Il
corteggiamento, in questo paese della Sardegna, seguiva una prassi ben
precisa. I giovani per scegliere la propria partner, facevano “Is
castiadas” ( letteralmente “gli sguardi”, cioè si guardavano intorno).
Per questo motivo, quando un familiare chiedeva al giovane se gli
piacesse qualche ragazza, egli rispondeva: “Seu in castiadas” ovvero
“Sto ponderando, sto ancora scegliendo la ragazza adatta a me!”. Così i
giovani si guardavano a vicenda e, se gli sguardi erano corrisposti, era
buon segno. L’uomo la domenica mattina seguiva la ragazza in Chiesa (per
guardarla) o in “sa passillada” (la passeggiata), le classiche “vasche”
che si facevano da Piazza Sant’Elena a Via Marconi e viceversa. La
ragazza passeggiava sempre con due o tre donne al suo fianco, parenti o
amiche. Poi, se gli sguardi di corteggiamento erano corrisposti, l’uomo
con il padre o in mancanza di costui, un anziano di famiglia, chiedeva
la mano della ragazza ai genitori. Comincia così “ su fastiggiu” ovvero
il corteggiamento vero e proprio. La parola “ fastiggiu” dal latino
fastigium, era la piccola tettoia da riparo che si trovava sopra la
porta di casa dove appunto si intrattenevano i giovani per corteggiarsi.
Dopo tale richiesta e dopo ottenuto il consenso, era previsto lo scambio
delle visite tra le due famiglie per la presentazione del parentado ai
due giovani. Era questa una fase chiamata “is fueddus segurus” (le
parole sicure o impegno ). Si poteva quindi organizzare la cerimonia
tradizionale “S’accabamentu de sa coia” ovvero il fidanzamento.
Durante
una gran festa con dolci (druccis finis) e liquori (arrosoliu), ai
giovani venivano regalate “Is prendas” (gioielli) sia d’oro sia
d’argento: orecchini, anelli, spille, catenine, ….dentro il
caratteristico “cuffinu pintau” sorta di cestino con coperchio fatto di
giunco, fieno e panno lenci rosso (su scarlattu)per le decorazioni.
Questo era il corredo dei gioielli:
Diversa è la terminologia con cui vengono indicati gli
orecchini: accanto al termine "arracadas", di chiara derivazione
catalana, compaiono:
-
palia =
orecchini a forma di pala con pietre di fiume.
-
tronisi
= orecchini a forma di grappoli d’uva.
-
lantioni
= orecchini a forma di lampione.
-
calleleddu
= orecchini a forma di cagnolino.
-
mura
= orecchini a forma di mora
-
lorigas
= orecchini a forma di cerchio.
Inoltre:
-
Aneddus =
anelli di varia foggia
-
Agullas de
conca = Spille per il velo o per lo scialle.
-
Giunchiglius = numerose collanine sottili e lunghe.
A questo punto
si poteva affermare che i due giovani si fossero fidanzati “Fattus a
isposus”. Da questo momento in poi era consentito al futuro sposo, di
frequentare la casa della sposa (fidanzata) durante la settimana, di
sera, dopo il lavoro. Nei giorni di festa “ lo sposo” veniva invitato a
pranzo per essere meglio conosciuto dalla famiglia della fidanzata. Non
era raro che il fidanzato, nell’attesa della costruzione della casa,
chiedesse il permesso ai suoceri, chiamati affettuosamente “babbai e
mammai” di convivere nella casa della fidanzata.
Il clero locale
criticava duramente tale consuetudine tipica dei quartesi. Il parroco di Quartu, pare tale Monsignor Ponsillon, denunciò questa usanza alla curia
di Roma ed essa fu discussa nella “Constituciones Synodales Del
Arzobispado De Caller 1715”. I fidanzati che si rendevano colpevoli di
tale misfatto, venivano ammoniti in pubblico e la chiesa prevedeva anche
una sanzione pecuniaria che veniva per pietà condonata ai fidanzati
poveri.
In nessun caso però veniva condonata quella pubblica: in un
giorno di precetto, durante la messa maggiore, in piedi con una candela
accesa in mano, scalzo l’uomo e a capo scoperto con i capelli sciolti e
scarmigliati la donna, dovevano chiedere perdono a Dio e a tutti i
presenti.
Si ha notizia che questa usanza del perdono pubblico sia
rimasta in uso fino agli anni ’40, periodo in cui la ragazza incinta
prima del matrimonio, era costretta ad andare nelle case dei suoi
parenti a chiedere perdono prima di potersi sposare.
Capitava a volte
che i “fidanzati” avessero più di un figlio. La motivazione che veniva
data dai fidanzati era la seguente: poiché la sposa doveva essere
illibata, solo con la verifica di tale condizione si poteva dare
l’assenso, perciò il fidanzato non sposato poteva coabitare e dormire
nello stesso letto della fidanzata. Se alla richiesta di coabitazione la
fidanzata avesse tergiversato ciò poteva avere un solo significato…non
era più illibata.
A questo punto si lasciavano, rendevano i gioielli
ricevuti alle rispettive famiglie e diventavano “ sposus storraus”.
Questo capitava anche quando la fidanzata aveva dei dubbi sulla
mascolinità del futuro sposo…poco affettuoso “no fe toccadinu” forse
“est feminedda” (non mi tocca, forse è un po’ femminuccia). Fino agli
anni 50 circa, quando un uomo veniva rifiutato dalla donna nelle fasi
“in castiadas” o a “fueddus sigurus” e i compaesani ne erano a
conoscenza, per non avere la nomea di “feminedda” e poiché si riteneva
offeso, la notte, con la complicità di amici, sporcava il portone di
casa della ragazza con l’intento di screditarla, spennellandolo di feci
e catrame. Capitava però che i parenti della fidanzata ricevessero delle
“soffiate” sulle intenzioni dell’ex e che tendessero degli agguati
aspettando nascosti il malcapitato per buttargli addosso secchi d’acqua
o di….feci! Se l’ex fidanzato fosse stato scoperto, non avrebbe più
potuto vendicarsi. Lo stato di “sposu storrau” non era vantaggioso per
l’uomo perché veniva valutato, come il vedovo, persona di categoria
inferiore e veniva scelto solo in mancanza di altri pretendenti, era
proprio un’onta! In ogni caso privilegiavano il vedovo! Per la donna poi
diventava una vera e propria tragedia. La società di quei tempi,
indipendentemente dalle motivazioni, non perdonava certe cose e
penalizzava la donna che era sempre destinata a rimanere nubile oppure
poteva farsi suora.
Pare che i
compaesani ex fidanzati si riunissero in una confraternita di devoti di
“Santu Frazzori” (San Forzorio) insieme a “is bagadius” (celibi).
La chiesetta
campestre di San Forzorio si trova nelle campagne quartesi. Qui, una
volta l’anno “Is sposus storraus” e “ is bagadius” organizzavano sia la
festa religiosa sia quella profana con canti e balli al fine di
incontrare da protagonisti, riscattando il loro onore, gli altri
quartesi e chissà …anche qualche “buon partito”.
Su un enorme
masso di fronte alla chiesa vi era incisa una scritta: “chi minci
furriasa è sa sotti tua” (se mi rovesci è la sorte tua). La parola
“sotti” però in sardo ha un doppio significato: fortuna o sfortuna
secondo il contesto in cui viene inserita. Le parole incise in ogni caso
erano parole di sfida alle quali non tutti i quartesi davano significato
positivo. Venivano così organizzate prove di forza fisica tra i
“single”. Un giorno, un ragazzo non appartenente al Gremio di Santu
Frazzori, rovesciò con una leva il famoso masso. Grande fu lo stupore
dei presenti (quasi tutto il paese) quando, sull’altra faccia del masso
comparve la scritta “beni stemu e mellu stau” (bene stavo e meglio sto).
Da qui le diverse interpretazioni: stavo bene prima di fidanzarmi e ora
che non lo sono più sto meglio, oppure …che per ottenere qualcosa di
positivo non serve solo il fisico ma anche il cervello (la leva). La
fantasia popolare vi aggiunse tante belle storie dando luogo a leggende
con ritrovamenti di tesori sotto il masso, di fate buone, di
“mazzamurreddus” (folletti) dispettosi, di maledizioni terribili…….
In ogni caso
questo San Forzorio è stato festeggiato in questo modo fino al 1925,
dopo tale data l’associazione dei single si sciolse e l’obreria non fu
mai più ricostituita. Nel 1981 e 1982 qualcuno ha tentato, con scarso
successo, di riproporre questa antichissima festa. Peccato! Un’antica
tradizione che, insieme a tante altre si perde nei meandri della
memoria.

testo di Paolina De Paolis
immagini tratte dal web