modeste chiacchierate e vi trasmetto il mio abituale

Cerea nè !!!!!!!!!    da Publio Manlio Cozio

 

(P.S. le immagini sono tratte dal web tramite Google)

 

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