Nella plurisecolare teoria dei monarchi che ressero le sorti dell’Inghilterra, pochissimi sono in grado di competere con la fama di Enrico VIII Tudor, (28 giugno 1491 – 28 gennaio 1547). Questa enorme notorietà tuttavia, ridotta com’è all’arcinota vicenda delle più o meno infelici, più o meno decapitate sei mogli (Caterina d’Aragona, Anna Bolena, Jane Seymour, Anna di Cleves, Catherine Howard e Catherine Parr) , si è paradossalmente risolta in una colossale e pressoché indelebile distorsione del personaggio.

Enrico VIII e mogli

Enrico VIII e mogli

Per l’immaginario collettivo il secondo sovrano della dinastia Tudor ha finito così per ridursi al Barbablù di una fiction tra il grand-guignol e il boccaccesco, immagine riproposta per l’ennesima volta anche dalla più recente filmografia alla quale va il solo merito di aver quantomeno ricordato come prima di trasformarsi nel corpulento e tronfio omaccione ritratto in un celeberrimo dipinto di Holbein il giovane, egli fosse “il più bel principe d’Europa”, atletico, sportivo, coraggioso, superiore alla media dei suoi sudditi per fisico ed intelletto.

L’anniversario dei cinquecento anni dalla salita al trono, il 22 aprile 1509, può offrire al contrario una valida occasione per riportare alla luce un Enrico VIII poco conosciuto mettendo in risalto il virtuoso e determinante influsso che questo re seppe esercitare sui destini della sua nazione.

Uscire dalla comoda bambagia degli stereotipi significa in primo luogo disporsi a temperare la trista nomea dell’autocrate sanguinario per contestualizzare gli episodi più truci del suo regno ricollocandoli nella prospettiva storica di un’epoca che tra sovrani, pontefici e uomini di Stato vide una diffusione invero assai scarsa della non-violenza.
E significa anche riscoprire, dietro alla maschera di quell’autocrate, il volto di un uomo del Rinascimento, amico e mecenate di filosofi, letterati ed eruditi della levatura di Erasmo e Colet, fondatore del Trinity College di Cambridge, cultore della poesia e delle arti, amante della musica frequentata con maestria da compositore non meno che da esecutore.

Al di là però degli aspetti biografici più specificamente connessi al profilo dell’individuo, il dato che emerge con maggior vigore è quello dello slancio impresso da Enrico VIII al processo di innovazione grazie al quale l’Inghilterra poté lasciarsi alle spalle il medioevo ed entrare nell’età moderna assumendovi un ruolo di indiscussa leadership.
Favorita da un’istintiva affinità con il popolo che da Enrico VII a Elisabetta I costituirà sempre un tratto distintivo dei Tudor e per molti versi il segreto della loro grandezza, questa azione si sviluppò su tre direttrici.

Enrico__VIIIIn ambito istituzionale venne rafforzato il ruolo del parlamento; ordini, corporazioni e “poteri” di ascendenza medievale furono sottoposti una volta per tutte all’autorità dello Stato; si escluse la nobiltà più antica dal Consiglio privato della corona privilegiando homines novi scelti più per il valore personale che per il lignaggio; si fece in modo che parlamentari di Westminster e giudici di provincia tornassero a svolgere l’attività di governo negletta nel secolo precedente e li si rese efficaci strumenti di lotta contro i soprusi di nobiltà e clero riuscendo così a fondare il potere del monarca non tanto sul dispotismo quanto piuttosto sul consenso. In ambito economico, grazie anche all’incameramento di molti beni ecclesiastici, si favorì il decollo dei ceti medi, degli squires, mercanti e agricoltori, avanguardie di quella iniziativa privata che sposata all’orgoglio nazionale costituirà il presupposto per espandere sugli oceani la sfida dei commerci contendendo a Spagna e Portogallo la supremazia navale. Di qui l’esigenza primaria di proteggere le proprie rotte commerciali e la nascita di una potente marina militare, la flotta regia, voluta espressamente da Enrico VIII e divenuta in breve presupposto essenziale per difendere la libertà e l’indipendenza dell’Inghilterra e per avviare una politica insulare in grado di tener testa alle altre potenze europee.

In ambito religioso infine si operò una vigorosa, definitiva trasformazione in senso laico dei rapporti tra Stato e Chiesa. Pur avendo scritto un opuscolo contro il luteranesimo che gli valse il titolo di Defensor fidei, Enrico VIII si svincolò ben presto dalla dicotomia cattolici-protestanti ponendo il nord della sua bussola politica solo ed unicamente sul rafforzamento e sull’indipendenza dello Stato e della corona inglese. È questa la chiave di lettura per comprendere la “terza via” di un anglicanesimo che pur mantenendo molti elementi della dottrina e della gerarchia cattolica sostituì l’autorità del Papa con quella del monarca; l’offensiva contro una Chiesa che perduto il proprio primato intellettuale e morale pretendeva di mantenere intatti privilegi economici e politici risalenti al medioevo; le ragioni ideali di un anticlericalismo che in nome del bene comune e degli interessi nazionali colpì indifferentemente cattolici e protestanti.
Ed è questo soprattutto lo scenario in cui considerare la rottura con Roma ricordando che essa non si produsse dalla sera alla mattina ma fu l’esito di una complessa trattativa durata sei anni e che le sue ragioni più vere profonde non risiedevano né nella questione del divorzio, né in quella dinastica del tanto sospirato erede maschio, né tantomeno nei “bollenti spiriti” di un infoiato satiro. La posta in gioco infatti era un’altra, e ben più alta: sottrarsi ad un potere lontano e dominato da potenze straniere, ovvero impedire che Spagna e Impero, tramite il Papa, potessero avere l’ultima parola sugli interessi inglesi.

È anche grazie ad Enrico VIII dunque, ed al percorso travagliato e talora doloroso compiuto sotto la sua guida se l’Inghilterra poté assurgere al rango di potenza mondiale e se riuscì, con largo anticipo e molto meno sangue versato rispetto ad altre nazioni, a porre le basi per raggiungere il grado di maturazione politica e di crescita democratica che secoli più tardi le consentirà di ergersi a faro di libertà nell’epoca buia dei totalitarismi.

Chi invece per svariate vicissitudini quel percorso non ha saputo portare a compimento e trascina ancor oggi la millenaria zavorra di un irrisolto rapporto tra politica e religione, è destinato per molto tempo ancora ad arrancare in coda al treno della storia; con buona pace di “poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori, trasmigratori”, etc. etc.

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foto dal web
testo dal web e da Stefano Biguzzi