Palazzo Steri

Palazzo Steri

Dopo aver letto le note su Ipazia, la martire pagana, un amico mi ha ricordato l’emblematica figura di Fra’ Diego La Matina, l’eretico e ribelle che uccise Juan Lopez de Cisneros. Omicidio avvenuto nelle segrete del palazzo Steri di Palermo, sede dell’Inquisizione spagnola in Sicilia.
Una vicenda della storia della Sicilia seicentesca che ha ispirato a Luigi Natoli il romanzo popolare: Fra’ Diego La Matina.
Anche Leonardo Sciascia ha dedicato un libro all’avvenimento creando una delle sue più appassionate inchieste storiche: “Morte dell’inquisitore“.

SciasciaA tal proposito Sciascia scriveva: «è un libro non finito, che non finirò mai, che sono sempre tentato di riscrivere e che non riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa». Un libro, dunque, fondato su un mistero non del tutto svelato, forse non del tutto svelabile. Il tema dell’Inquisizione, rimane, e rimarrà sempre, quanto mai delicato, perché – come scrisse Sciascia stesso con memorabile efficacia – «appena si dà di tocco all’Inquisizione, molti galantuomini si sentono chiamare per nome, cognome e numero di tessera del partito cui sono iscritti… ….Mi sono interessato all’Inquisizione poiché questa è lungi dal non esistere più nel mondo»
La lettura del tragico e non eccezionale caso risente in Sciascia di un’ideologia anticlericale tout-court.

fra diegoAttendibili le fonti e veritiera la storia, esempio di quella feroce degenerazione dell’Inquisizione spagnola operante in Sicilia, ma fuorviante l’applicazione di una lettura evangelica improntata esclusivamente al sociale, senza tener minimamente conto della dimensione “verticale” del messaggio cristiano. Un libro scritto con piglio di storico, ma irretito da una formazione culturale unilaterale, quella dell’Illumismo appreso senza minima capacità critica.
Sciascia definisce Fra Diego La Matina (Racalmuto 1622, Palermo 1658) un eroe di cui dovremmo essere fieri, per avere saputo sfidare l’inquisizione, istituzione che mortificava la dignità umana e capace di terribili atrocità.
Gli eretici erano torturati affinché ammettessero le loro colpe e ritornassero sulla retta via e non c’è da meravigliarsi se in una di queste “sedute” l’eretico Diego La Matina esasperato si sia difeso e abbia ucciso l’inquisitore.
Fra Diego La Matina, viene incarcerato probabilmente più per l’accusa di omicidio che di eresia, tant’è che il potere temporale stenta a volerlo affidare a quello inquisitoriale. Quale fosse la sua eresia “originaria”, non è dato sapere giacché i documenti dell’epoca sono andati perduti, anche se Sciascia adombra l’ipotesi di una “rivolta” del frate contro l’iniquità sociale, contro l’usurpazione dei beni e dei diritti che lo avrebbe condotto non alla negazione di Dio, ma all’affermazione che Egli non potesse, “senza essere ingiusto, consentire all’ingiustizia del mondo”. Per quattro volte abiura e per quattro volte viene rilasciato, infine, ribeccato a predicare eresie per la quinta volta, viene arrestato. In prigione uccide l’inquisitore colpendolo con le manette con cui era legato. Ricostruzione rigorosissima, attraverso i verbali degli interrogatori, le testimonianze di cronisti coevi, e la tradizione popolare.
Stando alla voce popolare richiamata da Leonardo Sciascia, inquieto per quella vana ricerca della “nuova rivelazione”, Fra Diego, che era già stato condannato alla pena di morte con sentenza però commutata a Madrid nella reclusione perpetua in un convento, uccise l’inquisitore Juan Lopez de Cisneros, fracassandogli il cranio con le sue manette.
E’ proprio dal dettaglio delle “manette” è ripartita l’indagine, grazie ad uno storico dell’Università di Catania, Vittorio Sciuti Russi, che è riuscito a recuperare un documento di eccezionale valore fra gli scaffali dell’Archivio storico nazionale di Madrid: la lettera inviata dall’altro inquisitore di Palermo, Escobar, all’inquisitore generale Diego de Arce Reinoso, una sorta di relazione sui fatti per informare il “Consiglio della suprema e generale inquisizione” e proporre ai superiori di Madrid la canonizzazione della vittima di Fra Diego, come martire.
La ricostruzione dell’episodio è precisa: Fra Diego uccide il suo inquisitore “con un attrezzo di ferro fra quelli riposti a fianco del tavolo del segretario, fuggito prudentemente dalle scale… “. Compare così la notizia di un “ferro” che non dovrebbe trovarsi nella sala adibita al colloquio, al recupero dell’anima, come si vorrebbe da un candidato alla santità . “Evidentemente in quell’ambiente c’erano attrezzi che servivano per le torture leggere, quelle che non richiedevano l’uso dei complessi apparati, dei cavalletti, delle corde e dei bracieri che arredavano l’apposita sala”, commenta Sciuti Russi con una riflessione che sarebbe piaciuta a Sciascia, a sua volta fermo ai diari del marchese di Villabianca e, quindi, al ricordo di un quadro d’ignoto autore, bruciato a Palazzo Steri dal viceré Caracciolo, in cui si raffigurava Fra Diego nel momento in cui massacrava Cisneros con le sue manette, immagine riproposta anche da Guttuso.

inquisizioneDa Madrid accolgono la proposta di Escobar e scrivono a Francesco De Cabrera, l’ambasciatore della “Suprema” a Roma, dando un assenso formale alla richiesta di canonizzazione di Cisneros da avanzare al pontefice. Ma è lo stesso De Cabrera a prendere tempo, a consigliare di processare di nuovo Fra Diego La Matina e di avviare la procedura di beatificazione soltanto dopo aver giustiziato il reo.
Cauta e prudente decisione. Tempi e tattica rivelano, infatti, la preoccupazione di una possibile inchiesta della Santa Sede con una commissione di vescovi che avrebbe potuto ascoltare lo stesso Fra Diego, ricostruendo “i fatti”, compresa la notizia di quel “ferro”, insinuando dubbi sui santi propositi di Cisneros.
Questo inedito carteggio rintracciato da Sciuti Russi rivela che il terzo processo al frate di Racalmuto si era concluso nel 1656, con la decisione della “Suprema” di mutare la condanna al rogo in reclusione perpetua, e che gli inquisitori siciliani, irritati dalla revisione, continuavano a trattenere l’eretico nelle segrete di Palazzo Steri, sostenendo la difficoltà di trovare un convento adatto per un personaggio irrequieto e ribaldo, colpevole di un delitto d’onore, come ufficialmente sostenuto nelle varie fasi del processo e da una tradizione orale ripresa in un romanzo d’appendice da Luigi Natoli. Secondo questa versione, Fra Diego avrebbe ucciso, a Racalmuto, il sovrintendente del Conte del Carretto, per vendicare lo stupro della sorella. Un movente che non convinse Sciascia, portato a privilegiare piuttosto la tesi di una ben celata “eresia sociale”, adesso confermata da Sciuti Russi: “Per un delitto d’onore sarebbe stato impiccato dopo dieci giorni. C’e’ qualcosa di più, di diverso…”. Forse la verità non si scoprirà mai, ma si rafforza l’intuizione sciasciana che, oltre l’imposto cliché dell’assassino, in Fra Diego ci fosse l’uomo di tenace concetto. L’unico dato certo, l’indizio concreto, diremmo oggi, è il “ferro” che non avrebbe dovuto trovarsi su quel tavolo, uno strumento usato o poggiato lì per facilitare l’ammissione, il ricordo, anche il ricordo dei cavalletti e di altre macchine per più pesanti torture, già subite da Fra Diego. Ed è quello strumento che La Matina afferra trasformandolo in arma, ultima ribellione contro un “sequestro” che lo lasciava marcire ancora nelle segrete, bloccandone il trasferimento in un convento. Così, il frate spacca il cranio di Cisneros che negli undici giorni di agonia, stando alle cronache di chi avrebbe voluto santificarlo, riuscì a perdonare l’eretico. Un perdono anch’esso utile, capace di amplificare la sensazione che giustizia si sarebbe compiuta solo con il rogo del frate, a quel punto doppiamente colpevole.

Scrive Fara Misuraca su ilportaledelsud:

Chiesa della Gancia

Chiesa della Gancia

Ciò che resta degli inquisitori spagnoli, artefici dei roghi che bruciavano a piazza Marina, rischia di sparire per sempre, cancellato dalle infiltrazioni di pioggia che sconquassano le loro tombe nella cappella della Madonna della Guadalupe. Una legge del contrappasso degli elementi della natura, che rischia però di cancellare e per sempre un importante tassello di storia. Le sepolture degli inquisitori spagnoli che amministravano giustizia a Palermo si trovano all’interno della chiesa di santa Maria degli Angeli, detta la Gancia, in una cappella a destra dell’altare: al momento totalmente puntellata perché rischia il crollo.
A complicare la sorte della Guadalupe è il fatto che la cappella e la sagrestia sono di “proprietà della nazione spagnuola” fatto che in molti casi diviene un ostacolo per una burocrazia di per sé tortuosa. La chiesa della Gancia, inoltre, non è della Curia ma del ministero degli Interni. Proprio per il fittissimo intreccio tra storia spagnola e siciliana, sono presenti a Palermo (ed ancora rispettate, che strano!!, contrariamente a quanto avviene per i monumenti sabaudi) numerose effigi in onore di Carlo V e di altri sovrani spagnoli – e la continua influenza spagnuola sulle vicende storico-artistiche-demo-culturali palermitane dal Quattro al primo Settecento dovrebbero facilitare i protocolli d’intesa, almeno quando in gioco vi è la sopravvivenza stessa di testimonianze storiche europee.
Forse è solo un problema di comunicazione, per cui in Spagna percepiscono come un semplice, residuale accidente della loro presenza nell’isola quello che invece è parte di un mosaico ricchissimo e complesso, che dall’uso delle nacchere nelle processioni della Settimana Santa si estende ai crocifissi parossisticamente realistici di Frate Umile da Petralia, ai decori, alle architetture effimere e in pietra. Forse potrebbe essere utile, in tempi di riletture della storia europea in chiave di contaminazione e scambi organizzare una esposizione con l’Istituto di cultura italiano madrileno (come suggerisce il giornalista Sergio Troisi) per dimostrare quanto della Spagna del “siglo de oro” sia penetrato nella cultura siciliana e credo anche della cultura del regno delle Due Sicilie.

da varie ricerche sul web

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