Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Alcune note su Papa Celestino V

di  Publio Manlio Cozio
Non posso trascurare una notizia che mi sta particolarmente a cuore per l’eccezionalità dell’evento che la caratterizza e che riguarda un personaggio d’eccezione.
Si tratta di Pietro Angelerio del Morrone, il Papa “del gran rifiuto” eletto con il nome di  Celestino V, anacoreta, un uomo che ha amato i boschi e le alte rupi della Majella.
La storia di Pietro Angelerio, che visse parecchi anni in eremitaggio sui  monti del Morrone, la cui parte più meridionale si propaga fin quasi ai confini con il Molise, mi ha fornito lo spunto di riunire le due regioni in questo mio scritto. Vi parlerò dunque di Lui poiché rappresentò, con la sua umile voce, l’espressione di vivo dissenso verso il malcostume dilagante ai vertici della Chiesa Cattolica.
Posso quindi  raccontarVi che verso la fine del 1200, dopo la morte di papa Nicolò IV, vi fu una lungo periodo di vacanza della Sede Papale. In seguito a ciò, nel conclave, si aprirono aspre divergenze per effetto della rivalità fra le famiglie principesche degli Orsini e dei Colonna le quali pretesero di interferire sulla scelta, che i cardinali avrebbero dovuto compiere, sul nome futuro papa.  Occorre ricordare che la nobiltà romana (detta anche “nera”) ha sempre esercitato, in modo arrogante e protervo, pressioni tese alla nomina a pontefice di un componente del proprio casato.
La scelta dei cardinali invece, cadde finalmente sul nome del pio eremita che, alla presenza di Carlo II re di Napoli, venne incoronato a L’Aquila il 29 agosto 1294 con il nome di Celestino V e poi condotto a Napoli.
Celestino però, amareggiato dalle brighe affaristiche ed immorali dei curiali, decise di emanare una nuova Costituzione comprendente, fra l’altro, la possibilità di rinuncia al pontificato e, subito dopo (13 dicembre 1294), abdicò con il proposito di ritornare alla vita monastica. Ma il nuovo papa  Bonifacio VIII,  del quale sono  note  le  nefandezze commesse durante il suo pontificato, lo fece arrestare e rinchiudere nel castello di Fumone, presso Alatri, dove rimase fino alla morte.
Questa è la storia di san Celestino che Dante (inf. III° vv. 59-60), ingiustamente ed anche non disinteressatamente, accusò di avere fatto “…..per viltade il gran rifiuto”.
 Rammento inoltre che l’abdicazione di Celestino fu, e rimane tuttora, l’unico caso di rinuncia a proseguire l’attività pastorale verificatosi nella storia della Chiesa Cattolica. (**)
Aggiungo infine che Celestino si preoccupò non poco  per lo scontento dei cristiani in  merito al comportamento immorale delle gerarchie ecclesiastiche che, senza alcun ritegno, erano dedite a rapporti amorosi di ogni genere spinti fino alla frequentazione di donne di costumi non sempre irreprensibili, alla raccolta in maniera coatta di denaro in cambio di indulgenze, persecuzioni nei confronti dei dissidenti ed a tanti altri atti esecrabili che nei secoli successivi provocarono la coraggiosa reazione di Lutero e la pubblicazione  delle sue  95  tesi teologiche  tendenti  a riformare  la  struttura ecclesiastica. 
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(**) NdR

Il secondo caso che la storia ricorda è quello di Gregorio XII, papa dal Papa dal 19 dicembre 1406 al 4 luglio 1415. Veneziano, una volta eletto si impegnò a porre fine al “grande scisma” fra i pontefici di Roma e quelli di Avignone. Ma ogni tentativo risultò vano. Solo il concilio di Costanza (1414-1417) vi riuscì. Gregorio XII rinunciò al pontificato e si ritirò a Recanati. Nel 1417, dopo la sua morte, il suo successore lo nominò Pontefice Emerito di Roma.

Benedetto XVI – La clamorosa decisione di rinunciare al soglio pontificio, resa nota solennemente in latino nella Basilica di S. Pietro da papa Benedetto XVI, Ratzinger, l’11 febbraio 2013 a conclusione del Concistoro convocato per tre canonizzazioni, fece rapidamente il giro del mondo cogliendo di sorpresa il popolo di Dio e anche larga parte dei più stretti collaboratori del pontefice. Una decisione forse lungamente meditata e sofferta, determinata non da precarie condizioni di salute, ma imposta dal peso degli anni e dalle sempre più pesanti e pressanti responsabilità del suo alto ministero.

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