Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)
Appunti sul caso di Fra’ Diego La Matina

Appunti sul caso di Fra’ Diego La Matina

Dopo aver letto le note su Ipazia, la martire pagana, un amico mi ha ricordato l’emblematica figura di Fra’ Diego La Matina, l’eretico e ribelle che uccise Juan Lopez de Cisneros. Omicidio avvenuto nelle segrete del palazzo Steri di Palermo, sede dell’Inquisizione spagnola in Sicilia.

Palazzo Chiaramonte Steri, Palermo – Wikipedia – Foto di Bjs, resa disponibile nei termini della  licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal

Una vicenda della storia della Sicilia seicentesca che ha ispirato a Luigi Natoli il romanzo popolare: Fra’ Diego La Matina.
Anche Leonardo Sciascia ha dedicato un libro all’avvenimento creando una delle sue più appassionate inchieste storiche: “Morte dell’inquisitore“.

Diego La Matina era un frate agostiniano originario di Racalmuto, un paese in provincia di Agrigento, che nella prima metà del XVII secolo cadde sotto le maglie dell’Inquisizione spagnola con l’accusa di essere un eretico. 

Foto scattata a Leonardo Sciascia nell’estate del 1979 – Wikipedia, pubblico dominio

Per ricostruire la storia del frate agostiniano, Sciascia utilizzò il Diario di Francesco Auria e la Relazione dell’atto di fede del 1658 scritta dal qualificatore e consultore del Sant’Uffizio Girolamo Matranga. Nella testimonianza di Matranga, prima di incappare sotto il giudizio dell’Inquisizione, fra Diego era uno «scorridore di campagna», dedito a “furtarelli” di poca importanza. Mentre Auria aveva annotato che «Nell’anno 1644 si presentò ed abiurò in forma, e fu assoluto [in altre parole fu assolto dalle accuse]; e così un’altra volta nel 1645». Sciuti Russi, commentando quanto riportato da Sciascia, rileva che il contributo di Matranga e quello di Auria conducono a «due situazioni diverse e parallele, o meglio, come direbbe il giurista, di due fattispecie giuridicamente e processualmente rilevanti».

«Che cosa doveva abiurare – si domandava Sciascia – un semplice «scorridore di campagna?»

Con l’accusa di «scorridore di campagna» il frate avrebbe dovuto scontare la propria pena o con il pagamento di una cauzione o con alcuni anni di detenzione, non sarebbe dovuto essere spedito in un tribunale i cui reati prevedevano punizioni come «pena di morte, mutilazione o deportazione sulle galere». L’unica ipotesi plausibile, per Sciascia, era il «reato bivalente: un’azione che fosse stata al tempo stesso eresia e contravvenzione alle leggi ordinarie».

Nel 1646 Il frate agostiniano fu condannato come «blasfemo heretical» e pertanto dovette pronunciare l’abiura de levi , remando nelle galere per cinque anni.  Nonostante la costituzione fisica di fra Diego, un venticinquenne robusto e forte, gli permise di resistere alla vita difficile della galera, la vita di un “remiero” risultò estenuante anche per lui, in quanto era costretto a vivere incatenato, soddisfacendo i propri bisogni sempre nella stessa postazione.

Dopo la condanna della galera, seguì quella della detenzione nelle carceri segrete di Palazzo Steri, sede dell’Inquisizione spagnola in Sicilia, a causa di denunce di eresia da parte di delatori anonimi.

A Palermo,  il pubblico ministero nei processi del Sant’Uffizio spagnolo, era Juan López de Cisneros, un uomo austero e conservatore, che accusò fra Diego di simulare la pazzia in carcere per evitare di essere torturato. Pertanto, nel 1653, Cisneros diede ordine di torturare fra Diego con lo strumento del cavalletto, in cui il condannato, con dei pesi legati ai piedi, era posto a cavalcioni su una struttura. Una volta salito i pesi, che recava ai piedi, lo avrebbero spinto verso il basso, slegando le sue articolazioni sotto atroci sofferenze. Vittima di quel supplizio e agonizzante fra Diego, alla fine, confessò le colpe che gli erano state attribuite.

Thomas Rowlandson – Inquisizione spagnola – Wikipedia, pubblico dominio

Dopo la confessione, il suo processo era destinato a concludersi velocemente, ma i fatti andarono in maniera diversa. Non solo lo trattennero ingiustamente, ma gli imposero anche le esposas (le manette). Fra Diego era un uomo distrutto, umiliato nello spirito e nella carne che, non potendo accettare altre angherie, scatenò il suo animo iracondo rompendo, in segno di protesta, le catene di ferro. Il suo gesto non passò inosservato e subito fu condotto, con le catene ai piedi e le manette infrante ai polsi, dinanzi al suo inquisitore. Cisneros lo invitò a pentirsi dei suoi errori, minacciando di torturarlo fino allo sfinimento. A queste parole La Matina oltrepassò la barriera di metallo che lo separava dell’inquisitore, impugnò uno strumento di ferro preso dal tavolo del segretario e con una violenza inaudita si scagliò contro Cisneros, percuotendolo tre volte sulla testa, due sul cranio e una sul sopracciglio destro. In seguito tentò di strangolarlo, respingendo gli ufficiali, che nel frattempo erano accorsi in aiuto all’inquisitore. Cisneros era morto, portandosi dietro la sua indole castigatrice.

Stralcio testo tratto dalla pagina: ilcaffestorico.it sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…

 

Ciò che resta degli inquisitori spagnoli, artefici dei roghi che bruciavano a piazza Marina, rischia di sparire per sempre, cancellato dalle infiltrazioni di pioggia che sconquassano le loro tombe nella cappella della Madonna della Guadalupe. Una legge del contrappasso degli elementi della natura, che rischia però di cancellare e per sempre un importante tassello di storia. Le sepolture degli inquisitori spagnoli che amministravano giustizia a Palermo si trovano all’interno della chiesa di santa Maria degli Angeli, detta la Gancia, in una cappella a destra dell’altare: al momento totalmente puntellata perché rischia il crollo.
A complicare la sorte della Guadalupe è il fatto che la cappella e la sagrestia sono di “proprietà della nazione spagnuola” fatto che in molti casi diviene un ostacolo per una burocrazia di per sé tortuosa. La chiesa della Gancia, inoltre, non è della Curia ma del ministero degli Interni. Proprio per il fittissimo intreccio tra storia spagnola e siciliana, sono presenti a Palermo (ed ancora rispettate, che strano!!, contrariamente a quanto avviene per i monumenti sabaudi) numerose effigi in onore di Carlo V e di altri sovrani spagnoli – e la continua influenza spagnuola sulle vicende storico-artistiche-demo-culturali palermitane dal Quattro al primo Settecento dovrebbero facilitare i protocolli d’intesa, almeno quando in gioco vi è la sopravvivenza stessa di testimonianze storiche europee.
Forse è solo un problema di comunicazione, per cui in Spagna percepiscono come un semplice, residuale accidente della loro presenza nell’isola quello che invece è parte di un mosaico ricchissimo e complesso, che dall’uso delle nacchere nelle processioni della Settimana Santa si estende ai crocifissi parossisticamente realistici di Frate Umile da Petralia, ai decori, alle architetture effimere e in pietra. Forse potrebbe essere utile, in tempi di riletture della storia europea in chiave di contaminazione e scambi organizzare una esposizione con l’Istituto di cultura italiano madrileno (come suggerisce il giornalista Sergio Troisi) per dimostrare quanto della Spagna del “siglo de oro” sia penetrato nella cultura siciliana e credo anche della cultura del regno delle Due Sicilie..

Stralcio testo tratto da un articolo di Fara Misuraca pubblicato nella pagina ilportaledelsud sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…