1)
La prima impresa fu quella di uccidere il leone di Nemea, un animale che non
poteva essere ferito da nessuna arma: Eracle uccise il leone con la sua
clava, poi lo strangolò, lo scorticò e indossò la sua pelle come corazza e
il cranio come elmo.
2) Successivamente uccise l' Idra, un mostro dalle nove
teste. Eracle, gli diede fuoco non dandogli la possibilità di far crescere
altre teste,ma siccome una delle teste era immortale, la seppellì sotto una
roccia. Immerse infine le sue frecce nel sangue dell'Idra per renderle
avvelenate.
3) La terza fatica consistette nel catturare un grosso
cinghiale il cui rifugio si trovava sul monte Erimanto, mentre la quarta fu
la cattura di una cerva dalle corna d'oro e dagli zoccoli di bronzo che era
consacrata ad Artemide.
4) La cacciata degli uccelli del lago di Stinfalo. Questi
uccelli, fuggiti un tempo di fronte a un'invasione di lupi, divoravano tutti
i campi e distruggevano tutti i raccolti. Eracle per farli uscire dalla
foresta dove vivevano utilizzò delle nacchere di bronzo.
5) La quinta fatica lo vide impegnato a pulire in un solo
giorno i 30 anni di sudiciume lasciato da migliaia di capi di bestiame nelle
stalle di Augia, facendovi scorrere le acque dei fiumi Alfeo e Peneo.
6) La cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni, che
Eracle conquistò su richiesta di Admeta, figlia di Euristeo. La conquista di
questo oggetto fu ottenuta con una feroce battaglia a cui partecipò la
stessa Era e in seguito alla quale Eracle, credendo di essere stato
ingannato, uccise Ippolita. Al ritorno da questa impresa uccise presso Troia
un mostro a cui era stata esposta Esione, figlia di Laomedonte.
7) Per compiere la settima fatica, Eracle domò e portò a
Euristeo un toro impazzito che Poseidone, aveva mandato a terrorizzare
Creta.
8) La cattura della cerva di Cerinea, che devastava i
raccolti di Enoe. Secondo una più antica tradizione questo animale dalle
corna d'oro era consacrato ad Artemide e portava al collo un collare con la
dedicazione. Tuttavia Eracle la inseguì e questo fu un atto di empietà.
9) La cattura delle cavalle di Diomede, re della Tracia,
che si nutrivano di carne umana, uccidendo lo stesso re e conducendo le
bestie a Micene.
10) La cattura dei buoi di Gerione. Durante il ritorno da
questa impresa avvenne la maggior parte delle gesta di Eracle nell'Occidente
mediterraneo. Già nel viaggio di andata aveva innalzato le colonne d'Ercole
ai due lati dello stretto di Gibilterra in ricordo del suo passaggio. Al
ritorno fu attaccato da un gran numero di briganti che cercarono di
sottrargli la mandria, e per ognuno di questi assalti falliti veniva
costruito un santuario eracleo. Tra questi briganti va ricordato Caco, che
nel Lazio gli rubò le sue bestie e che egli uccise dopo una violenta lotta,
poi Anteo, anch'esso ucciso dall'eroe.
11) I Pomi d'oro delle Esperidi, dono di nozze fatto da
Gea a Era, e che il drago Ladone custodiva in un giardino nell'estremo
Occidente. Il viaggio verso questo giardino è punteggiato di incontri e di
difficoltà da superare. Finalmente giunse al Caucaso, dove liberò Prometeo
che in cambio gli rivelò che doveva inviare Atlante a cogliere i famosi
Pomi. Si recò allora da Atlante e si offrì a sorreggere sulle spalle il peso
del Cielo durante il tempo che occorreva a compiere l'impresa. Quando
Atlante ritornò non voleva riprendersi il Cielo sulle spalle, e Eracle finse
di volerlo aiutare purchè gli desse il tempo di mettersi un cuscino sulle
spalle. Appena fu libero, però, scappò via con i Pomi.
12) La dodicesima fatica di Ercole, la più difficile di
tutte, fu quella di portare Cerbero, mostruoso cane a tre teste, fuori dagli
oscuri Inferi. Ade, dio dei morti, diede a Eracle il permesso di prendere la
bestia, a patto di non usare armi; Ercole dopo sforzi sovrumani riuscì a
catturare Cerbero ed a condurlo da Euristeo, riportandolo poi da Ade.

Eracle fu anche uno degli
argonauti che insieme a Giasone partirono alla ricerca del vello d'oro. Quando
il centauro Nesso assalì Deianira, Ercole lo ferì con una freccia avvelenata con
il sangue dell'Idra. Il centauro morente consigliò Deianira di raccogliere un
po' del proprio sangue, convincendola che fosse un potente filtro d'amore; si
trattava in realtà di un veleno. Credendo che Eracle si fosse innamorato della
principessa Iole, Deianira gli mandò una tunica immersa in quel sangue. Quando
la indossò, il dolore causato dal veleno fu tale che Eracle si uccise su una
pira funeraria. Dopo la morte, venne condotto dagli dei nell'Olimpo e sposò
Ebe,
dea della giovinezza. Eracle veniva solitamente rappresentato come un uomo forte
e muscoloso con indosso una pelle di leone ed in mano una clava.
Egli fu
venerato dai greci sia come dio sia come eroe mortale.
Ercole oltre il mito,
fu un viaggiatore Andò in America per cercare il rame?
Secondo uno studioso le sue imprese
erano collegate a fenomeni idrologici e metallurgici
Ercole
non appartiene soltanto alla mitologia, ma fu un personaggio storico
veramente esistito, uno studioso e un instancabile viaggiatore che
superò i limiti del mondo conosciuto e raggiunse persino il continente
americano, e più precisamente il Canada.
Lo afferma lo studioso
Ilias Margiolakos, uno dei
principali esperti mondiali di
geomitologia, ovvero la
disciplina che studia i riferimenti a fenomeni geologici contenuti nei
miti e che grazie a ciò mira a spiegare gli uni e gli altri.

Margiolakos,
in un intervento presentato all'Università di Atene, ha spiegato che le
"Fatiche di Ercole", il quale sarebbe vissuto prima
della Guerra di Troia intorno al 1300 a.C, sono sempre collegate a
fenomeni idrologici o metallurgici di cui l'eroe sarebbe stato uno
studioso.
Ai primi, legati geograficamente a fonti termali o a corsi d'acqua,
appartiene in particolare l'uccisione dell'Idra di Lerna, mentre tra i
secondi figura in primo luogo il furto delle Mele d'oro dal giardino
delle Esperidi.
Margiolakos, citando una lettura geomitologica di antichi testi,
soprattutto Strabone e Plutarco, sottolinea che Ercole sarebbe arrivato
sino all'isola di Ogigia (citata da
Omero
nell'"Odissea" come regno di Calipso).
E lo studioso greco – ma non è il solo – identifica Ogigia con l'Islanda
o, soprattutto, la Groenlandia.
E Plutarco parla di «una grande isola» raggiungibile da Ogigia, che
sarebbe il continente americano.
Secondo le fonti antiche, sostiene Margiolakos, dalla Groelandia Ercole
raggiunse la
«grande isola», e per l'esattezza il
Canada, dove avrebbe lasciato suoi aiutanti in un «golfo la cui
imboccatura si trova all'altezza del Mar Caspio». E, spiega Margiolagos
«tale descrizione è compatibile solo con il Golfo di San lorenzo, in
Canada».
Ma perché mai Ercole, che secondo la tradizione avrebbe viaggiato fino
alla penisola Iberica, al Caucaso e all'Asia minore, sarebbe arrivato in
Canada?
Per cercare rame, una lega che serve per fabbricare il bronzo, spiega lo
studioso, sottolineando che in quel periodo, ovvero tra il 2.450 e il
1050 a.C, furono scavate in quella regione migliaia di miniere e vennero
estratte 500 mila tonnellate dell'indispensabile metallo.
Ercole, nome latino dell'eroe greco Èracle, figlio di
Zeus
(Giove) e Alcmena, cresciuto a Tebe, sposò dapprima Megara, che poi
uccise con i figli in un momento di follia.
Venne così asservito, per ordine dell'oracolo di Delfi, al cugino
Euristeo che gli impose le famose dodici fatiche. Ercole riuscì a
superarle tutte, ma visse ancora per poco perché la seconda moglie,
Deianira, lo uccise involontariamente.
L'eroe fu assunto in cielo tra gli dei dove divenne immortale.
Nell'impresa dell'idra di Lerna, Ercole raggiunse la palude omonima, in
Argòlide, dove viveva una sorellina minore del leone di Nemea, già
eliminato dall'eroe nella prima delle sue dodici fatiche.
Anche l'idra era figlia del titano
Tifone e aveva la forma di un drago e, per di più, con nove teste.
Euristeo avvertì Ercole di stare attento al drago perché tagliando una
testa ne rinascevano due e, fra l'altro, una di esse era immortale.
Ercole partì assieme al nipote Iolao, che guidava il carro dell'eroe.
Arrivati alla palude, Ercole tirò frecce infiammate contro l'idra
nascosta sott'acqua. Il mostro, a quel punto, emerse dalla palude e
l'eroe cominciò a recidere le teste con la sua arpa, una sorta di
sciabola corta. Ma per ogni testa saltata via ne rinascevano altre due.
Allora l'eroe escogitò un sistema per impedire alle teste di rispuntare.
Chiese a Iolao di appiccare il fuoco alla foresta vicina e, con l'aiuto
dei tizzoni, bruciava ogni volta la ferita del mostro impedendo così
alle carni di rinascere.
Tuttavia la testa di mezzo era immortale ed Ercole, dopo averla
tagliata, la sotterrò e poi vi pose sopra un masso enorme.
Secondo i mitografi, l'idra dalle teste rinascenti è in realtà la palude
di Lerna, prosciugata da Ercole.
Le teste sono le sorgenti che riuscivano sempre a filtrare e rendevano
inutili i suoi sforzi.
La seconda "fatica" citata da Margiolakos è appunto quella dei Pomi
d'oro delle
Esperidi.
Per il matrimonio di
Era
(Giunone) con Zeus, la Terra donò alla dea i pomi (o mele) d'oro
dell'immortalità che vennero piantati in un giardino vicino al monte
Atlante. Quando l'albero crebbe, venne fatto sorvegliare da un drago
immortale per impedire di rubare i frutti. A guardia del luogo c'erano
pure tre Ninfe della Sera, le Esperidi. Euristeo ingiunse a Ercole di
portargli proprio quei pomi d'oro.
Secondo il racconto mitico, il giardino delle Esperidi è situato ora ad
ovest della Libia, ora ai piedi del monte Atlante, ora anche presso gli
Iperborei, nell'estremo Nord. Ercole vagò a lungo invano in cerca del
paese delle Esperidi. Andò in Macedonia e Illiria, da lì sbarcò in
Libia, percorse l'Egitto, finì in Asia minore, Arabia, e ai piedi del
Caucaso. Venne a sapere che il dio marino Nèreo lo avrebbe potuto
aiutare. Riuscì a trovarlo e lo legò mentre dormiva per costringerlo a
indicargli la via.
Ottenuta l'informazione che voleva, l'eroe ellenico finalmente giunse
presso gli Iperborei e qui trovò il gigante
Atlante,
che sosteneva il Cielo sulle spalle. Gli offrì di alleviarlo del suo
fardello se il gigante fosse andato a raccogliere le mele d'oro, a due
passi da lì.
Atlante acconsentì, ma quando ritorno con i frutti disse a Ercole che
sarebbe andato lui stesso a portarli a Euristeo mentre Ercole avrebbe
continuato a sostenere la volta celeste. L'eroe finse di accettare.
Chiese soltanto ad Atlante di liberarlo del peso per un istante, il
tempo di appoggiare un cuscino sulle spalle. Atlante si fidò dell'eroe
che invece, una volta libero, afferrò i pomi che Atlante aveva posato a
terra, e scappò via. Ercole tornò da Euristeo con il prezioso bottino.
Ma Euristeo non sapeva cosa farsene dei pomi e li restituì a Ercole che,
a sua volta, li diede ad
Atena
(Minerva).
La dea riportò i pomi nel sito delle Esperidi.
Nel pensiero mistico
le fatiche di Ercole raffigurarono le «prove dell'anima» che si libera
progressivamente dalla schiavitù del corpo e delle passioni sino
all'apoteosi finale.
testo di Rinaldo Romanelli
da:
Gazzetta del Sud