Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Divagazioni sul Giudizio Universale di Giotto

Ultime notizie sul Giudizio Universale. Non su quello che nessuno sa, se e quando avverrà veramente, ma su quello che Giotto dipinse nella Cappella degli Scrovegni.
Quei quattro personaggi che se ne stanno seduti accanto al trono di Cristo non sono affatto, come si è sempre creduto per secoli, i quattro evangelisti. Nell’affresco, naturalmente, ci sono anche loro, ma in un altro posticino. Dove, precisamente? Lo spiega Giuliano Pisani, il sottile grecista padovano che ha deciso di far vacillare tante antiche certezze iconologiche sull’opera giottesca. E in particolare, su quel suo capolavoro leggendario che è appunto la Cappella che Giotto affrescò a Padova, nel 1305, per volere di Enrico Scrovegni.
Non è certo facile orientarsi in quella foresta di figure indimenticabili, di personaggi dagli sguardi obliqui indimenticabili, di esseri angelicati soffusi d’oro mescolati a creature inquietanti degne dell’inferno dantesco, di allegorie, fiori e piante simboliche, il tutto dominato dalla figura di Cristo seduto fra l’armoniosa compagnia dei beati da un lato e la disperazione dei dannati dall’altro, sotto un cielo di un blu imperterrito.
Sono trentotto scene umane e divine, celesti e terrene, paradisiache e infernali che al professor Pisani hanno a lungo tolto il sonno.

Giotto - Cappelle degli Scrovegni

Un primo clamoroso risultato dei suoi studi portò alla tesi (illustrata a suo tempo al VELINO), relativa alla serie dei vizi e delle virtù raffigurate in basso nella Cappella, secondo cui Giotto si attenne a un criterio teologico del tutto diverso da quello finora immaginato dagli esperti. E adesso lo studioso ci rivela che i quattro evangelisti dell’affresco non sono affatto quelli che fino a oggi sono stati creduti come tali.
Quale la base di questa asserzione? Per motivarla Pisani ricorre a un testo, Il fisiologo, scritto in Egitto nel II secolo. “Questo testo – spiega – rappresenta la più importante fonte di ispirazione di tutti i bestiari medievali, e come tale è un indispensabile strumento per ogni ricerca iconologica sull’arte pre-rinascimentale”. Pisani è sicuro che Giotto si servì comunque di questo testo per raffigurare gli animali del suo affresco. È da una pagina di quel libro che proviene, per esempio, il leone che soffia su tre cuccioletti appena nati per dare loro la vita. Quanto agli evangelisti, non sono certamente i personaggi accanto a Cristo, ma quelli appoggiati a un tavolo mentre stanno vergando i vangeli.

“Riferendosi a un passo dell’apocalisse di Giovanni – sostiene Pisani – si é creduto finora di individuare i simboli degli evangelisti in san Marco rappresentato da un leone alato, in san Giovanni da un’aquila, in san Matteo da un uomo alato e in san Luca da un toro anch’esso alato. Ma il toro non è un toro bensì un centauro, creatura fantastica nata dalla mitologia greca, che narra che Issione, re dei Lapiti, voleva possedere carnalmente la moglie di Zeus, e che questi, per ingannarlo, creò un essere identica alla sua sposa. Issione la stuprò e da questa violenza nacque un centauro, mezzo uomo e mezzo animale, assunto in seguito a simbolo della doppia natura, divina e umana, di Cristo”. “Insomma – prosegue Pisani – bisogna sovvertire la prospettiva: l’aquila simbolo di Giovanni in realtà non c’è affatto; al suo posto c’è un essere con il corpo umano e il muso d’orso, segno negativo di lussuria, che tiene sul davanti un pesce. Vicino c’è un corpo umano con muso da leone che è sempre stato considerato san Marco, ma per la concezione cristiana il leone può simboleggiare anche la giustizia e la resurrezione di Cristo.
La stessa figura di Matteo, uccello dal volto di uomo, è di dubbia interpretazione. Tutte e quattro queste figure sono doppie – commistioni di uomini e animali – e mi sembra evidente che Giotto intendesse appunto alludere, in tal modo, alla doppia natura di Gesù”.

Ardue interpretazioni, per i poveri profani. Interpretazioni che potrebbero costringere gli esperti a correggere molte pagine dei manuali di storia dell’arte. Ma che mai potranno cancellare le tante soavi leggende che accompagnano da sempre il nome di Giotto.
La più nota delle quali resta il famoso racconto che vuole che una mattina, in una campagna toscana, un bambino così chiamato, figlio di contadini, mentre pascolava un gregge, per distrarsi ritraesse le sue pecorelle. E che il grande Cimabue, passando di lì, essendo rimasto folgorato dalla bellezza di quei disegni, gli chiedesse come si chiamava. Racconto certo non ignoto a Dante, che ai due grandi padri della pittura italiana dedicò quei tre versi famosi:

“Credette Cimabue nella pintura
tener lo campo e ora ha Giotto il grido
sì che la fama di colui è scura”.

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Margherita Smeraldi

tratto da: http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=347322

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Le fonti

Il personaggio al quale viene attribuita l’ideazione del programma iconografico della cappella

Il personaggio al quale viene attribuita l’ideazione
del programma iconografico della cappella

L’articolato programma dei significati iconologici e dei contenuti iconografici del ciclo è basato su conoscenze e suggestioni svariate. Le fonti più usate per le Storie di Gioacchino, della Vergine e del Cristo sono state individuate nei Vangeli Apocrifi (in particolare nel Protovangelo di Giacomo e nel Vangelo dello Pseudo Matteo) come pure nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze. Soprattutto negli ultimi anni, sempre più frequenti riferimenti sono stati rinvenuti in un testo di devozione francescana, le ‘Meditationes Vitae Christ’i dello Pseudo Bonaventura. Quanto alle allegorie dei Vizi e delle Virtù, recenti studi hanno attirato l’interesse su diverse fonti letterarie alle quali l’artista o il suo consigliere avrebbero potuto ispirarsi. Sono state citate la ‘Psichomachia’ di Prudenzio; ‘l’Hortus Deliciarum’ di Herrad von Landesber; fonti classiche come il ‘De Officiis’ di Cicerone, ‘le Metamorfosi’ di Ovidio, il ‘De Ira’ di Seneca, il’ Decretum Gratiani’ di fra’ Bartolomeo da San Concordio.
Non c’è dubbio che questo programma sia opera di un dotto, la cui identità si tenderebbe a ravvisare da parte di alcuni studiosi nel personaggio, finora ignoto, raffigurato nel Giudizio universale in atto di sostenere la Cappella che Enrico offre alla Vergine. Il presunto ‘consigliere’ teologico e, più in generale, culturale indossa una cotta bianca e un superpeliceum azzurro. Si è cercato di identificarlo con un appartenente a uno dei due ordini che in qualche modo avevano a che fare con Ia Cappella: i Cavalieri Gaudenti del ramo conventuale o i frati del vicino Ordine degli Agostiniani eremitani. (Bellinati suggerisce il nome di Altegrado de’ Cattanei, arciprete della Cattedrale). Indubitabile, invece, è la completa appartenenza a Giotto di una straordinaria sensibilità e dell’apparente facilità con cui il discorso, tramite le immagini, perviene al riguardante.

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Vedi anche:

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