Anticamente l’albero del fico in italiano era detto figo e deriva dal latino ficus. Fico è il nome italiano del genere Ficus (famiglia delle Moraceae, come abbiamo già visto) e in particolare del fico comune o domestico (nome scientifico: Ficus carica), del fico selvatico (Ficus caprificus), nonché del falso frutto che produce, il siconio (dal greco skon = fico). Siconio è infatti l’infiorescenza del fico e l’infruttescenza che ne deriva.

ficus_caricaMeno propriamente il termine fico si usa per indicare le infruttescenze di altre specie congeneri (appartenenti cioè allo stesso genere Ficus). Anticamente esso indicava anche un tumore, un’escrescenza carnosa, e per Ippocrate il termine skon indicava l’orzaiolo. Sia ficus che skon derivano con ogni probabilità da un vocabolo mediterraneo. In questa breve trattazione ci occuperemo soprattutto del fico comune o domestico (Ficus carica) e del fico selvatico (Ficus caprificus). Il genere Ficus comprende infatti circa 600 specie (secondo alcuni studiosi ne comprende addirittura 900), che sono proprie delle regioni tropicali e temperato-calde. Il fico comune (Ficus carica) rappresenta la specie più “nordica” del genere Ficus. L’aggettivo “carica” fa riferimento alle sue origini che vengono fatte risalire alla Caria, regione dell’Asia Minore. Non sta certo per “stracarico”! Testimonianze della sua coltivazione si hanno già nelle prime civiltà agricole di Mesopotamia, Palestina ed Egitto, da cui si diffuse successivamente in tutto il bacino del Mar Mediterraneo.

Ficus_caprificusIl fico selvatico (Ficus caprificus) significa invece fico per le capre. E’ la forma selvatica del fico domestico, dal quale si differenzia per le dimensioni ridotte, talora sotto forma di arbusto, e per le pseudoinfruttescenze (siconi) non commestibili. È una pianta legnosa, spontanea nelle zone rupestri “e asciutte del Mediterraneo e dell’Asia occidentale. I termini unifero, bifero e trifero si riferiscono invece alle varietà di fico coltivate, che sono innumerevoli. Unifero (o fico autunnale) si riferisce a quelle varietà che producono solo fichi (detti fòrniti o mammoni) estivo-autunnali (che maturano appunto ad agosto-settembre) sui rametti dell’anno; bifero a quelle varietà che producono fioroni (chiamati anche fichi fiori o primaticci, generalmente di grossa pezzatura, e che maturano in giugno-luglio) prodotti da gemme dell’annata precedente e fichi estivo-autunnali su quelle dell’anno; trifero a quelle varietà che producono, oltre ai fioroni e ai fichi propriamente detti, anche una terza “generazione” di siconi: quelli autunnali (chiamati anche cràtiri o fichi tardivi).

ficus_BenghalensisUn cenno poi (per amor di completezza) alle specie “indiane” (soprattutto il Ficus benghalensis e il Ficus religiosa, detto anche fico delle pagode) e al Ficus elastica. I primi due furono gli alberi sacri di Visnù e di Shiva prima che il secondo diventasse quello del Risveglio di Buddha, l’albero cosmico sulle cui radici si acciambella il serpente (potenza ctonia – cioè sotterranea – secondo la mitologia antica): la loro associazione esprime la forza fecondatrice per eccellenza. “Tale potere – sottolinea Jacques Brosse – viene al fico principalmente dal suo lattice, considerato della stessa essenza di rasa, l’energia universale in forma liquida, e di ojas, il succo vitale che comunica la vita al feto umano nella matrice”. Nel Ficus elastica (che vive nella regione compresa tra l’Assam – ad est dell’Himalaya – e Giava) invece il lattice coagulato forma una materia elastica e impermeabile. Sfruttata localmente (e conosciuta in Europa nel XIX° secolo), questa sostanza è stata successivamente soppiantata dalla gomma dell’Hevea brasiliensis. Oggi il Ficus elastica è perciò noto soprattutto come pianta ornamentale per interni.

Chiudendo questa doverosa parentesi dobbiamo dire che il fico non ha nessuna parentela con il Fico d’India (ad essere davvero pignoli, l’unica caratteristica che li accomuna è la capacità di resistere senza problemi ai venti salini in tutte le fasi vegetative), mentre il significato volgare nonché l’uso popolare del termine derivano dalla parola fica declinata al maschile.

Alcuni proverbi e modi di dire:

anno ficaio, scarso granaio (credenza popolare secondo la quale in un anno in cui si raccolgono molti fichi si miete poco grano);

serbare la pancia per i fichi (trattenersi dal mangiare nelle prime portate di un pasto, preservando l’appetito per le ultime e più gustose portate);

qui riprendo dattero per figo (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XXXIII, v.119): ottengo più di quello che ho dato;

far le nozze coi fichi secchi (voler realizzare qualcosa con mezzi inadeguati).

 

Frutti.

I veri frutti (che si sviluppano all’interno dell’infiorescenza) sono dei piccoli acheni, i semi futuri. I frutti che si mangiano sono però…i suoi fiori! Ribadito questo, precisiamo che le infruttescenze del fico comune (chiamate – ripetiamo – siconio) sono piriformi, gonfie di linfa zuccherina e di vario colore (nere o giallastre, verdi o rossastre). Inoltre giova ricordare che la loro piena maturazione è rappresentata da leggere screpolature che si manifestano sulla buccia e dal loro intenerimento generale. Questo fenomeno obbliga a operare la raccolta dei frutti con particolare attenzione e con molta delicatezza (i frutti si devono staccare con il peduncolo, a mano o utilizzando le forbici, facendo in modo di non lacerare la buccia). La conservazione dei frutti maturi è inoltre piuttosto problematica (dopo la raccolta, essi devono essere consumati nel giro di qualche giorno). Ecco perciò che l’abbondante fruttificazione e la ridotta conservabilità hanno portato alla produzione dei fichi secchi (molto diffusa in alcune regioni italiane, in Spagna e nel Nord Africa). Essa si effettua esponendo i fichi (interi o tagliati a metà) al sole, fino alla perdita di circa i tre quarti dell’acqua in essi contenuta. In questo modo, ad esempio, gli zuccheri si concentrano fino a raggiungere (in percentuale) un contenuto cinque volte superiore a quello del frutto fresco.

fichi_01E’ quindi necessario distinguere le caratteristiche del fico fresco da quelle del fico secco.

Il fico fresco é un frutto che contiene zuccheri facilmente assimilabili (11-12 %) e una buona quantità di minerali (soprattutto potassio, calcio e ferro), mentre invece è poco fornito di vitamine. E’ un alimento nutriente, facilmente digeribile e per questo raccomandato in tutte quelle fasi della vita (infanzia, adolescenza, gravidanza, convalescenza) e in quelle attività (in particolare in quella sportiva) nelle quali sia necessaria una fonte di energia rapidamente utilizzabile.

fichi_secchiIl fico secco, invece, rispetto al fico fresco diventa quasi un altro alimento. Il contenuto di fibra aumenta di cinque volte, il che lo rende un alimento eccellente soprattutto per mantenere regolato l’intestino stitico. Un etto di fichi secchi inoltre copre il 20 % del fabbisogno giornaliero di calcio e apporta all’organismo il 30 % del ferro necessario ogni giorno. L’integrazione della dieta con fichi secchi è indispensabile in tutti i casi di magrezza e di stanchezza eccessiva, sia di origine fisica che psichica. 
Il fico (specie nella Grecia antica) ha avuto così un ruolo importante nell’alimentazione. Negli autori antichi si trovano spesso menzionati pasti frugali composti da pane d’orzo, formaggio caprino e… fichi! Era quindi necessaria una produzione abbondante e già il Tournefort (grande botanico francese del XVII° secolo) osservava che i fichi delle isole greche producevano “fino a 280 libbre di frutti, mentre quelli coltivati in Francia nella stessa epoca ne davano poco più di 25”. Ma i botanici greci e romani vanno ricordati soprattutto per il fatto che ci permettono di parlare di caprificazione e della Blastophaga psenes. Essi erano infatti convinti che la fecondazione dei fichi potesse compiersi solo grazie alla puntura di un insetto (la Blastophaga psenes appunto) nato dal fico selvatico (il già ricordato caprificus). Vediamo allora che cos’é la caprificazione. Essa è una pratica agronomica di antichissima tradizione e consiste nell’appendere ai rami del fico comune le infiorescenze di caprifico, in modo che la Blastophaga psenes, uscendone carica di polline, possa favorire l’impollinazione. Tale processo (appreso dai testi antichi) appariva agli studiosi moderni così bizzarro che essi non esitarono a considerare il tutto “una ridicola favoletta”. Finchè il grande botanico francese Tournefort (già ricordato) non “scoprì” che nelle isole greche la caprificazione veniva praticata esattamente come duemila anni prima. Non solo. Ma si appurò che in alcune varietà, come il “fico di Smirne”, si hanno frutti commestibili solo se la pianta viene “infettata” dalla Blastophaga psenes. In altre specie, invece, l’operazione aveva solo lo scopo di aumentare la produzione. Infatti, per assicurare l’ingrossamento e la maturazione del frutto, spesso basta solo pungere leggermente l’occhio del frutto (quando questo comincia ad ingrossare) con uno spillo o una pagliuzza bagnati nell’olio.

Vediamo infine che cos’è la Blastophaga psenes (dal greco: “che mangia i germi”), che per un pezzo si è creduto che trasportasse di proposito il polline del caprifico (o fico selvatico) all’interno dell’infiorescenza del fico comune. E’ un imenottero della famiglia delle Agaonidae, la cui femmina ha ali normalmente sviluppate, mentre il maschio rimane aptero (cioè privo di ali). Nasce nei frutti del fico selvatico (nella stessa pianta se ne possono trovare centinaia di entrambi i sessi) e la femmina ne esce (dall’ombelico del fico), si invola, penetra in un altro fico di genere commestibile e vi depone le uova. Così, allo scopo di deporre le uova appunto, opera involontariamente l’impollinazione mentre visita le infiorescenze del fico domestico.

Originario dell’Asia occidentale, la sua coltivazione si è sviluppata in diverse zone del pianeta. In maniera significativa lo troviamo tuttavia solo nei distretti climatici analoghi all’ambiente mediterraneo, caldo e arido. Nel bacino del Mediterraneo (oltre ovviamente all’Italia) lo incontriamo infatti in Turchia, Grecia, Algeria, Spagna, Libia, Marocco, Egitto, Palestina, Francia. Altri paesi di notevole importanza produttiva sono il Portogallo, la Siria, la Russia, l’Arabia, l’India, il Giappone, la California, l’Argentina, l’Australia e molti altri.

Le regioni italiane a maggior vocazione produttiva sono invece la Puglia, la Campania e la Calabria. Una produzione significativa proviene anche da Abruzzo, Sicilia e Lazio. La Puglia fornisce inoltre la maggior produzione di fichi secchi. La produttività del fico dipende ovviamente dai fattori climatici, dall’umidità e dal suolo dove viene coltivato.


Miti, Leggende e Storia.

 

Ficus Sycomorus

Ficus Sycomorus

Nella mitologia egizia, ci riferiamo al sicomoro (ficus sycomorus), pianta presente in particolare nell’Africa Orientale e, soprattutto, in Egitto. Con l’arrivo della primavera, l’Uovo cosmico (plasmato da Ptah e da lui deposto sulle rive del Nilo) si apriva e ne usciva Ra/Osiride, il Sole. Il fiume viveva in simbiosi col dio del sole. Recita infatti il “Libro dei Morti” (celebrando il perpetuo rigenerarsi della vita, la resurrezione di tutte le cose caduche): “Cresce, io cresco; vive, io vivo”. Finalmente cessava il pianto di Iside (sempre alla ricerca del suo amato Osiride) e, per festeggiare la fine del suo dolore, si mettevano in scena gli episodi del mito di Osiride, culminanti nella resurrezione del dio, che avveniva quando dalle zolle alla base del sicomoro sacro iniziavano a spuntare i germogli di grano e orzo. Il fico sicomoro era insomma considerato un albero cosmico assimilato alla fenice. Era reputato quindi simbolo di immortalità, di vittoria sulla morte, di rinascita dalla distruzione.
Era, in altre parole, l’Albero della Vita.
Il suo succo, inoltre, era prezioso perché si riteneva donasse poteri occulti e il suo legno (come abbiamo già visto) era usato per la fabbricazione dei sarcofagi: seppellire un morto in una cassa di sicomoro significava reintrodurre la persona nel grembo della dea madre dell’albero, facilitando così il viaggio nell’aldilà. Nel “Libro dei Morti”, infine, il sicomoro è l’albero che sta fuori dalla porta del Cielo, da cui ogni giorno sorge il dio sole Ra. 

Esso inoltre era consacrato alla dea Il fico, chiamata anche la “dea del sicomoro”. La dea Hathor appare sotto forme diverse. Dea madre, feconda e nutrice, Hathor abita gli alberi ed è la “signora del sicomoro del sud”, a Menfi; ma è anche la “signora dell’occidente”, ossia la signora del regno dei morti. 
Un ultimo accenno infine al fico sicomoro nella numerologia. Il sicomoro è legato al numero 9, il numero tre volte sacro (3×3=9), il numero dell’Amore Universale. Rappresenta l’immagine completa dei 3 mondi: materiale, psichico e animico ed è simbolo di verità totale e completa (il 9 moltiplicato per qualsiasi altro numero dà un prodotto le cui cifre sommate tra loro danno ancora 9).

In Grecia, il fico era sacro a Dionisio e, soprattutto, a Priapo, il dio lubrico della fecondità. 
A Roma era sacro a Marte, vero fondatore della città eterna in quanto si sostiene che Romolo e Remo siano nati proprio dalla sua unione con Rea Silvia, dopo che il dio della guerra aveva posseduto con la forza la giovane vestale di Alba Longa. Essendo prole il legittima, i gemelli vennero quindi strappati alla madre per essere uccisi. Ma un servo pietoso li sottrasse a morte sicura adagiandoli in una cesta, che fu affidata alle acque del Tevere. Trasportata dallo straripamento del fiume, la cesta si fermò in una pozza sotto un fico selvatico, all’ombra del quale Romolo e Remo furono allattati dalla lupa. Secondo alcune fonti, il fico si ergeva alle pendici del colle Palatino, nei pressi della grotta chiamata Lupercale, mentre nell’iconografia è spesso rappresentato con un picchio appollaiato sui suoi rami. Esso fu chiamato “fico ruminale”. 
L’etimologia dell’epiteto “ruminale” non è chiara e su di essa fin dall’antichità molti autori classici (tra cui Plinio il Vecchio, Tito Livio, Varrone, Plutarco e Dionigi di Alicarnasso) hanno formulato varie interpretazioni. Secondo alcuni deriverebbe dal latino “ruma” (mammella); secondo altri, al contrario, il fico prese il nome da Romolo, tant’è che gli stessi autori latini lo chiamavano talvolta “ficus Romularis”. Altri, infine, ipotizzano un’etimologia etrusca. Ad ogni modo, fin dall’antichità, il fico fu collegato alla fondazione di Roma e considerato un albero fausto. Era venerato soprattutto dai pastori, che vi si recavano con offerte di latte. Più tardi vennero create due nuove divinità, Jupiter Ruminalis e Rumina, la dea dei poppanti presso i Romani. Essa veniva venerata in un tempio vicino al fico sotto cui (secondo la leggenda appunto) Romolo e Remo vennero allattati dalla lupa. Sebbene il fico ruminale fosse, in origine, solamente quello in riva al Tevere presso il quale si era fermata la cesta con i gemelli abbandonati, nel corso dei secoli successivi (e fino in epoca imperiale) altri alberi di fico furono oggetto di venerazione, talvolta con l’epiteto di “ruminale”. 
Tra questi il fico navio (Ficus navia), che (secondo la leggenda) sorse spontaneo in un luogo colpito da un fulmine (Plinio, Nat. Hist. 15.77). Oppure nacque da un virgulto del fico ruminale, ivi piantato da Romolo. Lo stesso albero sarebbe poi stato trasferito dal sito originario al Comitium. 
La Repubblica Romana – giova ricordarlo – investiva i poteri formali di governo in quattro separate assemblee: i Comitia Curiata, i Comitia Centuriata, i Comitia Populi Tributa e il Concilium Plebis. 
E se Tito Livio afferma che nel 296 a.C. gli edili Gneo e Quinto Ogulnio avevano eretto “ad ficum ruminalem” un monumento che rappresentava i gemelli e la lupa, Ovidio racconta che alla sua epoca (43 a.C. – 18 a.C.) del fico non rimanevano che le vestigia. Plutarco e Plinio narrano invece che un fico fu piantato nel Foro Romano in quanto ritenuto di buon auspicio e che, ogni qual volta la pianta moriva, veniva prontamente rimpiazzata con una nuova. Tacito aggiunge che nel 58 d.C. l’albero “ruminale” iniziò a inaridire. Ciò fu visto come un cattivo presagio, ma la pianta risorse con gran sollievo della popolazione. Se la pianta infatti si seccava, ci si potevano aspettare le peggiori sciagure pubbliche (per questo i sacerdoti avevano cura di piantarne sempre una nuova).


Proprietà curative.

 

Dato che quasi tutte le parti della pianta hanno (in modo più o meno marcato) proprietà medicinali, descriveremo (in modo ovviamente schematico) le caratteristiche terapeutiche di ognuna.

  • Gemme fresche: l’attività è da attribuirsi agli enzimi digestivi contenuti; regolarizza la motilità e la secrezione gastroduodenale, soprattutto in soggetti con reazioni psicosomatiche a livello gastrointestinale.
  • Foglie: raccolte da maggio ad agosto e fatte essiccare lentamente, hanno proprietà in particolare antinfiammatorie ed espettoranti.
  • Frutti immaturi, parti verdi e giovani rametti: il lattice che sgorga dai tagli viene applicato per uso esterno per eliminare calli e verruche, soprattutto per la sua azione caustica; è irritante per la pelle.
  • Frutti freschi: assunti in quantità hanno un effetto lassativo.
  • Frutti essiccati: ricchi di vitamine A e B, proteine e zuccheri, hanno proprietà emollienti, espettoranti e lassative.
  • Fichi cotti: si possono impiegare per applicazioni esterne in caso di foruncoli, scottature o altre irritazioni della pelle.
  • Decotto di fichi secchi: è indicato contro infiammazioni delle vie respiratorie e urinarie, gastriti e coliti; può essere impiegato per sciacqui e gargarismi, utili nelle irritazioni delle gengive e nel mal di gola.

fichi_02
Passi tratti da un testo a cura dell’Associazione Forestali d’Italia e della Direzione centrale per le risorse agricole, forestali, naturali e montagna della regione Friuli Venezia Giulia

.

.

Un commento:

Caro Gaetano T.,
se mi permetti, suggerirei un perfezionamento dell’interpretazione legata all’albero della vita, nel contesto della tua dissertazione sul fico così ben disposta. Conta molto saperlo per noi mediterranei, nati nella culla Cristianesimo. 
La spiegazione ci viene da una precisa locuzione, giusto il dopo della trasgressione di Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden per aver mangiato il frutto proibito.
Leggiamo infatti nel racconto biblico Genesi 3,7: 

“Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.”

La scelta della “foglia di fico” nasce dal fatto che la tradizione mediterranea identifica l’Albero della Conoscenza appunto come una pianta di fico. In seguito, nelle varie rappresentazioni dell’arte ed opere letterarie, l’albero, da che era di fico è trasformato in un melo, a causa di un’errata traduzione del latino “malum”, che come aggettivo significa “male” ma come sostantivo prende il significato di “mela”. Questo spiega il cosiddetto “pomo d’Adamo”, che sarebbe il frutto proibito fermatosi nella gola di Adamo.
Altre interpretazioni vedono nell’Albero della Conoscenza una vite, un mandorlo, un melograno, un cedro e finanche una pianta di pomodoro!

Cari saluti,

Gaetano Barbella