Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Capo Vaticano: è sott’acqua l’isola che non c’è

Ecco l’isola che c’era e che non c’è più. Anzi c’è ancora ma è sott’acqua.

E la sua storia comincia un milione e 70 mila anni fa, quando le isole Eolie erano almeno otto, se non di più.
L’ottava isola, un vulcano che non sappiamo ancora quanto fosse alto, è sprofondata. Il suo punto più alto è ad appena 120 metri di profondità sotto il pelo dell’acqua a largo di Capo Vaticano, in provincia di Vibo Valentia, e a non più di diciotto, venti miglia nautiche da dove credevamo che finisse l’arcipelago del Dio dei venti. Oggi sappiamo anche che l’isola vulcanica si estende per una quindicina di chilometri e che, a meno di ulteriori scoperte, era la terra emersa delle Eolie più a Est degli stessi Stromboli e Panarea.

Fine della storia e inizio di una straordinaria scoperta.

Scoperta tutta italiana degli scienziati dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia e di quelli dell’Università della Calabria che hanno comunicato la notizia con un breve dispaccio riservandosi, come è sacrosanto, di pubblicare i risultati particolareggiati delle loro ricerche tra qualche giorno sulla prestigiosa rivista scientifica “Journal of Geophysical Research” (JGR).

Intanto, per fugare ogni umana e comprensibile preoccupazione, sappiate subito che il vulcano sommerso, fino a ieri del tutto sconosciuto al mondo intero, non può nuocere, non può “risvegliarsi” perché l’ultima attività esplosiva ed eruttiva, prima del suo “spegnimento”, risalirebbe a 670 mila anni fa. Almeno secondo le comparazioni di uno degli scopritori, il vulcanologo Guido Ventura che ne ha calcolato “la vita attiva” attraverso una serie di datazioni radiometriche effettuate su campioni di pomici a terra, cioè sulla splendida spiaggia di Capo Vaticano.

Ma come mai, a un certo punto, un gruppo di scienziati si è messo in testa che nel basso Tirreno, a poche braccia di mare dalla Calabria e dalle Eolie, potesse esserci un vulcano sommerso, spento ma pur sempre un vulcano?

Tutto nasce da un’intuizione relativa ad almeno due elementi obiettivi, spiega come se raccontasse una storiella qualunque il dottor Massimo Chiappini dell’INVG di Roma. «Esaminando la carta magnetica d’Italia elaborata nel 2.000 – dice lo scienziato – ci siamo accorti che la zona che stavamo esaminando presentava un’anomalia positiva. In parole povere, abbiamo rilevato un puntino rosso sulla cartina. E questo è stato il primo indizio. Poi però – aggiunge Chiappini – la presenza di alcune rocce con buona consistenza vulcanica (pietre pomici ed altro materiale) sul litorale calabrese ci ha fatto pensare che potesse esserci qualcosa che il mare avrebbe potuto nascondere».

E così è scattata l’indagine cui hanno preso parte l’équipe di studiosi dell’INGV (Riccardo De Ritis, Guido Ventura, Iacopo Nicolosi e Fabio Speranza e Massimo Chiappini) e dell’Università della Calabria (Rocco Dominici, Rosanna De Rosa, Paola Donato e Maurizio Sonnino). I ricercatori hanno pensato di approfondire quei “segnali” indiziari ricorrendo alla tecnica dell’aeromagnetismo, più volte utilizzata dall’Ingv in Antartide e basata sull’uso di un sensore magnetico a bordo di un elicottero. I dati acquisiti in questo modo sono stati combinati con quelli esistenti in letteratura e alla fine si è riusciti a identificare il nuovo vulcano.

Campo di anomalia magnetica di Capo Vaticano (1) e del settore marino adiacente. Le anomalie evidenziate con i numeri 1, 2 e 3 appartengono alla struttura vulcanica scoperta.
 

Per Riccardo De Ritis «c’è una diretta sovrapposizione tra il corpo vulcanico individuato, la struttura sismogenetica e quella magnetica misurata con la tecnica aeromagnetica; tuttavia non vi è relazione diretta tra l’attività vulcanica e la sismicità dell’area di Capo Vaticano». E, rileva ancora Massimo Chiappini, comunque la scoperta «mette in discussione gli attuali modelli geodinamici del Tirreno e indica come i vulcani delle Eolie si estendessero verso Est ben oltre quanto fino a ieri ritenuto». I dati attuali posizionano il vulcanismo delle Eolie fino a poco oltre Panarea e Stromboli, mentre la presente scoperta dimostra che si estende fino alla costa della Calabria.

Per esser più precisi l’isola, che bisognerà pur battezzare in qualche modo, si trova sulla stessa faglia che ha dato origine al terremoto di magnitudo 6,7 che l’8 settembre 1905 colpì duramente la provincia di Vibo Valentia, provocando oltre 550 morti e migliaia di senzatetto.

Ma proprio il fatto accertato che l’isola si trovi su una faglia ancora attiva non potrebbe comprometterne il suo sonno ininterrotto da 670 mila anni? Il dottor Chiappini sorride al telefono: «Ormai la struttura di quel vulcano è inattiva e quindi non c’è davvero di che temere. Il fatto che sia allocata sulla faglia non cambia nulla». E gli fa eco Ventura: «Ed eventuali fenomeni tellurici nella zona di Capo Vaticano non sono minimamente imputabili al vulcano, anche perché essendo spento non sprigiona alcuna energia». E che nome daremo adesso a questo vulcano? «Facendo parte delle Isole Eolie, sarà meglio ricorrere ancora una volta alla mitologia greca, ma c’è tempo… ».

E ora non resta che aggiornare l’elenco dei vulcani che, da ieri, è salito a quota ventinove. Di questi, sedici sono spenti, nove sono attivi (Vesuvio, Etna, Vulcano, Lipari, Stromboli, Panarea, Ischia, Campi Flegrei e Pantelleria) e quattro sono in fase di studio (Palinuro, Salina, Marsili e Colli Albani).


L’avventura della Ferdinandea

La Ferdinandea è un esempio emblematico di come un’isola vulcanica possa riemergere dal mare e sprofondare di nuovo.

Ferdinandea è situata nel Canale di Sicilia a 16 miglia nautiche dalla costa di Sciacca e 29 miglia nautiche dall’isola di Pantelleria. Giace a 6,9 metri sotto il livello del mare.

Nel 1831 la sua vasta piattaforma rocciosa, che costituiva la bocca d’un vulcano sommerso, eruttò e s’innalzò dall’acqua formando, appunto, l’isola che in un anno crebbe fino ad una superficie di circa quattro chilometri quadrati e ben 65 metri d’altezza.

Tuttavia era composta prevalentemente da tefrite, materiale roccioso eruttivo facilmente eodibile dall’azione delle onde. A conclusione dell’episodio eruttivo, nel gennaio 1832, l’isola scomparve definitivamente sotto le onde. Adesso è ancora sott’acqua, costantemente monitorata…

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fonte (testo)
immagini dal web

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tratto da: tanogaboblog.it

 

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