Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Gianfranco Ravasi – Tre brevi scritti

La mediocrità

“L’avere più ingegno del comune è sempre una grande colpa agli occhi dei mediocri”. 
Lo aveva già detto Mario Missiroli, storico direttore del Corriere della Sera negli anni Cinquanta, e lo troviamo ripetuto in uno splendido “mattutino” di mons. Gianfranco Ravasi, su “Avvenire” del 5 ottobre 2006.

Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi

“La mediocrità alligna dappertutto,” scrive Ravasi, “nella società civile e anche in quella ecclesiastica, nelle famiglie e nelle comunità, negli ambienti di lavoro e di studio. La caratteristica fondamentale di questo difetto è la gelosia sfrenata, l’invidia per tutto ciò che sta sopra il suo livello di basso profilo”.

Basta guardarsi un attimo intorno per capire quanto siano vere e dolorose queste parole. Basta guardare a casa nostra, a Piacenza, nel sistema politico (tanto a destra quanto a sinistra), nel mondo amministrativo, nella scuola, nelle associazioni di categoria, nelle imprese, nei sindacati. Ognuno di noi può elencare almeno dieci casi in cui l’invidia o la gelosia abbiano frenato una buona idea o schiacciato una persona degna di essere ascoltata. E almeno un caso in cui questo difetto si sia fatto strada dentro di noi, e ci abbia reso colpevoli dello stesso delitto contro il progresso della nostra società.

Ravasi continua: “Ed ecco, allora, scatenarsi non tanto il confronto chiaro e netto (il mediocre sa che alla luce della verità soccomberebbe) ma la sottile erosione della dignità dell’altro, l’uso ipocrita del giudizio, l’adozione colpevole della calunnia, il ricorso alla manovra, la coalizione con altri mediocri, la frenetica ricerca di ogni occasione per far cadere chi è superiore per intelligenza, umanità o capacità. Si potrebbe a lungo descrivere il ritratto del mediocre, nemico di ogni ingegno, di ogni grandezza, di ogni libertà di spirito. Ma ognuno deve riconoscere – a prescindere dalle doti che possiede – che un germe di questa malattia, purtroppo non riconosciuta come tale ma sovente esaltata come buon senso ed equilibrio, alligna sempre nell’anima ed esige il coraggio di strapparla senza tante storie e giustificazioni falsamente religiose e moralistiche”.

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Cos’è l’invidia?


E’ un interessante argomento quello dell’invidia.

Chi è l’invidioso? 
Semplice, è un frustato dal successo ottenuto dagli altri; è un Prometeo condannato a farsi rodere perpetuamente il fegato dall’invidia.

Invidia_GiottoCos’è l’invidia? 
Semplice: è la vendetta degli incapaci.
Ma come difendersi da questo brutto “vizio”? 
Con la presa di coscienza delle proprie pecche e dei meriti degli altri. Il successo raggiunto da quella determinata persona, bersaglio di acuta invidia, è spesso meritato. Si sente dire in giro: quel tale ha avuto successo perché è stato raccomandato. E’ probabile che sia andata così, ma se tutti i raccomandati dovessero avere successo, non resterebbe tanto spazio all’invidia.
Il successo dipende da vari fattori: la preparazione su quel dato campo,il saperci fare, l’essere disposti a compromessi e a sacrifici e,non ultimo,a quel non so che, quel fascino misterioso chiamato carisma;

Dicevano :
– La Rochefoucauld
“La nostra invidia dura sempre più a lungo della felicità di coloro che noi invidiamo”
Ed io aggiungo corrodendo l’anima e il corpo prima di “attaccare il destinatario”.
– Plutarco:
“Come il ferro è consumato dalla ruggine, così gli invidiosi sono consumati dalla propria passione”

Concludo che se l’invidioso, meditasse su queste elementari osservazioni, se non attribuisse la colpa alla sua sfortuna, eviterebbe uno dei più sottili e nocivi stress emozionali, ampiamente conosciuti, oltre a contribuire a vivere in pace.

Gianfranco Ravasi ha scritto:

Gli uomini non conoscono la propria felicità ma quella degli altri non gli sfugge mai. 
Considerato l’enorme numero di “Mattutini” che ho composto nei quindici anni della rubrica, forse ho già proposto questa citazione desunta da uno dei libri umoristici dello scrittore francese Pierre Daninos (1913-2005) intitolato Un certo signor Blot. 
Sta di fatto che la ritrovo nel capitolo dedicato all’invidia del volume Homo Sapiens? 2 (ed. Ancora) di G. Dobrilla e P. Renner che ho già evocato qualche settimana fa. In questo stesso capitolo trovo anche una sorta di commento parabolico ebraico che propongo anche ai miei lettori. 
Quando gli affari prosperavano, un commerciante ebreo costringeva la moglie a spegnere le luci, a mettere in tavola solo pane raffermo e acqua, a lamentarsi. 
Quando, invece, le cose si mettevano male, accendeva le luci e festeggiava. La sua spiegazione era limpida: «Così i miei nemici non si roderanno di invidia quando le cose mi vanno bene e non rideranno di me se invece mi vanno male». Certo è che l’invidia è un vizio veramente “capitale” perché è incomprimibile; quando s’attizza, non si placa finché non diventa un fuoco che devasta il cuore di chi ne è affetto prima ancora di attaccare il destinatario. 
Aveva ragione Alberto Moravia quando nei suoi Nuovi racconti romani la comparava a «una palla di gomma, che più la spingi sotto, più ti torna a galla». È soprattutto il successo o la felicità dell’altro ad alimentare quella fiamma ed è per questo che l’invidia è per eccellenza un peccato contro la carità. Coi suoi mille volti differenti si affaccia nei palazzi del potere ma anche nei caseggiati popolari e si insinua pure nelle chiese. 
Spegnerne il fuoco devastante è un’impresa ardua ma necessaria per vivere in pace. 

fonte: http://sfruttiamo.splinder.com/post/16032642/Cos%27%C3%A8+l%27invidia%3F

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I cieli narrano… (Salmo 19)

I_cieli_narranoL’estate col trionfo del sole evoca al lettore attento della Bibbia alcune pagine tutte intrise di luce, di calore, di splendore.

È il caso del Salmo 19 (18 nella numerazione della liturgia), illuminato da due dischi solari, quello dell’astro naturale che incombe anche sulla nostra estate e sulle nostre vacanze e quello della parola di Dio i cui “comandi sono limpidi, danno luce agli occhi”. Il salmo è affacciato, allora, proprio su questi due soli, quello che brilla nel nostro cielo (vv. 2-7) e quello che risplende all’orizzonte delle nostre coscienze (vv. 8-15). Un rabbino medievale, grande studioso della Bibbia, di nome Kimchì, affermava che “come il mondo non si illumina e vive se non per opera del sole, così l’anima non si sviluppa e non raggiunge la sua pienezza di vita se non attraverso la parola di Dio”. E in questi anni più vicini a noi il pastore protestante e teologo D. Bonhoeffer, che è stato impiccato nei campi di concentramento nazisti, scriveva: “Il salmo 19 non può parlare della magnificenza del corso degli astri senza pensare, con uno slancio improvviso e nuovo, alla magnificenza della rivelazione della legge di Dio”.

Noi ci fermeremo a contemplare il primo sole, quello della natura, così come ce lo dipinge il poeta biblico nella prima parte della sua lirica-preghiera. Se questa strofa può essere letta proprio nella cornice di una luminosa giornata estiva, essa però non si riduce ad un idillio paesaggistico. Il sole e il mondo sono sempre agli occhi del credente “creazione”, sono quasi una misteriosa parola sussurrata da Dio all’uomo. Il celebre astronomo Keplero nella sua opera Armonia cosmica, dopo aver citato il nostro salmo, scriveva: “Ti ringrazio, mio Dio, nostro creatore, di avermi mostrato la bellezza della tua creazione e così io gioisco dell’opera delle tue mani. Ecco, io ho compiuto l’opera alla quale mi sono sentito chiamato: ho annunciato agli uomini lo splendore delle tue opere. Nella misura in cui il mio spirito limitato le ha potute comprendere, gli uomini ne leggeranno qui le prove”. Ascoltiamo anche noi le parole del salmista:

I cieli narrano la gloria di Dio
e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento.
Il giorno al giorno ne affida il messaggio
e la notte alla notte ne trasmette notizia.

Non è linguaggio e non sono parole
di cui non si oda il suono.

Per tutta la terra si diffonde la loro voce
e ai confini del mondo la loro parola.

Là pose una tenda per il sole
che esce come sposo dalla stanza nuziale,
esulta come prode che percorre la via.

Egli sorge da un estremo del cielo
e la sua corsa raggiunge l’altro estremo:
nulla si sottrae al suo calore (vv. 2-7).

Si intravedono facilmente all’interno di questa strofa,che costituisce il primo movimento del salmo, alcuni simboli applicati al sole: nuziale, militare, atletico. Il sole, infatti, tanto celebrato soprattutto in Egitto in seguito ad una riforma religiosa di stampo monoteistico imposta dal faraone Akhnaton (XIV sec, a. C.), è dipinto dal poeta biblico come un eroe guerriero che, dopo essere uscito dalla stanza nuziale ove ha trascorso la notte (il grembo delle tenebre), inizia la sua folle corsa sull’orizzonte come un campione che non conosce soste e stanchezze, mentre tutto il pianeta è avvolto dal calore irresistibile del giorno.

Questo intreccio di immagini nuziali, sportive e militari era noto anche nelle preghiere mesopotamiche: “O Sole, guerriero ed atleta, e tu Notte, sua sposa, lanciate sempre uno sguardo favorevole alle mie suppliche e alle mie pie azioni!”.

Questo primo movimento del salmo si snoda, però, su due piccoli quadri. Il primo raccoglie il canto dei cieli, presentati come se fossero persone che fanno da testimoni entusiasti dell’opera creatrice di Dio. Essi, infatti, “narrano”, “annunciano” le meraviglie del Creatore che li ha fatti. Anche il giorno e la notte sono rappresentati come messaggeri che trasmettono di postazione in postazione la grande notizia del Signore che si rivela proprio nelle sue creature. Spazio (i cieli) e tempo (notte e giorno) sono, perciò, coinvolti in una specie di “vangelo”di gioia e di luce, “nell’universo – scriveva un commentatore tedesco dei Salmi, H. Gunkel – risuona una musica teologica“.

Si tratta, però, di una musica e di un messaggio che non conoscono parole sonore ed echi; eppure questa strana voce silenziosa percorre tutto l’universo. Lo sguardo interiore dell’uomo e il suo orecchio spiritualmente attento possono decifrare questo enigma che è il creato. Il mondo muto si rivela all’occhio e all’orecchio dell’uomo come una realtà che parla e canta. S. Giovanni Crisostomo, celebre padre della Chiesa di Cappadocia (nell’attuale Turchia centrale), scriveva: “Questo silenzio dei cieli è una voce più risonante di quella di una tromba. Questa voce grida ai nostro occhi e ai nostro orecchi la grandezza di chi li ha fatti”. Il salmo si trasforma, allora, in un invito a vivere la nostra vacanza non come un semplice spazio vuoto, di riposo, di divertimento, di dispersione ma come un tempo colmo di scoperte e di stupore. Lo scrittore inglese Chesterton, il famoso creatore del personaggio popolare di P. Brown, sacerdote-investigatore, affermava che “il mondo non perirà per mancanza di meraviglie ma per mancanza di meraviglia”.

Il secondo quadro è avvolto dalla luce del sole, il principe del nostro orizzonte. La “tenda” è la notte ove il sole si ritira come fa il nomade che all’incombere della tenebra si rifugia nella sua tenda. Da questa camera nuziale notturna il sole esce all’alba come sposo – guerriero – atleta, pronto ad iniziare il suo lavoro – conquista – corsa negli spazi siderali.  Ecco, ormai il poeta vede fiammeggiare il sole in pieno cielo, tutta la terra è pervasa dal suo calore, l’aria è immobile, nessun angolo può sfuggire alla sua luce. Ma a questo punto il salmo ha una svolta: diventa un inno al sole della parola di Dio. E noi invitiamo chi ci ha seguito fin qui a prendere tra le mani una Bibbia e a concludere da solo la lettura del Salmo 19 scoprendo i raggi di luce che emanano dalla parola di Dio.

GIANFRANCO RAVASI

(dalla rivista SE VUOI)

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