Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Appunti sulla morte del Caravaggio

Michelangelo Merisi da Caravaggio, pittore che aveva goduto della protezione di cardinali e prelati, famoso e imitato, ma anche ricercato dalle guardie papali per un omicidio commesso a Roma nel 1606, viene ritrovato cadavere sulla spiaggia di Porto Ercole.
Era quell’individuo male in arnese e dal volto sfregiato che da due giorni arrancava lungo il litorale imprecando contro il sole e maledicendo una nave che solo lui vedeva.
Misesi in una felluca con alcune poche cose per venirsene a Roma [da Napoli], tornando sotto la parola del cardinal Gonzaga, che co’ il pontefice Paolo V la sua remissione trattava. Arrivato ch’egli fu nella spiaggia, fu in cambio fatto prigione e posto dentro le carceri, ove per due giorni ritenuto e poi rilassato, più la felluca non ritrovava, sì che postosi in furia, come disperato, andava per la spiaggia sotto la sferza del solleone a vedere se poteva in mare avvistare il vascello che le sue robe portava. Ultimamente, arrivato in un luogo della spiaggia misesi in letto con febbre maligna e senza aiuto umano tra pochi giorni morì malamente come appunto male aveva vivuto.Giovanni Baglione, Le vite de’ pittori, scultori, architetti e intagliatori…, Roma 1642.

Caravaggio_-_Sette_opere_di_Misericordia_(1607,_Naples)Così racconta gli ultimi giorni del Caravaggio uno dei suoi principali biografi; un commentatore non proprio distaccato, come si vede dal veleno nella coda della frase, che aveva incrociato il pittore “nelle aule giudiziarie” e, pittore a sua volta, ne aveva inizialmente subito il fascino per poi arrivare a un odio sincero e confessato.
Forse ne aveva subito anche la concorrenza, nel campo amicizie, protezioni e commissioni.
Con la versione dei fatti data da Baglione concorda l’abate Giovan Pietro Bellori: egli in una sua opera del 1672 non aveva nulla di personale contro Caravaggio ma lo detestava in quanto caposcuola della pittura naturalista.
Un terzo biografo fa giungere Caravaggio direttamente da Malta alla costa tirrenica e in una lettera al cardinale Scipione Borghese si legge che “il povero Caravaggio non è morto in Procida ma a Port’Hercole, perché essendo capitato con la felluca, in quale andava a Palo, ivi da quel Capitano fu carcerato […] si liberò con uno sborso grosso di denari, e per terra, e forse a piedi si ridusse sino a Port’Hercole, dove ammalatosi ha lasciato la vita”. 

Si potrebbe quindi sollevare qualche dubbio sul racconto di Baglione: ma la morte del pittore a Porto Ercole è certa e datata al 18 luglio, e le sue modalità tragiche sembrano veramente la conclusione più adatta a una vita tormentata. Potrebbe essere morto in seguito alle ferite mal curate ricevute da un gruppo di oscuri sicari, papalini o maltesi, l’anno prima a Napoli, o assassinato a Porto Ercole, o rimasto vittima della malaria.
I due giorni passati errando sulla spiaggia, solo, col cervello già in condizioni critiche (un suo cliente, in Sicilia, già lo aveva definito “cervello stravolto”) bruciato dal sole, privato dei suoi pochi averi dalla fuga della feluca che li trasportava, aggiungono al dramma un sapore di punizione che a Baglione non sarà certo dispiaciuto.
Ma perché andare all’Argentario, avendo Roma come meta? Perché l’annunciato provvedimento di grazia che gli condonava la pena capitale non aveva ancora i crismi dell’ufficialità, ed era più prudente sbarcare in territorio appartenente al regno di Napoli anziché negli stati pontifici. E prima ancora, perché lasciare Napoli, dove non gli mancavano committenti disposti a pagarlo bene, se non nella prospettiva di porre fine a una vita da fuggiasco ed evitare una condanna a morte che poteva avvenire anche per mano di un sicario, come nell’oscura aggressione che aveva subito appena tornato dalla Sicilia?
Oltretutto, come vedremo, aveva nemici anche tra i Cavalieri di Malta. Se poi ci si chiede il motivo del suo arresto e quello della partenza precipitosa dell’imbarcazione – ma forse era una specie di postale e aveva un calendario da rispettare – si potrebbe ipotizzare una trappola ben ordita, a un’organizzata fuga di notizie sulla grazia per fare in modo che Caravaggio si consegnasse alle guardie spagnole di stanza a Porto Ercole, disponibili a eseguire il lavoro sporco per conto terzi, liberando così papa Paolo V dall’impaccio in cui lo avevano messo le insistenze del diletto nipote Scipione Borghese, cardinale per meriti parentali e peroratore della causa del condannato.
Sarà molto difficile scoprire cosa sia avvenuto durante quei due giorni di carcerazione; sulle motivazioni dell’arresto qualcuno parla di uno scambio di persona, con Caravaggio preso per un ricercato anche a causa delle ferite che portava ancora in volto (“per li colpi quasi più non si riconosceva” – Baglione) o di un provvedimento di rito, secondo la legge che imponeva al graziando di non essere a piede libero al momento della concessione del perdono. E l’insistenza dei biografi sulla grossa somma sborsata per farsi liberare maschererebbe un ben più volgare rapina. Per complicare le cose, Caravaggio si sarebbe qualificato davanti agli spagnoli come cavaliere di Malta, mentre non lo era più, e non cavaliere di Spagna, onorificenza da poco attribuitagli da re Filippo III.

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desidero sottoporvi un articolo di Fabrizio Montorno dell’8 gennaio 2010

Caravaggio fu ucciso dal “morbo del pittore”  – Avvelenato da colori con piombo e arsenico
Ad uccidere Caravaggio nel 1610 a Porto Ercole, in Toscana, potrebbero essere state le conseguenze del cosiddetto “morbo dei pittori” o “saturnismo“, in pratica un avvelenamento provocato dal piombo e dall’arsenico presenti in grande quantità all’epoca nei colori e che provoca sintomi molto simili a quelli della malaria e del tifo, le due ipotesi finora avanzate, insieme con la brucellosi, per la morte del pittore lombardo.
A formulare per la prima volta questa ipotesi è Silvano Vinceti, presidente del comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storico culturali e ambientali che da qualche settimana è impegnato, insieme con gli esperti del dipartimento di antropologia dell’università di Bologna, nella ricerca dei resti del pittore nel piccolo cimitero di Porto Ercole.
«Domani (oggi per chi legge, ndr) – sottolinea Vinceti -, la ricerca entrerà nel vivo a Ravenna, nel laboratorio del dipartimento universitario diretto dal professor Gruppioni, dove sono stati portati i resti di circa 40 corpi recuperati nel piccolo cimitero toscano». Esclusi quelli di bambini e ragazzi, in programma c’è l’esame al carbonio 14 per individuare tra i resti sicuramente appartenuti a maschi giovani (Caravaggio morì non ancora quarantenne) quelli dei morti intorno a quella data, poi si passerà alla comparazione con il Dna dei discendenti del pittore che ancora vivono nel paesino lombardo di Caravaggio.
In caso di successo, sostiene Vinceti, partirà la terza fase con l’esame dei resti ossei affidato al dipartimento di biologia dell’università di Pisa diretto dal professor Malleni, lo stesso che due anni fa trovò nei resti ossei di Poliziano e Pico tracce di arsenico tali da provare una morte causata per entrambi da avvelenamento (in quel caso sembra da vino).
L’ipotesi di una morte causata da saturnismo, che pure deve essere verificata sul piano scientifico, si basa, spiega Vinceti, sul lavoro di una esperta del team, la dottoressa Alessia Cervone, che confronta documenti storici, teorie mediche e tossicologiche. Punto di partenza, la considerazione che piombo e arsenico erano allora presenti in grande quantità nei colori tanto che molti pittori dell’epoca e poi anche nelle epoche successive hanno sofferto del problema, compresi Goya e Van Gogh. Caravaggio poi aveva abitudini di vita molto disordinate, viveva e mangiava in mezzo ai colori, ignaro delle conseguenze.
La ricerca comunque va avanti, conclude Vinceti. E per maggio è prevista l’uscita di un volume sui misteri di Caravaggio, scritto a quattro mani con il professor Gruppioni.
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01/04/2012 Leggo, su gazzettadelsud.it, un articolo di Silvia Lambertucci che riporto per lasciarne traccia…

Caravaggio? Fu ucciso
Un “omicidio di Stato” che venne occultato

Una serie di documenti scoperti nell’Archivio Vaticano sembra contraddire le fonti ufficiali  

Caravaggio - Davide e Golia

Caravaggio – Davide e Golia

Dannato e maledetto fino alla fine, il grande Caravaggio. Tanto da finire vittima di una congiura, anzi di un “omicidio di Stato“. Assassinato, come nei suoi peggiori incubi, quelli che in uno dei suoi ultimi capolavori lo avevano portato a dipingere il suo autoritratto nella testa mozzata e nel volto tumefatto del Golia. È una ricerca dello storico napoletano Vincenzo Pacelli, studioso fra i più conosciuti del genio lombardo, a riportare l’attenzione sulla sua biografia. Con una tesi, basata su documenti scoperti nell’archivio Vaticano e nell’Archivio di Stato, che contraddice l’annuncio trionfale del ritrovamento un anno fa a Porto Ercole delle ossa del pittore, che sono state pure esposte (ma in verità i ricercatori avevano parlato, secondo stime prudenziali, di una percentuale dell’85% di certezza nell’identificazione). E punta a scardinare convinzioni di secoli sul luogo, ma anche sulle cause della sua morte.

Pacelli ne è certo: Caravaggio non è morto a Porto Ercole, bensì a Palo, a pochi chilometri da Civitavecchia, che all’epoca era il porto di Roma. E la sua è stata una morte violenta, anzi «un omicidio di Stato». Organizzato «dall’Ordine di Malta, per l’offesa arrecata ad un potente cavaliere, con il tacito assenso della Curia romana».

Da tempo interessato all’ultimo periodo del Caravaggio, a proposito del quale anni fa ha pubblicato un’inedita corrispondenza fra il Nunzio apostolico nel Regno di Napoli Deodato Gentile ed il cardinale Scipione Borghese, potentissimo segretario di Stato Vaticano, lo storico napoletano è ora in procinto di pubblicare i risultati di un nuovo lavoro condotto con un team di 18 studiosi, fra storici, restauratori, medici, radiologi, diagnosti (“Michelangelo Merisi detto Caravaggio tra arte e scienza”, Paparo Editore).

Un capitolo importante sarà dedicato agli ultimi giorni di vita del grande pittore con nuove ricerche condotte da Francesca Curti e Orietta Verdi, esperte dell’Archivio di Stato.

Partito da Napoli, dove tra l’altro era stato vittima tempo prima di una misteriosa e violentissima aggressione, Caravaggio era diretto a Roma, dove sperava di ottenere la grazia per la condanna a morte che da anni pendeva sul suo capo.
Era il luglio del 1610 quando si imbarcò dal porto di Chiaia su una feluca. Con sé aveva tre tele destinate al cardinal Scipione, che avrebbe dovuto aiutarlo ad ottenere il perdono papale.
Invece a Roma non arrivò mai.
La storiografia ufficiale lo dice morto di malattia a Porto Ercole. Ma in quella storia, secondo Pacelli, c’è qualcosa che non quadra. Tanto più che tra Palo, dove sicuramente Caravaggio è approdato (ci sono documenti che attestano un suo arresto nella località feudo degli Orsini), e Porto Ercole, dove il pittore sarebbe giunto «a piedi», ci sono cento chilometri, «allora disseminati di paludi».
Insomma, le fonti ufficiali, sostiene il professore, «rivelano contraddizioni a ogni piè sospinto». Pacelli ne cita a profusione e punta il dito anche sulla corrispondenza fra il Nunzio e il segretario di Stato dove «curiosamente si smentisce la notizia che Caravaggio sia morto a Procida, un posto con il quale Caravaggio non ha mai avuto niente a che fare, per poi indicare la località di Porto Ercole».

Al contrario, fa notare, Giulio Mancini, medico di Caravaggio, scrive che il pittore è morto a Civitavecchia, «ma su quel documento il termine è cancellato e poi da altri corretto in Porto Ercole». Mancini parla anche di morte «violenta», così come Francesco Bolvito bibliotecario dei Teatini, che nel 1630 scrive che «il pittore è morto assassinato».
Non solo: sarebbe un falso, secondo Pacelli, anche il documento ritrovato nel 2001, che attesta la morte di Caravaggio a Porto Ercole arretrandola di un anno (al 18 luglio 1609).
Il corpo poi sarebbe stato gettato in mare: altrimenti la sua tomba non sarebbe mai stata dimenticata.


Vedi anche: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio

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