Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Appunti sull’emigrazione

un articolo di AURA

EMIGRAZIONE

L’emigrazione segnò la fine della vita contadina in Europa e segnò anche l’inizio della vita in America. É stata il fenomeno più complesso della società europea tra la fine dell’800 e il primo decennio del 900. La storia degli ultimi decenni dell’800 e dei primi del ‘900 è caratterizzata da un fortissimo flusso migratorio soprattutto verso l’America. Tutti i paesi europei, tranne la Francia, conobbero questo fenomeno.

In questo periodo milioni di persone lasciarono la loro patria per raggiungere terre lontane dove trovare quel benessere che la patria loro negava.

In questi paesi gli emigranti trovarono lingue diverse, climi cui non erano abituati, usanze strane e, per la maggior parte furono costretti a cambiare il proprio modo di vita. 

Il perchè

Alla base del fenomeno che disperse nel mondo circa 40 milioni di europei, stavano: la sovrappopolazione rurale, i bassi salari dell’industria, la disoccupazione, le carestie e le persecuzioni religiose e politiche.

1905 donne italianeI motivi principali per l’emigrazione sono da ricercare nella ricerca di migliori condizioni di vita. La carestia determinò la fuga di oltre 1,5 milioni di Irlandesi verso gli Stati Uniti dove, dal 1915 al 1924 si erano anche rifugiati oltre 100.000 Armeni per sfuggire ai periodici massacri da parte dei Turchi (v. La masseria delle Allodole). Per gli emigranti italiani che lasciarono l’Italia dal 1876, il motivo prevalente fu quello economico.  

Questo movimento migratorio fu facilitato dallo sviluppo dei trasporti transoceanici che avevano fatto diminuire notevolmente sia il costo del viaggio sia il tempo del tragitto.

La prima ondata migratoria interessò inglesi ed irlandesi, tedeschi e scandinavi; la seconda, invece, russi, europei dell’est, italiani, spagnoli e portoghesi. Tra il 1876 e la prima guerra mondiale, lasciarono l’Italia oltre 14 milioni di individui. Inizialmente le regioni più colpite furono quelle settentrionali, in primo luogo il Veneto (con un flusso particolarmente massiccio verso il sud del Brasile) ma anche Friuli, Lombardia e Piemonte. Il fenomeno si estese massicciamente al meridione solo nella metà degli anni ottanta in conseguenza dell’aggravarsi della crisi agraria dove  le regioni più colpite furono Campania, Sicilia e Calabria.

In quasi tutte le regioni l’emigrazione crebbe regolarmente sino ai primi del ‘900 quando raggiunse i livelli massimi. Le partenze seguirono l’andamento della crisi agraria con un primo picco nel 1883, ed un secondo picco nel 1887 cui seguì un momentaneo ma significativo calo che riflette la svolta protezionistica del governo.

Numericamente molto più modesta fu, in Italia, l’emigrazione per sfuggire a persecuzioni politiche. A parte pochi perseguitati “politici” nel periodo risorgimentale e post-unitario (prima i “liberali” poi gli anarchici ed i socialisti), è con il fascismo che si registra un importante esodo motivato dalle persecuzioni politiche e razziali. Anche se non coinvolse i milioni di individui registrati dalle migrazioni degli inizi del secolo, questo fenomeno non fu meno importante per la società italiana, in quanto privò la nazione di una significativa porzione della propria classe dirigente ed intellettuale.

La maggior parte dei politici fu favorevole a questo fenomeno in quanto la pressione demografica si alleggeriva, s’intensificavano i rapporti con le terre d’immigrazione e le rimesse degli emigrati, in altre parole il denaro da loro inviato alle famiglie, costituivano una nuova ricchezza per il Paese. Tuttavia i costi umani furono altissimi, aggravati, anche, dalla totale assenza di protezione da parte dello Stato Italiano verso i suoi cittadini all’estero e dalla moltitudine di profittatori che sfruttavano l’inesperienza e lo smarrimento degli emigrati.

Ma come si diffuse questo mito dell’America? Semplicemente, dalla comunicazione diretta con coloro che avevano già vissuto o stavano vivendo, questa esperienza. Furono le lettere, che resero note a coloro che erano rimasti le difficoltà, certo, ma anche le nuove possibilità offerte dagli Stati Uniti: la disponibilità di posti di lavoro, i livelli, spesso incredibilmente più alti, di salario, i casi, non per questo meno esemplari, di “paesani già riusciti a far fortuna.”

naviMa soprattutto furono le “rimesse”, i soldi inviati a casa dagli emigrati, la prova concreta della possibilità, in America, non solamente di sopravvivere, ma anche di risparmiare somme considerevoli. Furono anche, come provano tante testimonianze, i racconti diretti degli emigranti di ritorno dagli USA, che fecero spesso da tramite diretto per l’emigrazione dei loro compaesani. 
Non è un caso, però, che assai spesso di questi mezzi di comunicazione diretta si valsero le forze economiche dagli imprenditori americani che chiedevano ai loro dipendenti italiani di scrivere a parenti ed amici consigliando loro di raggiungerli ( allargando così la disponibilità di forza-lavoro), alle compagnie di navigazione e ai mediatori di manodopera che si servivano di emigrati di ritorno dagli USA come di propri agenti diretti. 
Ad una diffusione, per così dire spontanea, del mito, si accompagnò quindi un’azione accurata di propaganda che passò anche attraverso la diffusione di volantini, manifesti (come quello, famoso raffigurante un emigrante che usciva dalla fabbrica, con la borsa piena di dollari, per entrare in banca).

Per la maggior parte gli emigranti, erano contadini poveri ed analfabeti che erano facilmente ingannati da cittadini privi di scrupoli, i cosiddetti “agenti di emigrazione” che agivano per conto dei Paesi stranieri bisognosi di manodopera, i quali versavano una tangente per ogni lavoratore “importato” oppure dalle Compagnie di navigazione che realizzavano forti guadagni con la vendita dei biglietti di viaggio.

il viaggio dei poveri

Le compagnie di navigazione che trasportavano gli emigranti negli Stati Uniti avevano i loro agenti disseminati un po’ dappertutto; il loro interesse a diffondere il mito dell’America era enorme in quanto i  milioni di europei che in pochi decenni attraversarono l’oceano rappresentarono per le compagnie di navigazione, grandi e piccole, la possibilità di alti profitti in tempi assai brevi rispetto agli investimenti. Anche in Italia  le compagnie armatoriali crearono una fitta rete di agenti  per accaparrarsi gli emigranti; quelli che volevano abbandonare l’Italia erano moltissimi e le tangenti che gli armatori pagavano per ogni biglietto venduto erano altissime. Gli abusi, le speculazioni e le truffe erano all’ordine del giorno. Erano gli stessi agenti che in molti casi anticipavano ai più disgraziati il denaro per il biglietto con un tasso d’interesse da brivido. Il Governo in seguito alle ripetute denuncie sull’illegalità nella quale agivano le compagnie fu costretto a diffondere una serie di opuscoli per mettere in guardia gli emigranti. “Il vettore – si legge in uno di questi – è tenuto a non chiedere altro che il prezzo del biglietto e in caso di infrazione a pagare il doppio del prezzo del biglietto, o a risarcire i danni.”

Julia Goniprow, emigrata negli Stati Uniti dalla Lituania nel 1899, sintetizza l’esperienza di moltissimi, anche in Italia: Il giorno in cui sono partita mia madre mi ha accompagnato alla stazione ferroviaria. Quando l’ ho salutata mi ha detto che per lei era come veder chiudere la mia bara. Non l’ ho mai più vista.

 

Il viaggio

Nel 1900 gli investimenti delle compagnie di navigazione europee avevano già raggiunto una cifra molto elevata: 118.000.000 di dollari. Si trattava di investimenti che rendevano bene. Il costo del biglietto si aggirava mediamente sulle 150 lire per arrivare a 190 lire per le navi migliori, una cifra che corrispondeva nel 1904 a 100 giornate lavorative di un bracciante agricolo. Uno dei motivi, che spiega il crescente numero di emigranti che si recarono negli Stati Uniti e l’affollamento eccessivo delle navi, è la riduzione del costo del biglietto via mare. All’epoca per un viaggio in terre così lontane si spendeva notevolmente meno che per un viaggio all’interno dell’Europa. Le navi che gli agenti delle compagnie di navigazione descrivevano agli emigranti non avevano nulla a che vedere con le carcasse utilizzate alla bisogna da imprenditori navali privi di scrupoli.

Gli emigranti sognavano il Paradiso e spesso trovavano l’Inferno.

“Tonnellata umana”, “Navi di Lazzaro” vennero di volta in volta definiti questi bastimenti che trasportavano coloro che avevano acquistato il “mito dell’America” assieme al biglietto di terza classe. Nella stiva delle navi più capaci prendevano posto spesso più di 2000 persone, la capacità reale era di 600-1000. Non vi erano limiti alla capacità perché non esistevano controlli, tutto veniva lasciato alla discrezione degli armatori e dei comandanti delle navi. Nel 1897 l’On. Pentano accusò alla Camera gli armatori di sfruttamento degli emigranti sostenendo tra l’altro che le “navi utilizzate erano le peggiori per la velocità (circa 30 giorni di viaggio), l’igiene, la tecnica di costruzione, spesso vengono adibite al trasporto passeggeri vecchie navi mercantili con ponti posticci….”. L’ispettore del porto di Genova, Nicola Malnate, osservava nel 1898 che il trasporto degli emigranti avveniva sulle stesse navi che erano servite alla tratta degli schiavi, con velocità di 8 miglia e meno di due metri cubi d’aria per ogni passeggero di terza classe contro i 2,5 prescritti. “L’odore che veniva dalle stive attraverso i boccaporti era tale da non poter immaginare fosse di persone umane”. I casi di “incidenti” su questi piroscafi erano più che frequenti tanto che in breve tempo vennero definiti i “vascelli della morte”. Il “Matteo Bruzzo” compì un viaggio di tre mesi affondando con centinaia di cadaveri. Il piroscafo “Carlo Raggio” partito il 18 dicembre del 1888 con 1851 passeggeri di terza classe lamentò 18 vittime per fame. Questo stesso piroscafo in un viaggio del 1896 ebbe 200 morti per un’epidemia di colera.

f_partenzaNella zona del porto v’erano baracche che servivano da dimora temporanea agli emigranti in attesa. Qui un uomo poteva dormire per pochi soldi per notte, ovviamente dormiva sulla paglia in  una stanza di quattro metri e mezzo per cinque per quaranta persone. Vivere in simili condizioni era difficile. Isolati e completamente estranei al mondo circostante, si adattavano a fatica al rapido susseguirsi di nuove situazioni; anche il semplice fatto di dar da mangiare a una famiglia attingendo alle risorse sempre più esigue del piccolo gruzzolo, era un problema arduo ed esasperante. Per di più i quartieri in cui vivevano era sudici e malfamati, erano luoghi di vizio e di speculazioni rischiose, ma ciò serviva se non altro ad abituarli a quei problemi che avrebbero dovuto affrontare per il resto della vita. Non per questo accettavano  la prospettiva di un simile futuro; al contrario, si consolavano soltanto pensando che non si trattava di una situazione definitiva. Quando l’emigrante arrivava al porto, la lunghezza della sosta variava assai. Talvolta si prolungava per settimane e mesi in quanto all’inizio del XIX secolo le piccole imbarcazioni su cui viaggiavano gli emigranti non avevano orari. I passeggeri non avevano modo di sapere in precedenza quando sarebbe salpato un bastimento. Non potevano far altro che recarsi a un porto, fidando che la sorte li portasse al cospetto di un capitano sul punto di levare l’ancora e disposto a imbarcarli. Anche in questa ipotesi, una volta presi gli accordi per il passaggio, poteva esservi ancora un duro periodo di attesa fintanto che si completasse il carico. Nel frattempo il gruzzolo si assottigliava sempre più. Soltanto sul finire del periodo migratorio le enormi difficoltà di vita nei porti si alleviarono. La regolarità delle partenze dei piroscafi e l’opportuno preavviso posero fine alle interminabili soste in città, e l’intervento dei governi provvide a sistemare gli emigranti in appositi quartieri. Non mancò chi, anche in questo periodo più felice, trovò poco gradevoli gli ospizi loro destinati. Ma certo non aveva neppure la più lontana idea della miseria delle prime baracche.

Fin dopo la metà del XIX secolo il trasporto degli emigranti avvenne su velieri che erano scarsi di numero, seguivano una rotta irregolare e non avevano una destinazione precisa. Spesso, fino al momento di salpare, il capitano non sapeva verso quale porto si sarebbe diretto; generalmente il corso della nave era imposto dal carico. Ma anche quando la nave era già in rotta, c’era sempre il pericolo che il vento o le condizioni meteorologiche imponessero un mutamento. Era raro che i passeggeri potessero protestare o arrivassero addirittura a rivoltarsi, come avvenne sul Mary Ann nel 18I7. Di solito gli emigranti non si facevano illusioni di poter scegliere questo o quel posto di sbarco nel Nuovo Mondo; se riuscivano a toccar terra in qualche spiaggia d’America era già abbastanza.

E non potevano esser neppure troppo esigenti per quanto riguardava il mezzo di trasporto. Facendo il calcolo del loro sudato gruzzolo, gli emigranti sapevano quanto scarse fossero le possibilità di pretendere condizioni favorevoli. Il prezzo del viaggio poteva, naturalmente, essere discusso; non v’erano tariffe fisse, e non era raro il caso che i passeggeri della stessa nave scoprissero nel corso della traversata che il prezzo variava a seconda dell’abilità delle diverse parti nel contrattare. Ma a lungo andare gli armatori riuscirono a imporre condizioni più vantaggiose per sé e poterono avvicinare la tariffa al limite massimo anziché a quello minimo. In realtà, con l’aumento del traffico i capitani non ebbero più il compito di svolgere personalmente le trattative. La contrattazione fu affidata a intermediari. Commissionari intraprendenti acquistavano tutto lo spazio disponibile della nave e rivendevano il diritto di passaggio agli emigranti.

Com’era prevedibile, il desiderio di guadagno ingigantiva l’immaginaria capienza dei velieri fin oltre il lecito; tanto oltre il lecito da provocare l’intervento del governo. Ma anche quando i governi americano e britannico cominciarono a regolare il numero dei passeggeri e, quando, dopo il 1850, imposero l’osservanza delle leggi relative, l’emigrante fu ben poco protetto. I commissionari continuarono a vendere quanti più biglietti potevano e agli acquirenti al di sopra del limite legale, quando veniva loro negato il permesso d’imbarco, non rimaneva altra speranza se non quella di riacciuffare l’imbroglione che li aveva raggirati e di farsi restituire il denaro.

Intanto, finalmente, s’avvicinava il giorno dell’imbarco. Al mattino il fortunato di turno raccoglieva con ansia le sue povere cose, s’affrettava dal suo alloggio verso la nave. I bambini si trascinavano dietro i pagliericci su cui erano soliti dormire, mentre gli uomini faticavano a spingere avanti gli ingombranti barili contenenti le loro riserve d’acqua, a trasportare le logore cassette rimpinzate di masserizie.

emitot2Prima dell’imbarco i passeggeri venivano lavati con un bagno disinfettante, i loro bagagli disinfestati e dovevano passare una prima visita medica. Poiché le compagnie marittime potevano pagare una multa di $100 per ogni persona cui veniva rifiutato l’ingresso negli Stati Uniti, queste si rifiutavano di imbarcare chiunque apparisse malato o menomato. Non era ancora il momento d’aprirsi un varco sulla nave, bensì fra una calca premente e stanca dalla lunga attesa che cercava di non perdersi di vista. Erano assordati dalla loro stessa rumorosità impaziente e dalle grida dei venditori ambulanti, che offrivano a viva forza nocciole e caramelle per le ore di attesa, vasi e provviste per il viaggio. Alcuni, dopo aver aspettato tanto tempo, non volevano attendere oltre e cercavano di arrampicarsi alle corde penzolanti lungo le fiancate. Ma la maggior parte se ne stava ansiosamente immobile e quando veniva il momento si spingeva avanti a furia di gomiti finché si trovava a bordo.

Il viaggio era lungo; di media da Liverpool a New York durava circa quaranta giorni. Se il tempo era propizio lo si poteva compiere in un mese, se era avverso se ne impiegavano due o tre. La durata era incerta poiché la nave era alla mercé dei venti e delle correnti, della scarsa competenza dei suoi piloti e dell’ignoranza dei suoi pochi esperti marinari. In un solo anno fra il 1820 e il 1830 sulla rotta fra Liverpool e Quebec diciassette velieri finirono in fondo al mare. Gli incendi, poi, provocati dall’incuria dei passeggeri o dell’equipaggio, aggiungevano altri rischi alle tribolazioni del viaggio. Non potendo pagarsi il viaggio in  cabina come altri  viaggiatori che potevano pagare per la traversata dalle venti alle quaranta sterline, il  mondo di questi malcapitati era quello della stiva.

f_viaggioLa stiva era sotto i ponti, e misurava di solito circa ventitre metri di lunghezza, per sette di larghezza, per uno e settanta di altezza. Immaginiamo di scendervi: nella luce incerta si intravede nel mezzo un passaggio largo circa un metro e cinquanta. Ci vorrà qualche minuto prima che si possano distinguere le forme dei diversi elementi, i gabinetti all’una e all’altra estremità (ma solo per le donne; gli uomini dovevano salire sul ponte); uno o più fornelli per cucinare; le tavole. Il passaggio stesso è formato da due file di cuccette che corrono lungo il fianco della nave. Una tramezza di legno sale dal pavimento al soffitto a separarla dal corridoio; un’altra è tesa orizzontalmente dalla parete al corridoio in modo da creare due ripiani. Negli scomparti sono le cuccette, larghe tre metri, lunghe un metro e mezzo e alte meno di novanta centimetri. Per tutta la durata del viaggio, ognuna di queste cuccette servirà da dimora a un numero di persone variante da sei a dieci.

dormitorio naveQuesta era la stiva. Qui gli emigranti conducevano la loro vita, di giorno e di notte. Se il capitano era generoso, permetteva loro l’accesso su una parte del ponte ad ore determinate. Ma il tempo cattivo spesso li privava di tale privilegio e li teneva sotto coperta per giorni interminabili. La vita era assai dura. Ogni famiglia riceveva la sua razione giornaliera d’acqua, con l’aggiunta di dosi sempre più abbondanti di aceto per diminuire il cattivo odore. Dalla modesta provvista di viveri portata con sé, la madre riusciva a stento a tirar fuori il necessario per tutta la durata del viaggio. Essa sapeva che se le patate si fossero esaurite c’era soltanto il capitano a cui rivolgersi, ma costui poteva anche esser tanto spietato da pretendere in cambio fino all’ultimo oggetto che possedessero. Difatti alcuni capitani ingannavano di proposito gli emigranti sulla durata del viaggio per poter speculare vendendo loro cibi e acquavite.

Più tardi, verso la metà del secolo, il governo stabilì quali vettovaglie ciascun passeggero doveva portare con sé. Ma v’era sempre il mezzo di eludere i regolamenti; piccole imbarcazioni seguivano la nave fuori dal porto e riportavano a terra i barili e le casse controllati dall’ispettore. Non v’era da sorprendersi che le malattie fossero visitatrici abituali. L’unico mezzo di aerazione erano i boccaporti, che col brutto tempo venivano chiusi. Quando erano aperti, all’interno non c’era un’aria soffocante, ma si pativa il freddo per mancanza di fuoco. I topi erano di casa nella sporcizia e nel disordine. Risultato di tutto ciò: il colera, la dissenteria, la febbre gialla, il vaiolo, il morbillo, e la non meglio definita  “febbre dei porti”, in cui si faceva rientrare qualsiasi malattia. Non sempre la situazione era così tragica come sull’April, ove, su millecento emigranti tedeschi, cinquecento ne morirono durante la traversata; la mortalità normale era del 10% circa, per quanto nell’anno più tremendo, cioè nel 1847, salisse quasi al 20%.

Testimonianza del viaggio: «Ovviamente eravamo nella stiva. Ciascuno aveva del cibo con una puzza diversa e l’aria era così spessa e densa di fumo e secrezioni corporali che la testa prudeva. E quando te la grattavi la mano era piena di pidocchi. Questo l’abbiamo patito per 6 settimane.»Sophia Kreitzberg Ebrea Russa 1908

Non c’è né spazio nè sotto coperta né sul ponte. I 900 passeggeri sono stipati come bestie. Col tempo buono è impossibile passeggiare sul ponte e con quello cattivo egualmente impossibile respirare aria pulita fra le cuccette. Le stive delle moderne navi dovrebbero essere considerate inadatte al trasporto di passeggeri. Scrittore Edward Steiner

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L’arrivo

cop_emiSicuramente il momento più importante ed atteso per l’emigrante era l’arrivo. Il punto di ingresso principale negli Stati Uniti era New York dove dal 1855 era attiva la stazione di ricevimento e sosta di Castel Garden (che era stata prima una fortezza e successivamente un teatro). Castel Garden chiuse nel 1890, anche a seguito di polemiche su presunte truffe ai danni degli immigrati. Il 1° Gennaio 1892 aprì il primo nucleo di Ellis Island un isoletta di fronte al porto di New York, per essere sottoposti alla visita medica e ad altri controlli. Il governo degli Stati Uniti voleva essere certo che si trattasse di sani ed onesti lavoratori che “non vivranno alle spalle dei contribuenti”.  Per chi arrivava a Boston, il secondo porto di ingresso, vi era un cupo capannone messo a disposizione dalle compagnie marittime. A Baltimora gli immigrati venivano ispezionati al Baltimore & Ohio Railroad Reception Center. Gli immigrati in arrivo a San Francisco, prevalentemente cinesi, erano esaminati a Angel Island. Per chi arrivava in Canada il passaggio obbligato era il molo 21 (Pier 21). In Brasile i molti italiani diretti a Sao Paulo sbarcavano nel porto di Santos ed erano avviati verso l’Hospedaria de Imigrantes prima di raggiungere i nuovi luoghi di residenza.

Un cronista del 1920 scrisse: “..sono 3000, sono arrivati, sono tutti sulla banchina, stanchi, affamati, con in mano il “libretto rosso” (che li bolla come analfabeti) o il “foglio giallo” che dà qualche maggiore speranza; ma per tutti c’è ora la quarantena, un attesa lunga, snervante; e per alcuni -che prima di partire hanno venduto case e podere, o si sono indebitati per fare il viaggio-  non è solo stressante ma è un’attesa angosciante”.

Il processo di selezione

Ellis_island_1902

Ellis Island, l’isola delle lacrime,  si trovava proprio di fronte a Manhattan, nella bellissima baia naturale in cui è situato il porto di New York, a pochi minuti di traghetto dall’isola principale che costituisce il cuore della Grande Mela; era un isolotto, la prima tappa per oltre quindici milioni di immigrati che partivano dalle loro terre di origine sperando di stabilirsi negli Stati Uniti. Era  stata disegnata per “lavorare” migliaia di immigrati al giorno, spesso più di 5000. La “casa di prima accoglienza-prigione” rimase attiva fino al 1954, quando fu chiusa e abbandonata alle intemperie. Oltre cento milioni di americani possono far risalire la loro origine negli Stati Uniti a un uomo, una donna o un bambino che passarono per la grande Sala di Registrazione a Ellis Island. Con la nota passione per le curiosità statistiche degli americani, l’autore del libro “Ellis Island, Una storia illustrata dell’esperienza degli emigranti” ci segnala che il giorno di maggior traffico per Ellis Island è stato il 17 Aprile 1907 con 11.747 ingressi. Il 1907 vince anche la palma dell’anno di maggior transito: oltre un milione di arrivi.

Il ciclo di ispezione doveva funzionare come un’efficiente catena di montaggio con agenti federali che esaminavano sistematicamente “il candidato” per verificare se, come richiedeva la legge sull’immigrazione, avesse “senza dubbio diritto allo sbarco”. 
Ognuno aveva compiti specifici e, mediamente, il processo durava dalle 3 alle 5 ore. Il tasso di “rigetto” era solo del 2%, ma circa il 20% veniva tenuto per più giorni al fine di completare esami complementari. 
Molti di coloro che venivano rigettati,  si tuffavano in mare e cercavano di raggiungere Manhattan a nuoto o si suicidavano, piuttosto che affrontare il ritorno a casa.

PSM_V82_D012_Eye_examination_at_ellis_islandVa fatto notare che questa “catena di montaggio” si applicava solo a chi viaggiava nelle stive (o terza classe), mentre chi viaggiava in prima e seconda classe poteva essere ispezionato a bordo per poi sbarcare al molo di arrivo. 
Queste ispezioni erano molto più superficiali tanto da spingere alcuni emigranti, che temevano di non superare le visite più rigorose di Ellis Island, a pagare il più caro biglietto di seconda classe.
Appena la nave attraccava ai moli sul fiume Hudson ai passeggeri veniva ordinato di raccogliere i propri bagagli e di raccogliersi sul ponte per l’appello. Ogni immigrante in arrivo portava con sé un documento con le informazioni riguardanti la nave che l’aveva portato a New York e cucito sugli abiti un cartellino con un numero corrispondente al libro mastro dei passeggeri.

Secondo questa numerazione gli emigranti venivano trasferiti sui traghetti che li avrebbero portati a Ellis Island. Questi traghetti, noleggiati dalle compagnie di navigazione, erano di solito sovraffollati e, per le loro condizioni, potevano tenere a malapena il mare. Ma chi doveva passare per Ellis Island veniva tenuto su queste imbarcazioni senza acqua né cibo per ore.

Un testimone ricorda
«Il sole picchiava sul tetto di legno. I finestrini laterali erano bloccati. In piedi, non potevamo muoverci di un centimetro. I bambini piangevano ininterrottamente ed il nervosismo cresceva

Alla fine i passeggeri erano fatti scendere da ispettori che urlavano ordini in molte lingue diverse, messi in fila e fatti entrare nell’edificio principale (dal 1900 un nuovo edificio in muratura sostituì la struttura originaria in legno, bruciata nel 1897).

Appesantiti da bagagli di tutti i tipi e spesso trascinandosi dietro uno o più bambini, gli immigranti iniziavano la fase decisiva del loro viaggio.

Dentro l’edificio potevano lasciare i bagagli presso il deposito che occupava quasi interamente il pian terreno ma molti, temendo di perderli, insistevano nel tirarsi dietro tutti i loro averi durante l’intero processo di ispezione.

f_arrivo1Le scene sull’isola erano veramente strazianti: per la maggior parte le persone arrivavano affamate, sporche e senza una lira, non conoscevano una parola di inglese e si sentivano estremamente in soggezione per la metropoli ammiccante sull’altra riva.

Gli esami iniziavano immediatamente. In cima alle scale degli ispettori osservavano chi saliva per identificare chi aveva problemi di deambulazione o mostrava segni di affaticamento che potessero segnalare problemi cardiaci.

Gli immigrati ad ogni passo mostravano la scheda sanitaria che veniva timbrata ed annotata. Appena dentro la sala dei registri un altro dottore verificava il candidato da testa a piedi in cerca di sintomi di malattie e deformità. Dopo l’ispezione, gli immigranti scendevano dalla Sala di Registrazione per le “Scale della Separazione” che segnavano il punto di divisione per molte famiglie e amici verso diverse destinazioni. Il centro era stato progettato per accogliere 500.000 immigrati all’anno, ma nella prima parte del secolo ne arrivarono il doppio. Truffatori saltavano fuori da ogni dove, rubavano il bagaglio degli immigrati durante i controlli, e offrivano tassi di cambio da rapina per il denaro che questi erano riusciti a portare con sé. Le famiglie venivano divise, uomini da una parte, donne e bambini dall’altra, mentre si eseguiva una serie di controlli per eliminare gli indesiderabili e i malati.

f_arrivo2I sospetti venivano marchiati con il gesso sugli abiti utilizzando segni convenzionali. I “marchiati” venivano esclusi dal flusso principale ed inviati in un’altra stanza per un esame più approfondito, confinati sull’isola fino a diversa decisione, oppure venivano reimbarcati. I capitani delle navi avevano l’obbligo di riportare gli immigrati non accettati al loro porto di origine. In questi casi spesso venivano a separarsi dei nuclei familiari. La natura “industriale” del processo e le difficoltà linguistiche facevano si che non fossero date spiegazioni.

Le visite iniziali avevano il solo scopo di individuare chi doveva essere trattenuto per ulteriori controlli, e duravano da due o tre minuti. Ellis Island era considerata fra i medici la miglior scuola di diagnostica del mondo e chi vi lavorava ne andava molto orgoglioso. Nei giorni più affollati un dottore aveva non più di 6 (sei) secondi per identificare più di sessanta malattie. In generale, comunque, chi passava da Ellis Island era in buona salute, temprato dal lavoro nei campi.

Passate le visite mediche gli immigrati sedevano sulle panche nella sala dei registri in attesa del colloquio. Erano raggruppati secondo il numero di sbarco che, , corrispondeva al numero del registro passeggeri. Il registro conteneva 30 nomi per ogni pagina e questo metodo consentiva di esaminare il gruppo senza dover girare pagina.

Accanto agli ispettori vi erano interpreti nelle principali lingue e dialetti. L’attesa poteva durare ore ma, una volta arrivato il proprio turno la conversazione era molto rapida: Nome, luogo di nascita, stato civile, luogo di destinazione, disponibilità di denaro, professione, precedenti penali.
La domanda più insidiosa era l’ultima: Hai un lavoro? La legge sul lavoro straniero del 1885, appoggiata dai sindacati, escludeva gli immigrati che erano giunti dall’estero con un contratto di lavoro. Questo doveva in teoria proteggere i salari americani dalla concorrenza di manodopera a basso costo proveniente dall’estero. 
Spesso questa legge veniva applicata anche a chi diceva di recarsi a lavorare presso parenti e amici.

Occorreva dimostrare di essere in condizioni di lavorare e di mantenersi, ma senza dire di avere un lavoro già pronto.

Gli immigrati dovevano mostrare abbastanza denaro per dare prova di non essere dei derelitti. Il quantum era lasciato alla discrezionalità degli ispettori fino al 1909 quando fu stabilito che ognuno dovesse avere il biglietto ferroviario fino al luogo finale di destinazione e $25, l’equivalente di una settimana di paga di un ispettore.

La norma fu applicata senza preavviso e generò confusione e panico fra le centinaia che si videro rifiutato l’ingresso. La regola fu annullata dopo pochi mesi in seguito alle proteste del pubblico, ma i $25 rimasero un valore di riferimento per gli ispettori ancora per molti anni.

L’obiettivo di tutto il processo era di evitare di ammettere immigrati che sarebbero divenuti “un peso per la società”. Nel corso degli anni le leggi ed i regolamenti dell’immigrazione divennero sempre più severi. Aumentarono le malattie che determinavano l’esclusione. Aumentarono le domande nel colloquio.

Dopo il 1903 venne chiesto ai candidati se erano anarchici. Dopo il 1907 non furono più ammessi bambini sotto i 16 anni non accompagnati dai genitori. L’Immigration Act del 1917 portò i cambiamenti più significativi: furono istituite 30 motivi di espulsione, fu reso obbligatorio un esame medico completo per tutti e non solo per coloro che mostravano alcuni sintomi e fu introdotto un test di alfabetizzazione per tutti i maggiori di 16 anni. Queste nuove e più rigide procedure abbassarono la “produttività” di Ellis Island a 2000 persone al giorno.

Per la maggior parte degli emigranti l’esperienza di Ellis Island durava 4 o 5 ore. Ricevevano alla fine il permesso allo sbarco e venivano indirizzati verso il molo del traghetto per New York o verso la biglietteria ferroviaria.

All’uscita, ad attenderli, spesso c’erano parenti e conoscenti. Prima di lasciare l’isola i nuovi arrivati potevano utilizzare una serie di servizi come la vendita di biglietti ferroviari, il cambio di valuta, l’invio di telegrammi etc. Tutti questi servizi erano gestiti da privati in regime di concessione.

Nei primi anni di attività mancò un adeguato controllo su questi servizi. Si registrarono di conseguenza gravi casi di abuso se non vere e proprie truffe,  nei confronti degli immigrati. Le compagnie ferroviarie si divisero il traffico e, per generare ricavi anche sulle tratte meno battute, facevano fare agli ingenui immigrati giri viziosi. Il cambio di valuta, la vendita di cibo ed i servizi di movimentazione dei bagagli erano controllati da veri rackets che sfruttavano in tutti i modi l’ingenuità e la posizione di intrinseca debolezza degli immigrati.

Tutti questi abusi furono eliminati dal presidente Theodor Roosvelt che, nel 1902, nominò un nuovo commissario.

La cattiva reputazione di Ellis Island come Isola dell’Inferno o Isola delle Lacrime deriva non dall’esperienza dei milioni che vi transitarono in modo relativamente rapido ma da quella delle migliaia che vi furono trattenuti per accertamenti di tipo medico o di altro tipo.

ellis island visita

Una donna in viaggio da sola o con bambini veniva tipicamente trattenuta fino a che gli ispettori non ricevevano prove sufficienti (es telegramma, biglietto ferroviario) a garantire che il nucleo avrebbe raggiunto la destinazione finale senza pericoli.

La causa principale di “detenzione” a Ellis Island erano le malattie. Il primo ospedale dell’isola, di 125 letti, fu da subito insufficiente e dovette essere ampliato due volte fino a 275 letti. Anche dopo questi lavori, l’ospedale non poteva isolare e curare le malattie infettive. Gli immigrati che ne soffrivano dovevano essere trasferiti negli ospedali di New York.

Nei mesi invernali il freddo mieteva numerose vittime. I medici stimarono che il 30% dei bambini malati di morbillo morirono per il freddo patito sui traghetti. Un ospedale per le malattie infettive, disegnato secondo i più moderni criteri di profilassi, fu realizzato nel 1909 ma entrò in funzione solo nel 1911 a causa di ritardi nella fornitura delle attrezzature.

La gran parte dei pazienti era affetta da morbillo, ma vi erano anche ammalati di scarlattina, difterite e varie infezioni multiple. Quasi tutti erano bambini, esposti più di altri al contagio nelle stive affollate dove si viveva a stretto contatto uno degli altri.

La vita dei genitori dei bimbi ospedalizzati erano difficili in quanto venivano trattenuti nelle camere di detenzione senza quasi ricevere informazioni sui loro figli. Per questi ultimi, i giorni passati nell’ospedale rappresentavano spesso un ricordo piacevole. Così racconta il siciliano John Titone, arrivato nel 1920 a 9 anni.

«Alcuni odiano Ellis Island..Io non posso odiarla. Anche se mi hanno tenuto lì, non mi hanno trattato male. Potevamo giocare all’aperto, a palla e a tennis ed il mangiare era buono. La biblioteca era buona ed una volta alla settimana ci portavano al cinema. Chi poteva andare al cinema in Sicilia?»

Molti però, adulti e bambini, morirono. I registri indicano che dal 1900 al 1954 morirono a Ellis Island più di 3500 persone di cui 1400 bambini.

Nel corso degli anni aumentò la sensibilità e l’attenzione verso le malattie mentali. I dottori ne cercavano i segni nel comportamento degli immigrati durante gli esami. Scherzare, mangiarsi le unghie, sorridere ed altri “comportamenti eccentrici” erano guardati con sospetto.

Occorreva tuttavia tenere in conto le differenze etniche. Se un italiano rispondeva alle domande con la freddezza di un nord europeo, poteva essere afflitto da psicosi depressiva. I sospetti di malattia mentale erano circa 9 ogni 100 immigrati. Per circa la metà di quelli che erano stati trattenuti, una sorta di “processo” decideva fra deportazione e autorizzazione all’ingresso.

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Lasciata l’isola, gli immigrati raggiungevano destinazioni da un capo all’altro degli Stati Uniti. Ultimi arrivati sul mercato del lavoro americano dovevano accontentarsi delle occupazioni più faticose e meno pagate. Risparmiavano più di quello che potevano, per mandare i soldi a casa, per comprare la terra: speravano un giorno di tornare in Italia. Tra il 1901 e il 1925 gli emigranti italiani in America inviarono in Italia più di quattro miliardi di lire. Nel 1909 ben cinque milioni di italiani (su una popolazione totale di circa 35 milioni di abitanti) risiedevano all’estero.

La vita oltre oceano

Difficili furono,  soprattutto,  le condizioni di vita degli Italiani negli Stati Uniti d’America,  dove gli emigranti si trovarono in contatto con una popolazione diversa per lingua e spesso anche per religione. Gli Italiani reagirono appartandosi tutti nello stesso quartiere e a New York nacque la Little Italy. Iniziò ad assumere importanza la figura del boss, in genere un italiano già ben ambientato, che procurava ai nuovi emigrati, in cambio di denaro, un’occupazione, una casa.

Il boss, però, si arricchiva anche in modi diversi: affittando baracche a caro prezzo, obbligando ad acquistare nei suoi negozi a prezzi più cari. Controllava inoltre i voti degli emigrati che metteva a disposizione di politici americani. Gli immigrati prendevano spesso il primo lavoro gli si presentasse. I livelli salariali erano bassi, e consentivano a malapena la sussistenza del nucleo familiare. Questo fino a che il precario equilibrio non veniva rotto da una malattia invalidante o dal licenziamento del capofamiglia. Questa precarietà portò le diverse comunità a stringersi, per facilitare il mutuo soccorso.

f_vitaSi crearono quartieri “etnici” ed anche le professioni ed i settori industriali divennero appannaggio di specifici gruppi nazionali. Gli Scandinavi andarono verso il Minnesota e si dedicarono all’agricoltura, gli Slavi andarono nelle miniere in Pennsylvania e nei macelli di Chicago. Gli Ebrei dell’est si orientarono su New York e sul settore tessile. Nel 1897 i tre quarti dei lavoratori edili di New York erano italiani, sostituendo gli Irlandesi che avevano un tempo dominato questo settore. A New York i napoletani si concentravano attorno a Mulberry Bend mentre i genovesi erano a Baxter St. ed i siciliani a Elisabeth St. In queste oasi gli immigrati potevano parlare la loro lingua, trovare i loro cibi e conservare le loro tradizioni. 
Se questi quartieri fornivano un’atmosfera di supporto reciproco e di “comunità”, nondimeno le condizioni di vita erano difficili. Sporcizia, sovraffollamento, rumore erano la regola nei “tenements” la base dell’edilizia residenziale ad alta intensità. La legge sugli alloggi di New York del 1901 prevedeva un gabinetto e acqua corrente per ogni unità ma, prima che venisse fatta rispettare, ogni piano divideva due latrine. Molti inquilini, per aiutarsi a pagare l’affitto, subaffittavano il proprio appartamento, aggravando il problema del sovra affollamento. TBC, colera e tifo dilagavano. A farne le spese erano spesso i più piccoli. Alcuni emigranti gli “uccelli migratori” lavoravano a contratto per alcuni mesi per poi tornare in patria. Questi come gli altri immigrati erano spesso vittime di intermediari che procuravano posti di lavoro speculando su una serie di servizi che fornivano ai lavoratori (alloggio, trasporto). Le difficoltà economiche degli emigranti fecero nascere fenomeni negativi di delinquenza. Nacque così l’organizzazione che fu denominata Mano Nera che si proponeva di proteggere gli italiani dagli emigrati degli altri Paesi che, a loro volta erano riuniti in una sorta di società segrete. In cambio di protezione si pagava un contributo ma chi non pagava era ucciso.

Le fabbriche di abbigliamento riducevano il costo di produzione terziarizzando il lavoro a piccoli laboratori familiari. Questi lavori, pagati a cottimo, erano compiuti da ebrei e, dall’inizio del 900, dagli italiani. Quasi sempre in questi lavori venivano impiegati tutti i membri della famiglia, compresi i bambini. Donne e bambini non si limitavano a lavorare in casa ma erano occupati anche nelle fabbriche, in condizioni terribili. Il tasso di incidenti sul lavoro per i bambini era triplo rispetto a quello degli adulti.

In seguito alla campagna iniziata nel 1904 dal National Child Labor Committee, nel 1914, 34 stati proibirono il lavoro di minori di 14 anni e portarono a 8 ore la giornata di lavoro dei minori di 16 anni.

Le donne lavoravano prevalentemente nelle lavanderie, come domestiche e nelle industri tessili. Nel 1923 39 stati avevano introdotto norme che limitavano l’orario di lavoro delle donne. Questa che voleva essere una conquista si tradusse spesso in un aggravamento delle condizioni di vita in quanto ad un orario di lavoro ridotto equivaleva una paga minore. I nuovi arrivati non erano ben visti in quanto considerati in concorrenza con i lavoratori nati o di più antica residenza negli Stati Uniti. Il sindacato vedeva gli immigrati, in particolare gli stagionali, come una grave minaccia. Nei settori dove gli stranieri erano più numerosi i sindacati dovettero aprirsi alle esigenze di questi immigrati.

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Non fu facile mettere insieme uomini e donne divisi da lingue e tradizioni secolari. Il sindacato tessile fu uno dei primi a mobilitare gli immigrati  fra cui spiccavano gli italiani. Il disastro dell’incendio del Triangle Shirtwais Company (1911) dove morirono 140 operaie immigrate rafforzò la partecipazione al sindacato. Entro gli anni ‘30 gli immigrati rappresentavano la spina dorsale del movimento sindacale americano.

Nonostante le difficilissime condizioni, dall’inizio le comunità furono capaci di esprimere una ricca vita culturale e politica. La stampa etnica raggiunse l’apice durante la prima guerra mondiale. Erano oltre 1300 i giornali in lingua straniera pubblicati negli Stati Uniti. I giornali in italiano avevano una diffusione di 700 mila copie mentre quelli in tedesco, Yiddish e Polacco superavano, ciascuno, il milione di copie vendute. Lentamente gli immigrati iniziarono a farsi strada nel nuovo paese, raggiungendo in alcuni casi posizioni di prestigio.

Testimonianze: « Mia madre si portava del lavoro a casa perché non voleva lasciarci soli. Lei cuciva e noi l’aiutavamo. Ci sedevamo sulle scale anti incendio, a New York, a cucire di mattina presto nei giorni più caldi. Ma eravamo felici di essere qui perché avevamo più speranza che da dove venivamo.». Geraldine Cozza 1920.

«Mia madre era una filatrice alla fabbrica Lawrence. Era strano per noi. In Italia non c’erano posti di lavoro per le donne. Anzi, a quelli che giù al paese lo vennero a sapere non piaceva l’idea che una donna lavorasse. Ma mia madre pensava di non fare nulla di diverso dalle altre donne e così decise di continuare a lavorare e a guadagnare.» Josephine Costanzo 1923

«Quasi ci vergognavamo di essere italiani perché subivamo così tanti attacchi e provocazioni. Non ci rendevamo conto che avremmo dovuto subire questo genere di cose. Per noi fu uno shock e continuò per molti anni.» Cosma Tangora Sullivan 1905

Meno dure furono le condizioni degli emigrati italiani nell’America Latina, sia perchè la lingua era più vicina alla nostra e la religione cattolica, sia perchè non esistevano operai specializzati come al Nord e questo permetteva una più facile integrazione. Molti partivano poveri e si arricchivano con l’agricoltura, il commercio, l’industria.

Gli Italiani rimasti in patria, contrari o favorevoli che fossero, vissero il fenomeno come una sorta di trauma collettivo, perciò la pressione dell’opinione pubblica spinse il governo a fare qualcosa per alleviare la condizione degli emigrati.

S’istituì un commissariato per l’emigrazione, ispettori governativi furono insediati nei porti di partenza, l’assistenza medica divenne obbligatoria sulle navi; niente invece cambiò nei luoghi d’arrivo.

Ellis Island oggi

Ellis_island_air_photoIl complesso di edifici a Ellis Island è imponente. Attualmente è destinato a Museo dell’Immigrazione. É un museo che ricrea con forza espressiva l’atmosfera del luogo con film e mostre fotografiche che celebrano  l’America come nazione di immigrati. Circa 10 milioni di americani possono rintracciare le loro radici attraverso Ellis lsland. Al primo piano, sul retro, c’è la mostra “La popolazione d’America”, che narra quattro secoli di immigrazione americana, offrendo un ritratto statistico di coloro che arrivavano: chi erano, da dove venivano, perché venivano.

sala registrazioni ellisL’enorme Registry Room (Sala di Registrazione),  al secondo piano, teatro di tanta trepidazione, e, qualche volta, di disperazione, è stata lasciata vuota, a parte un paio di banchi degli ispettori e di bandiere americane. Nel salone laterale una serie di stanze per i colloqui ricreano passo per passo la trafila alla quale dovevano sottoporsi gli immigrati per il loro riconoscimento: le stanze rivestite di piastrelle bianche ricordano più una prigione o un istituto per malattie mentali piuttosto che apparire come una tappa nel cammino verso una vita libera e confortata dalla speranza. Nelle altre sale le esperienze di vita vissuta sono ricostruite mediante fotografie, testi esplicativi, piccoli oggetti domestici, oggetti d’uso utilizzati per il lungo viaggio (valigie, ceste, sacchi, fagotti…) e le stesse voci registrate dei protagonisti. Vi sono descrizioni dell’arrivo e dei successivi colloqui, esempi delle domande poste e degli esami medici effettuati. Uno dei dormitori, destinato a coloro che sostavano per i controlli e la “quarantena”, è rimasto pressoché intatto ed è l’ambiente che più emoziona, oltre a dare, come un flash, l’impressione del “campo di concentramento”. Al piano superiore, alle pareti, è allestita una imponente mostra fotografica dell’edificio prima che venisse ristrutturato: moltissime sono anche le fotografie di singoli emigranti o di interi nuclei famigliari.

Ellis muro nomiSu un muro commemorativo adiacente l’edificio principale di Ellis Island è riportato un elenco di nominativi di oltre 500mila immigranti.