Il popolo era pronto
a idolatrare i finanziatori più spenderecci nel rallegrare
la gente, sostenendone la candidatura politica o militare.
Li votava come generali o ministri: il bel risultato si vide
quando il capitalista Nicia si trovò a comandare la
spedizione di Atene contro Siracusa.
Anche le donne
praticavano lo sport, ma solo in zone riservate e segrete.
Eccellevano nella corsa, avevano diritto di scendere in
lizza e di partecipare a sfide istituite per loro. Per gli
Spartani veniva organizzata, in quanto professionisti
dell’atletica, una corsa di opliti in tenuta bellica.
Tra le stranezze
delle celebrazioni va ricordato che per gli atleti colpiti
da diarrea il rimedio consigliato dai medici era una lunga,
lunghissima corsa.
Durante
il periodo dei giochi si verificava una tregua ai conflitti
armati; poteva però succedere qualche incidente: un
giavellotto poteva mancare il bersaglio e colpire un
malcapitato. Si verificavano baruffe per accaparrarsi i
posti privilegiati (tipo la contesa tra giornalisti e
autorità nel teatro greco di Siracusa una decina di anni
fa). A differenza degli usi attuali, esisteva una sezione
letteraria e filosofica: Erodoto presentò alle Olimpiadi le
sue Storie, Lisia un appello ai Greci contro i barbari, il
tiranno Dionigi di Siracusa inviò i suoi carmi (accolti
malissimo); Gorgia espose un suo intervento filosofico
sull’Elena, invitando i convenuti al dibattito. Il pubblico
conosceva a fondo la propria mitologia, aveva familiarità
tanto con Apollo quanto con Dioniso. Con l’andar del tempo,
gli interventi letterari divennero veri e propri agoni con
distribuzione di premi.
Dichiarandosi greco,
nel I secolo d.C., Nerone volle essere proclamato
olimpionico e si esibì in tre prestazioni vincendo, si
capisce, in tutte e tre. La correttezza degli atleti non era
impeccabile: nella corsa a piedi si spintonavano, nella
lotta usavano colpi proibiti, come morsicare i piedi
dell’avversario, e nelle corse equestri tentavano di far
imbizzarrire i cavalli degli altri. Abbiamo notizia di una
multa di 1200 dracme inflitta dai giudici a Teogene di Taso
per essersi iscritto a una gara al solo scopo di molestare
l’avversario. Gli aristocratici sfoderavano i loro gioielli
e se non li avevano, li rubavano, come fece Alcibiade, che
strappò a un poveraccio l’equipaggio faticosamente
allestito. Ma ciò che differenzia gli antichi rituali
competitivi dai nostri, è che i Greci inneggiavano ai
vincitori, ma non predicavano mai il diritto di
sopraffazione del più forte sul più debole. I giochi erano
la grande occasione per brillare in qualche modo, magari
nello sfoggio degli abiti. Il pittore Zeusi, per esempio,
esibiva una veste decorata del suo nome in lettere d’oro. La
corsa delle bighe e delle quadrighe rappresentava l’apice
delle manifestazioni. Per garantire memoria di sé gli
olimpionici ricorrevano ai carmi dei più bravi poeti, come
per esempio Pindaro, le cui prestazioni erano costosissime.
Ai santuari si dedicavano dei doni offerti dalle città dei
vincitori: poteva però anche capitare che qualche riccone
regalasse, ai santuari medesimi, oggetti molto preziosi.
Gorgia offrì una sua statua interamente in oro. Al II secolo
dopo Cristo risale un manuale sulla ginnastica in cui si
incontrano esilaranti informazioni su gare vendute, su
combine tra concorrenti, su truffe finanziarie. La gara
principe restò la corsa con i carri e fu anche occasione per
tirar fuori i coltelli fra tifosi, divisi in due fazioni
pronte a tutto per i propri beniamini. Il rischio che
correvano gli imperatori a lasciar radunare tanta gente in
spazi relativamente stretti come stadi e teatri indurrà
Giustiniano a chiudere i giochi per ragioni di sicurezza,
così come aveva soppresso la scuola di Atene per motivi
ideologici. I grandi capi amano le masse solo se vengono
idolatrati e temono, giustamente, chi ragiona con la propria
testa.