Le
informazioni ottenute sui costumi di quest’antica civiltà
sono frutto di una conoscenza recepita dagli studi
effettuati sui ritrovamenti archeologici reperiti nelle
tombe di personaggi della nobiltà. Statue e bassorilievi che
erano sotterrati assieme ad alcuni averi affinché i morti
potessero usufruirne nella loro vita futura. Anche se tali
reperti sono molto stilizzati, gli studiosi sono riusciti a
identificare la presenza di una tipologia del vestire sumero
dalle fogge ben definite. Complessivamente s’individua uno
stile prettamente semplice caratterizzato da forme ritenute
povere ipotizzando che, secondo le varie testimonianze
riportate, l’abbigliamento fosse una delle prerogative meno
importanti su cui soffermarsi, sia per la raffinatezza dei
gusti spesso ricercati, specie nei monili d’oro, sia per
l’acuto ingegno testimoniato dalle enormi risorse tecniche
che consentirono la costruzione di edifici perfetti e la
produzione di macchinari molto progrediti.
Per
entrambi i sessi il vestire sumero consisteva in una gonna
lunga e pelosa sino alla caviglia, stretta in vita e avvolta
intorno ai fianchi, realizzata in un tessuto a fiocchi,
ciocche o frange definita propriamente a falpalà, mentre il
torso rimaneva completamente scoperto. Potrebbe
probabilmente trattarsi di pelle di pecora o montone con i
ciuffi di lana rivolti verso l’esterno. I riccioli della
lana erano disposti a balze regolari e sovrapposte, tagliati
e pettinati.
Alcuni frammenti di
tessuto rinvenuti nelle tombe fanno supporre invece che il
materiale usato non fosse in realtà pelle, in considerazione
del clima abbastanza caldo, ma kaunakés, un tessuto dalla
trama annodata con ciuffi di lana, che potevano far alludere
a ricci e probabilmente realizzato con un procedimento
simile alla confezione dei tappeti.
La gonna a balze era
un privilegio della nobiltà e dell’esercito, mentre si
suppone che il popolo si vestisse usando lo stesso indumento
privo di fronzoli, confezionato o con pellame ovino
rigorosamente tosato oppure con un tessuto basico sprovvisto
di riccioli voluminosi. Un esempio chiaro del costume tipico
lo si può notare dallo “Stendardo
reale di Ur”, datato circa 2400 a.C., nel qual si
descrivono in modo esauriente i costumi popolari della
società sumera, e in particolar modo di agricoltori,
pescatori, musicanti e soldati.
I metodi praticati per la lavorazione del pellame erano in
prevalenza la concia grassa, eseguita con oli essenziali
specifici, e la concia minerale eseguita mediante l’impiego
dell’allume potassico, ma si usava anche la concia vegetale
tramite l’uso del tannino, estratto dalle noci di galla. Le
pelli erano colorate in nero, bianco e rosso.
Il
costume militare era simile a quello civile, visibile nella
famosa “Stele degli Avvoltoi”, in cui il re Eannatum è
raffigurato a capo delle sue truppe. All’indumento basico
della gonna a falpalà si aggiungeva un mantello ugualmente
confezionato a balze che cinto sulle spalle, dalla spalla
sinistra, scendeva diagonalmente sul petto lasciando il
braccio destro completamente libero. L’elmetto, a copertura
del capo, aveva l’aspetto di parrucca con false basette e
una crocchia retrostante fermata sopra la nuca.
Notevole esempio è
l’elmo di Mus-kalam-shar, realizzato in oro martellato e
finemente cesellato, un tipico copricapo militare indossato
dai nobili e alti dignitari.
Le
milizie spesso indossavano una gonna della stessa fattura
leggermente più corta da quelle più ordinarie, probabilmente
una mirabile strategia per agevolare i movimenti durante le
incursioni belligeranti, un mantello legato in prossimità
del petto e un elmetto in cuoio aderente sul capo e legato a
soggolo con una stringa.
Considerando il
clima torrido della regione mesopotamica, i Sumeri
camminavano solitamente scalzi e, solo all’apice della loro
civiltà iniziarono a indossare i sandali, realizzati
inizialmente con materiali di origine vegetale per poi
passare alla pelle. Sottoposti alle stagioni piovose, in
seguito adottarono i primi calzari chiusi, ulteriormente
elaborati dalle civiltà posteriori.
Il carattere della
semplicità non distoglieva il popolo sumero
dall’interessarsi al proprio aspetto esteriore.
Secondo Erodoto (500
a.C.), “i Sumeri amavano dipingere il volto con piombo
bianco e rosso vermiglio. Sia gli uomini sia le giovani
donne si arricciavano i capelli e li profumavano con
fragranze oleose. Mantenevano morbida la pelle con la pietra
pomice e utilizzavano oli profumati per le aspersioni del
corpo. Le donne solitamente usavano una mistura d’incenso,
cedro e cipresso in acqua per massaggiare la pelle, che dopo
una corroborante abluzione rimaneva morbida e vellutata.
Il trucco sugli
occhi era in uso per entrambi i sessi in tutta l’area della
Mesopotamia e del mare Mediterraneo, come dimostrano varie
statuette scoperte nell’antica città di Ur e Mari, e con gli
occhi pesantemente contornati di nero.
La pulizia personale
era eccessivamente scrupolosa. Gli uomini radevano i capelli
ostentando una barba molto curata priva di baffi.
Probabilmente l’uso della barba, segno di enorme saggezza,
soprattutto nelle prime civiltà sumeriche era un mirabile
vezzo che potevano esibire pochi eletti. Nelle
raffigurazioni in bassorilievo il popolo è sovente
rappresentato con testa rotonda, naso sporgente e sottile,
testa e mento rasi.
Le
acconciature femminili assumevano varie fogge, spesso dai
volumi e dai tagli molto complessi, tanto da far pensare
all’ausilio di vere parrucche. In effetti, capigliature
posticce di vario genere con sostegno sono state rinvenute
nella tomba di Ur, una delle più remote città della storia
antica. Altra esilarante raffinatezza sumera è riconducibile
all’oreficeria. Abili artigiani e maestri d’arte
d’ineguagliabile bravura realizzarono i gioielli
dell’antichità, tra i più belli e i più lavorati finora
ritrovati durante i vari ritrovamenti archeologici.
Considerevoli
sono i monili preziosi della principessa sumera Pu-Abi,
vissuta nella metà del III millennio a.C., rinvenuti nella
tomba della sovrana, la cui salma adorna di collane,
braccialetti d’oro, orecchini cavi semisferici, lapislazzuli
e corniole, era munita di un’acconciatura ornata da file di
foglie di gelso, realizzate in oro leggerissimo, e di fiori
a sbalzo cosparsi di lapislazzuli, provvista di una
guarnizione di sette fiori sbocciati, anch’essi realizzati
in oro, tempestati da incantevoli pietre preziose, posti
nella sommità del copricapo, visibilmente caratterizzanti il
pregevole gioiello.
La perfezione nella ricerca dei dettagli preziosi si
contrappone alla mera semplicità della confezione delle
vesti. Questa caratteristica plasma un’immagine
apparentemente povera del popolo sumero, che in realtà ha
un’elevata finezza nei gusti e una notevole eleganza nei
disegni realizzati, ovviamente del tutto assenti nel costume
base.