
Tra gli studiosi che si interessarono al fenomeno degli oggetti volanti non identificati vi fu anche Carl Gustav Jung, il celebre psichiatra e psicoanalista svizzero, fondatore della psicologia analitica.
Il suo interesse, tuttavia, non nasceva dalla ricerca di prove sull’esistenza di civiltà extraterrestri, bensì dal desiderio di comprendere il significato psicologico e simbolico che tali fenomeni assumevano nella società contemporanea.
Una testimonianza significativa di questo interesse è una lettera scritta da Jung nel 1957, recentemente riemersa e messa all’asta dalla Swann Auction Galleries.
La missiva era indirizzata alla rivista statunitense The New Republic e rappresentava la risposta alla richiesta del direttore Harrison Smith di scrivere un articolo sugli UFO, in vista della pubblicazione del suo nuovo libro.
L’anno seguente, nel 1958, Jung pubblicò infatti “Un mito moderno. Le cose che si vedono in cielo”, un’opera destinata a diventare uno dei testi più originali sull’argomento. L’obiettivo dello studioso non era stabilire se gli UFO fossero autentici velivoli o semplici illusioni, ma comprendere perché il loro apparire avesse assunto le caratteristiche di un autentico mito della civiltà moderna.
Secondo Jung, ciò che rendeva il fenomeno così interessante era soprattutto il suo enorme impatto sull’immaginario collettivo. In un’epoca segnata dalle tensioni della Guerra Fredda, dal timore di un conflitto nucleare e da profonde trasformazioni culturali, le misteriose apparizioni nei cieli sembravano rispondere a un bisogno psicologico diffuso.
In una celebre lettera scriveva:
«Il problema degli UFO è, come lei giustamente osserva, estremamente affascinante, ma al tempo stesso sconcertante, poiché, nonostante tutte le osservazioni a mia conoscenza, non esiste alcuna certezza sulla loro natura. D’altra parte, il materiale che depone a favore della loro natura mitologica è davvero impressionante. L’aspetto psicologico del fenomeno è così rilevante che si finisce quasi per rammaricarsi che gli UFO sembrino essere reali. Ho seguito il fenomeno per quanto mi è stato possibile e sembra effettivamente che qualcosa sia stato osservato e persino rilevato dai radar, ma nessuno sa con precisione che cosa venga realmente visto.»
Queste parole mostrano bene l’equilibrio mantenuto da Jung. Da una parte riconosceva che numerose testimonianze, comprese alcune rilevazioni radar, lasciavano aperta la possibilità di un fenomeno fisico ancora inspiegato; dall’altra riteneva che l’aspetto più importante fosse la risposta psicologica suscitata da tali avvistamenti.

Nel suo libro, Jung analizza le numerose segnalazioni di “dischi volanti” che si moltiplicarono negli anni Cinquanta.
Attraverso il confronto tra testimonianze, sogni, opere artistiche e simboli ricorrenti, giunge alla conclusione che gli UFO rappresentino immagini prodotte dall’inconscio collettivo con una funzione compensatrice: simboli di ordine e di unità che emergono nei momenti di maggiore incertezza storica per offrire una risposta al senso di smarrimento dell’umanità.
Ciò non significa che lo psicoanalista negasse l’eventuale esistenza di un fenomeno fisico. Al contrario, egli lasciava volutamente aperta la questione, ipotizzando persino che alcune manifestazioni potessero corrispondere a realtà ancora sconosciute alla scienza. Tale possibilità veniva collegata alla sua teoria della sincronicità, secondo la quale eventi interiori ed esteriori possono manifestare sorprendenti corrispondenze prive di un rapporto causale tradizionale.
Già nel 1955, in un articolo pubblicato sulla rivista britannica Flying Saucer Review, Jung aveva scritto:
«Nel corso degli anni ho raccolto una notevole quantità di osservazioni, comprese le testimonianze di due persone che conosco personalmente. Ho letto molto sull’argomento. Posso dire soltanto questo con certezza: non si tratta semplicemente di voci; qualcosa è stato effettivamente osservato.»
Nonostante queste affermazioni, la pubblicazione di Un mito moderno fu spesso interpretata in modo riduttivo. Alcuni considerarono il termine “mito” come la dimostrazione che Jung ritenesse gli UFO un fenomeno puramente immaginario, mentre altri sostennero l’esatto contrario, attribuendogli la convinzione dell’origine extraterrestre dei dischi volanti. In realtà il suo pensiero era molto più sfumato: il vero oggetto della sua ricerca non era stabilire cosa fossero gli UFO, ma comprendere perché milioni di persone attribuissero loro un significato così profondo.
Nel luglio del 1958 l’Associated Press diffuse una sintesi giornalistica del suo lavoro, ripresa anche dal New York Herald Tribune, nella quale si affermava che Jung considerasse gli oggetti volanti non identificati un fenomeno reale e non riconducibile esclusivamente alla suggestione psicologica. Tuttavia, questa interpretazione giornalistica semplificava una posizione assai più articolata, nella quale lo studioso evitò sempre conclusioni definitive sulla natura degli UFO.
A distanza di decenni, il contributo di Carl Gustav Jung continua a rappresentare una delle riflessioni più originali sul fenomeno. Più che interrogarsi sull’origine dei misteriosi oggetti osservati nei cieli, egli invitava a chiedersi che cosa essi rivelino dell’uomo, delle sue paure, delle sue speranze e del bisogno di trovare nuovi simboli capaci di dare significato a un’epoca di profonda trasformazione.
Nota – Il libro Un mito moderno. Le cose che si vedono in cielo non è un’opera di ufologia in senso stretto, bensì uno studio di psicologia del profondo. Jung non cercò di dimostrare né di confutare l’origine extraterrestre degli UFO, ma di comprendere il significato simbolico che tali fenomeni assumevano nell’immaginario collettivo del secondo dopoguerra.
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