Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

25 maggio, San Zenobio

San Zenobio nacque a Firenze nel IV secolo. Il nome di origine greca significa “colui che vive per decisione di Giove“.

Ricevette dalla famiglia, che era pagana, una rigorosa istruzione. Ma deve la sua conversione e la formazione religiosa al vescovo Teodoro; più tardi Zenobio riuscì a convincere anche i genitori a convertirsi alla Fede cristiana.
Fra il 366 e il 386 lavorò a Roma dove era stato chiamato da Papa Damaso, il quale lo incaricò di alcune importanti missioni, alcune delle quali nella legazione di Costantinopoli.

Alla morte di Papa Damaso tornò a nella sua città natale dove riprese il suo lavoro apostolico. Dopo la morte del vescovo di Firenze, Zenobio venne chiamato a succedergli.

Nell’anno 406 la città venne sconvolta dovendo subire il suo primo assedio dopo quasi cinquecento anni di storia. Già diversi mesi prima, torme di barbari, provenienti dalle foreste del settentrione, dopo aver oltrepassato le Alpi si erano riversate sulle campagne e sulle città italiane portando ovunque desolazione e morte. L’orda di barbari Ostrogoti, comandati dal Re Radagaiso era, naturalmente, preceduta dalla paura, accompagnata dalla distruzione e, dopo il suo passaggio, dalla fame e dal dolore. Le popolazioni barbare nomadi scendevano lentamente verso Roma con carri carichi fino all’inverosimile del bottino dei saccheggi e delle razzie che avevano compiuto, sulle ali del terrore, durante il loro tragitto. Impiegarono, perciò, circa nove mesi prima che le loro avanguardie giungessero sotto le mura di Firenze dove, con la solita ferocia, devastarono subito tutta la campagna d’intorno. Quando poi sopraggiunse l’intera torma dei barbari, con l’ingombrante bottino che si trascinava dietro, la città era chiusa e ben preparata alla difesa. Radagaiso la pose sotto assedio nella speranza di arrivare quanto prima a poterla saccheggiare ed oltrepassare, perché ostruiva, di fatto, il passaggio dell’Arno.
Non conoscendo strategie militari e non possedendo neppure macchine per abbattere e scalare le mura, gli Ostrogoti più che assalire la città la circondarono pensando di farla capitolare per fame. Ma l’approvvigionamento, che doveva far crollare subito la difesa fiorentina, mancò assai prima alle orde dei barbari, composte da oltre duecentomila unità fra uomini, donne, vecchi e bambini, accampati in una terra già devastata e priva di raccolti.
Correva un’estate torrida e la sete, oltre alla fame, attanagliò più gli assedianti che gli assediati, sostenuti dalle parole del loro vescovo Zanobi, dalle “preghiere di san Zenobio e dei suoi santi cappellani” (Matteo Villani). Radagaiso decise, quindi, di dividere in tre schiere il suo numeroso esercito, lasciandone una al piano per continuare l’assedio, e le altre due spostandole sulle più fresche colline nei dintorni di Fiesole.

Statuetta di Santa Reparata – Museo dell’Opera del Duomo di Firenze

La situazione, critica da ambo le parti, era vissuta in città con terrore e sempre più tenui erano le speranze di sopravvivere, nonostante che i fiorentini fossero riusciti a respingere tutti gli attacchi dei nemici.

Un bel giorno d’agosto, dalla cima della collina di San Gaggio, alcuni ragazzi videro arrivare l’esercito romano comandato dal generale Stilicone: era la salvezza! Corsero come saette a dare la notizia in città, perché la liberazione era prossima. E fu così. Infatti Stilicone impegnò subito gli Ostrogoti che assediavano la città con una minima parte del suo esercito, e fece dislocare il grosso della cavalleria e della fanteria nascondendolo sulle colline di Montorsoli e della Torre a Buiano.

Quando Radagaiso seppe dell’attacco dell’esercito romano sferrato contro i suoi nella piana fiorentina, decise di scendere in loro aiuto per la valle del Mugnone, dove venne attaccato e annientato dalle truppe romane.
Il nome della località in cui il re barbaro trovò la morte pare sopravvivere nel toponimo Montereggi da “mons regis”. Fu una strage: centomila barbari furono uccisi ed i sopravvissuti vennero venduti come schiavi all’irrisorio prezzo delle pecore.

I fiorentini, secondo la storiografia non solo locale, subito attribuirono ad un intervento celeste la serrata di Radagaiso e del suo numeroso esercito “in faesulauos montes” e la facile vittoria romana che avvenne il 23 agosto del 406. Il volere divino aveva le belle sembianze della vergine Reparata che, in base a una leggenda presto sorta, il giorno della battaglia era stata veduta librarsi protettrice sopra Firenze.

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Tutti i documenti dell’epoca che parlano di San Zenobio concordano sulla sua vita di santità e sui suoi numerosi doni mistici. Gli vengono attribuiti numerosi straordinari miracoli.

Botticelli – Il miracolo di San Zenobio

Sacerdote e medico, morì martire attorno al 417 mentre gli scarnificavano i fianchi. Le sue reliquie sono conservate in S. Maria del Fiore.

 


Le dimensioni del SASSO DI SAN ZENOBIO e la sua conformazione possono far pensare ad un pezzo di un meteorite piombato proprio lì dopo un’esplosione cosmica, ma i geologi hanno smentito questa ipotesi. Si tratta semplicemente di un’enorme pezzo di roccia di color scuro, quasi nero, venato da meravigliose striature violacee. In origine il masso era molto più voluminoso rispetto alla sua attuale mole in quanto è stato utilizzato come materia prima per costruire le strade della zona che, fino a qualche decennio fa, erano tutte rigorosamente fatte di sassi e di ghiaia.

Ma sul sasso di “San Zenobi o Zanobi o Zenobio” c’è un leggenda popolare che vuole che il sasso sia lì perché qualcuno glielo ha messo, o meglio, glielo ha gettato.


LEGGENDA E REALTA’:

 

SASSO DI S. ZENOBIO – SASSO DELLA MANTESCA
di Sergio Baggi

Nelle rigide tediose giornate d’inverno, quando una spessa coltre di neve ammantva le terre dell’alta Valle del Lamone e Diaterna, gli abitanti, rintanati nelle loro case di sasso, davanti al fuoco del camino dove la bella fiamma della legna, sola fonte di riscaldamento, presto si trasformava in blocchi di braci con ancora la forma del tronco, ingannavano il tempo raccontandosi fatti e storielle. Quella che i piccoli gradivano più riascoltare era la storia della sfida fra San Zenobio e il Diavolo.

Un giorno San Zenobio stava predicando a CA’ DI BARBA a una piccola folla quando si presentò il Diavolo che lo sfidò a portare il sasso più grande il più lontano possibile. San Zenobio ebbe un momento di riflessione, poi, invocato chi di dovere, accettò la sfida e rilanciò: “Porterò il mio sasso così lontano dal tuo che non riuscirai a vederlo”. Caricatisi sulle spalle due enormi macigni che sI trovavano nei pressi, si avviarono per un sentiero che saliva lungo il fianco della montagna.

 

Sasso della Mantesca

Ad un certo punto il Diavolo, benchè tale, distrutto dall’immensa fatica, pensò:
“Zenobio non potrà mai portare il suo sasso tanto lontano da essere a me invisibile, quindi posso tranquillamente posare il mio che la sfida è vinta comunque”. Pensato e fatto. Zenobio che era in prossimità di un crinalino lo superò e sceso dall’altra parte di un centinaio di metri posò il suo pesante fardello e ritornato sui suoi passi fece notare al Diavolo di aver vinto la sfida, perchè il suo sasso era sì poco lontano ma c’era un crinale di mezzo e non poteva vederlo.
Il Diavolo resosi conto di essere stato vinto non solo nella prova di forza ma anche dall’astuzia del santo si prese una tale arrabbiatura che, perso il controllo di sè, si avventò sul sasso con calci tremendi facendolo a pezzi (SASSO DELLA MANTESCA).


Questa storiella che un giorno – seduti al bar – un signore, in gioventù vissuto con la famiglia su quei monti, a CA’ PATISCI,. a poche centinaia di metri dal Sasso della Mantesca, mi volle raccontare, mi colpì particolarmente. Era di certo nata molti secoli prima, probabilmente al tempo dell’evangelizzazione di quelle genti, con l’eterna costante della lotta fra il bene e il male e la vittoria finale del primo, giunta a noi di generazione in generazione per tradizione orale.

La cosa mi incuriosì. Sapevo dov’era il SASSO DI SAN ZENOBIO. Mi recai quindi sul posto, cartina alla mano, e fu una piacevole emozione constatare che i due sassi benchè vicini non si vedevano l’un l’altro, uno …tutto a pezzi ….l’altro …. intero,… CA’ DI BARBA era la’… più giù, .. mi pareva di toccare con mano i luoghi di una antica leggenda.
 

 Sasso di San Zenobio

 

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