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Santorini - Sulle tracce di
Atlantide
Atlantide
sparì a causa di un cataclisma nell'antichità. Gli archeologi cercano la
terra perduta usando perfino satelliti e nuove tecnologie
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Atlantide,
la grande civiltà scomparsa – che corrisponde all'affascinante
"continente perduto" descritto dal filosofo Platone – è stata
cercata in lungo e in largo, dall'Oceano Atlantico al Mediterraneo,
dal deserto del Sahara all'isola di Helgoland nel Mare del Nord. C'è
chi identificherebbe Atlantide persino con un altro leggendario
continente perduto, Lemuria, situato tra
l'Africa e l'India.
Secondo una delle teorie più
singolari, però il mito di Atlantide non sarebbe altro che la
memoria, deformata e ingigantita, della cultura minoica (civiltà
cretese dell'età del bronzo) che ebbe fine intorno al 1450 a.C. in
circostanze non ancora ben chiare.
La causa di tale repentina sparizione
potrebbe essere legata all'esplosione del vulcano dell'isola greca
di Thera, l'attuale Santorini. L'esplosione provocò lo
sprofondamento parziale della stessa isola e innescò una serie di
spaventosi movimenti tellurici. L'esplosione di Thera avrebbe
propagato nel Mediterraneo una gigantesca onda anomala in grado di
spazzare via gli insediamenti lungo le coste seguita, nel giro di
qualche giorno, da una vasta coltre di ceneri vulcaniche.
Il giornalista italiano Sergio Frau,
invece, più recentemente, nel suo libro "Le colonne d'Ercole"
(2002), ha avanzato una nuova, suggestiva teoria e cioè che l'isola
di Atlantide si troverebbe in
Sardegna e l'antico popolo che edificò i nuraghi coinciderebbe
con quello dei misteriosi Shardana o Serden.
Insomma, la discussione intorno alla
collocazione geografica di Atlandide resta ancora aperta. Tuttavia,
una cosa è certa, il "continente perduto" non viene più considerato
solo un mito, inteso come favola o invenzione, ma è diventato serio
oggetto di ricerca scientifica per gli archeologi grazie a un
approccio multidisciplinare con l'utilizzo di satelliti e nuove
tecnologie.
Ciò è quel che è chiaramente emerso
dalla seconda conferenza internazionale svoltasi alcuni mesi fa ad
Atene, "Ipotesi Atlantide. In cerca di una terra perduta".
Il nuovo
approccio giova, secondo gli studiosi, a mettere da parte le
innumerevoli, spesso fantasiose, ipotesi che riguardano i cinque
continenti concentrandosi su quelle più concrete.
Si tratta, in
altre parole, delle ipotesi che localizzano Atlantide sulla costa
sud-occidentale della Spagna e, soprattutto, a Santorini, nell'Egeo.
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«Si è
passati dalla speculazione teorica a una ricerca scientifica
seria. È questa la grande novità emersa dai lavori ad Atene» ha
detto il dott. Massilimiano Stucchi dell'Istituto nazionale di
geofisica e vulcanologia di Milano. Stucchi ha presentato una
memoria dello studioso Marcello Cosci che ha usato immagini
satellitari per ipotizzare Atlantide nei pressi dell'isola di
Sherbro, al largo della Costa Leone in Africa. «Non v'è dubbio
che le ricerche e gli studi su Atlantide abbiano subito un
cambiamento di prospettiva importante» ha aggiunto il prof.
Mario Negri, dell'Istituto di scienze dell'uomo all'Università
Iulm di Milano. «Il mito, specialmente quello greco, non è una
favola, non è un'invenzione e la conferenza di Atene ha
contribuito a un approccio complessivo scientifico necessario
alla sua rilettura, utilizzando tutti i mezzi a disposizione».
Il prof. Stavros Marinopoulos, docente di geofisica
all'Università di Patrasso, ha suggerito che bisogna tornare
alla visione originaria della mitologia. «Per gli antichi – ha
spiegato lo studioso greco – la mitologia era fonte di
informazione sul passato. Un mito va analizzato con mezzi
multidisciplinari per penetrarne il nucleo rimuovendo le
esagerazioni».
E allora, è opinione diffusa, sarà
possibile concentrarsi sulle ipotesi più concrete, a cominciare
da Santorini. «Dai lavori della conferenza di Atene è emersa la
volontà di andare in questa direzione» ha detto Negri.
Papamarinopoulos, però, non ha
sottovalutato l'altra ipotesi prevalente, vale a dire quella
spagnola che ha portato all'identificazione di Atlantide con
Tartessos, la misteriosa e antichissima città sulla costa
dell'Andalusia, situata vicino a Cadice.
Tale ipotesi, avanzata all'inizio
del Novecento dall'archeologo tedesco Adolf Schulten, lo
scopritore di Numancia, è stata ripresa dallo studioso Rainer
Kuehne che si avvale di rilevazioni satellitari, attribuite però
a Georgeos Dìaz-Montexano. Il Wickboldt, inoltre, ha presentato
una memoria alla conferenza di Atene sottolineando che, malgrado
manchi una proiezione archeologica, esami geofisici ed
elettromagnetici «giustificano l'ipotesi».
Ma della città di Tartessos non
esiste nemmeno la certezza dell'esistenza. Citata da Erodoto e
Strabone, quando i Romani occuparono la Spagna nel III secolo
a.C. era infatti già svanita nella leggenda.
Ferdinando De Francisci
fonte
Dopo anni di infiniti
dibattiti e ricerche arriva una scoperta scientifica sensazionale, che
costringerà a riscrivere un pezzo della storia archeologica: l'eruzione del
vulcano Santorini avvenne un secolo prima rispetto a quando si è sempre
creduto, cioè intorno al
1.600 a.C. Tutti i particolari su una delle controversie
accademiche più importanti della storia del Mediterraneo sono pubblicati nel
nuovo fascicolo della rivista “Archeologia Viva” (Giunti editore).
Tutto è cominciato dal ritrovamento di un ramo di olivo seppellito
sotto le ceneri eruttive del vulcano dell'isola greca di Santorini.
Un reperto prezioso in grado di riscrivere, insieme ad altri rinvenimenti,
una delle storie più affascinanti dell'archeologia egea. La datazione al
radiocarbonio ottenuta dall'analisi dell'albero sommerso dai materiali
vulcanici, nell'ambito delle ricerche condotte da Sturt Manning della
Cornell University (Usa), ha permesso infatti di arrivare a un'indicazione
cronologica diretta dell'eruzione (ora 1627-1600 a.C., in
precedenza 1525-1500 a.C.): esattamente un secolo prima rispetto
a quando si è sempre pensato.
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