Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

All’alba dei cereali

La scoperta dei cereali contribuì nel Pleistocene a rendere più facile la vita e a creare una certa sicurezza fisica e morale.

Aumentarono le nascite, diminuì la mortalità infantile e ci si poté permettere di tenere con sé gli anziani e i malati. E’ possibile che i rapporti di forza tra uomini e donne, giovani e vecchi diventassero più sfumati, mentre la presenza degli anziani in una società è molto importante, implicando le nozioni di memoria, tradizione, esperienza, radici culturali.

E non senza motivo che la Cultura con l’iniziale maiuscola, quella di interi popoli, e la coltivazione delle piante derivano dalla stessa parola.

Alcuni hanno a lungo ritenuto che le donne, addette alla raccolta dei vegetali abbiano notato come il seme proveniente da spighe non aperte desse, a seguito di nuove semine, un cereale più resistente. A partire da quel momento, cominciarono a delinearsi i culti delle dee madri tutelari dei raccolti e delle messi, ormai posti sotto il segno della femminilità feconda. In tali culti si può scorgere sia il ricordo di antiche raccoglitrici, sia un evidente rapporto con il simbolismo generale della donna: le analogie fra il “grembo” della terra e quello materno, o tra la permanenza ciclica della vegetazione e la fisiologia femminile si sono senz’altro affacciate alla mente dei primi agricoltori, tanto più che il grano seminato in autunno richiede nove mesi prima di essere raccolto in estate. 

Gli uomini primitivi non hanno conosciuto attrezzi per frantumare il grano perché avevano mandibole talmente forti da rompere anche le noci. In seguito, quando la forza della mandibola è retrocessa ed è aumentata l’intelligenza, l’uomo si è aiutato a frantumare il grano con delle pietre.

Gli uomini del Neolitico divennero stanziali e iniziarono a piantare e coltivare alcuni vegetali. Alcuni ritrovamenti archeologici hanno dimostrato che i cereali (frumento, orzo, segale) venivano seminati e raccolti già 12.000 anni fa ai margini della Mesopotamia, l’odierno Irak, mentre nell’Europa centrale si iniziò circa 6.000 anni fa.

La cerealicoltura divenne importante per tutto l’occidente, dall’Egitto a Babilonia, dall’antica Grecia a Roma.

Nella mitologia greca Demetra è la dea del frumento e delle messi, facilita la germinazione del frumento e ne assicura la maturazione. L’economia greca resta fortemente legata ai cereali e quindi la figura di Demetra diventò importantissima. Per i Romani il mito di Demetra diventò quello di Cerere simbolo della civiltà, del rinnovamento e del rifiorire. Il termine cereale deriva appunto da Cerere dea della terra e dell’agricoltura.

Le varietà vestite dei cereali, in cui i chicchi anche dopo la separazione dalla spiga con la trebbiatura restavano racchiusi nelle glume, prima di venire consumati dovevano essere ‘denudate’: il rivestimento veniva eliminato mediante la pilatura, cioè pestando le cariossidi essiccate in un mortaio con un pestello, entrambi in legno o pietra. 

Un’altra tecnica per eliminare le glumelle consisteva nel tostare leggermente le spighe, che potevano essere poggiate su piani di cottura in argilla, su pietre che venivano riscaldate, oppure in forni, o anche bollite in buche foderate di argilla in cui venivano poste pietre arroventate per riscaldare l’acqua. Si tratta di strutture ben documentate nei villaggi preprotostorici.

È quindi più facile che si conservino le varietà vestite, che necessitano di tostatura per il distacco delle glume, e che l’archeologo trova negli scavi sotto forma di resti carbonizzati, che non quelle nude che perdono il loro duro rivestimento spontaneamente durante la battitura.

La tostatura di cereali e frutti spontanei prima dell’immagazzinamento poteva essere adottata anche contro l’attacco di muffe e parassiti. I chicchi potevano essere quindi ridotti in farina tramite la macinatura, utilizzando le macine, grandi pietre piatte, sulle quali si sfregava una pietra più piccola, lunga e stretta, il macinello.
La materia prima utilizzata per questi strumenti consisteva in rocce dal potere abrasivo. L’uso di macine e macinelli è generalizzato in tutti i periodi della Preistoria e della Protostoria, arrivando fino alla piena età storica.

Raffigurazioni dell’antico Egitto mostrano come questo duro lavoro venisse svolto da schiave, che lo effettuavano inginocchiate sulla pietra per macinare. Così per millenni la macinazione fu sempre compito della donna, anche quando in Oriente si diffusero i mulini a mano. Più tardi i mulini primitivi furono sostituiti da altri più potenti, poi, nell’Antica Grecia e nella Roma repubblicana, vennero azionati da schiavi oppure da animali come asini e cavalli.

Sicuramente i primi rudimentali mulini derivano dalle macine per cereali ad uso domestico, fatte girare dalla forza dell’uomo. Già dal I° Millennio a.C. si trovano tracce di mulini a sella, mulini a mola rotante e mulini a pestelli.

Siamo nel Medioevo ellenico; quel periodo che va dal 1200 a.C. all’800 a.C. e viene definito dagli storici come un “periodo oscuro” perché, in seguito all’invasione del territorio acheo – miceneo da parte dei Dori, ci fu un’involuzione della civiltà.
Tutto ciò accadde perché i Dori avevano una cultura di gran lunga inferiore a quella degli Achei.
“Figliola di Babilonia, non continuerai più a chiamarti Morbida e Delicata. Metti mano alle macine e macina la farina.” (Isaia 47,2)

I primi mulini a mano preistorici consistevano di un “piatto” di roccia di grande resistenza sul quale veniva sparsa una manciata per volta di frumento. I chicchi venivano frantumati con altra pietra dura, focaia, di forma rotondeggiante o piatta.

Le granaglie venivano immagazzinate e conservate in silos sotterranei, ben documentati in molti villaggi neolitici. Si tratta di fosse circolari o pozzetti scavati nel terreno, che talvolta conservano ancora parte dell’originaria chiusura in argilla; le pareti di queste fosse potevano essere rivestite di argilla indurita e arrossata dal fuoco.

Probabilmente erano utilizzati anche silos aerei, costruiti con rami rivestiti di argilla.

In alcuni casi le granaglie erano raccolte anche in grandi vasi di terracotta o in panieri di vimini intrecciati, conservati in casa, in recinti o in appositi granai. In molti commestibili di piante selvatiche come è testimoniato dagli essiccatoi in argilla dell’Età del Rame di Eberdingen (Germania), che contenevano mele dimezzate e cariossidi di frumento monococco. Vasi d’argilla di grandi dimensioni per contenere grani o prodotti vegetali lavorati, come la farina, sono attestati per tutta l’Età dei Metalli, ma assumono dimensioni molto grandi e sono riuniti in ambienti appositi a partire dalla Tarda Età del Bronzo.

L’inizio dell’arte molitoria è nelle mani delle donne e degli schiavi.

Il mulino idraulico si diffuse nel mondo Greco – Romano dal 1° secolo a.C. mentre era presente in Cina già dal V° secolo a.C. Veniva ubicato in prossimità di corsi d’ acqua, rapide, cascate, torrenti, poiché aveva bisogno di tanta acqua per consentire alla macina superiore, collegata con un asse verticale ad una ruota di pale sulla quale precipitava con violenza l’acqua, di attivare il sistema molitorio. Invenzione antica, il mulino ad acqua é tuttavia medioevale dal punto di vista della diffusione. Tutte le testimonianze indicano il I secolo a.C. come periodo e l’area dell’Oriente mediterraneo come culla dell’invenzione di questa macchina.

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