Anche Giove (Zeus) era, per conto suo, geloso. Giunone (Era) era bella, saggia e fedele; ma Giove tuttavia era geloso: come mostrò quando Issione venne ospite all’Olimpo.

Bernard Picart – Issione legato a una ruota fiammeggiante e spinosa. (Wikipedia – Pubblico dominio)

Issione, re dei Lapiti, in un momento d’ira si macchiò di un assai grave delitto e vedendosi colpito dalla riprovazione generale, era ricorso a Giove. Questi, sempre benigno versi i supplici, lo aveva addirittura accolto sull’Olimpo e fatto sedere alla mensa degli Dei.
Nella pace di lassù il re dei Lapiti dimenticò il delitto e s’innamorò di Giunone; e invece di soffocare in se stesso il folle amore, come gli avrebbe dovuto imporre il rispetto verso la divinità e la riconoscenza verso il generoso ospite, osò scoprire alla Dea il proprio sentimento. Giunone, severa e casta, si appartò; Giove, per vedere fino a qual limite si sarebbe spinta l’audacia del temerario, prese una nuvola e le diede l’aspetto di Giunone. Senza naturalmente accorgersi della sostituzione, l’insolente persistette e, peggio ancora, ritornato tra gli uomini, ardì vantarsi della propria audacia. Giove, indignato, condannò Issione a essere legato per le mani e per i piedi a una ruota infuocata e a roteare così per l’eternità nella tenebrosa aria infernale.

Ancora di una nuvola si servì Giove, ma a ben diverso fine: gli uomini lo chiamavano, tra gli altri nomi, «Il Dio che addensa le nuvole»; ma non erano sempre nuvole di temporale!
Severo con gli altri, egli fu assai meno severo con se stesso; le sue avventure furono innumerevoli e svariatissime gli aspetti che di volta in volta gli piacque o gli convenne di assumere: Dio, uomo, cigno per giungere a Leda, regina di Sparta, toro per rapire sulla propria groppa Europa dai lidi fenici alle rive di Creta, pioggia d’oro per scendere alla prigione in cui Danae languiva. Un’altra volta si mutò in una bianca nuvola errante.

Antonio da Correggio – Giove e Io (Wikipedia – Pubblico dominio)

Sorgeva tra Tirinto e Micene un tempio sacro a Giunone. Sacerdotessa in quel tempio era Io, giovane principessa di leggiadria senza pari.
Giove se ne innamorò. Per poterla avvicinare senza destar sospetti egli si tramutò in un’aerea nuvola bianca.
Ogni sera la nuvoletta d’argento si spiccava dalla cima dell’Olimpo, fluttuava tra luna e stelle, veleggiava lontano lontano, si scioglieva nel cielo argivo, sul tempio dove la bella sacerdotessa attendeva.

Ahi! Giunone non tardò a scoprire l’idillio e l’inganno, e affrontò il marito per fargli tutti i più aspri rimproveri. Giove — è proprio il caso di dirlo — ebbe l’aria di cascar dalle nuvole; negò di aver mai conosciuto la giovane in questione; anzi, a provare che la ragazza, oggetto della gelosia coniugale, non esisteva nemmeno, trasformò Io in una bianca mucca.
—Vedi?— esclamò trionfalmente.
Giunone finse di credere.
—Bella! Molto bella! Te ne prego, fammene dono.

Giove non poté rifiutare e Giunone relegò la giovenca in un assai remoto pascolo, sotto la custodia di Argo, un gigante che aveva cento occhi e che non dormiva se non con cinquanta occhi per volta, mentre con gli altri cinquanta bene aperti, vigilava: non era facile davvero sottrarre la disgraziata Io a quel bovaro!
Giove ricorse al suo astutissimo figlio, Mercurio (Ermes).
E Mercurio, come per caso, venne a capitare là dove Io pascolava e Argo vigilava, sedette all’ombra di un albero, trasse dalla cintura il suo flauto, lo imboccò e cominciò a suonare: prima, forse, un’arietta vivace che fece spalancare ad Argo tutti i cento occhi, poi una dolce, lenta cantilena, poi una lunga nenia; i cento occhi si socchiusero, e rispalancarono, si socchiusero ancora, non si aprirono più: Argo dormiva.

Dormiva il suo ultimo sonno: poiché Mercurio, per essere proprio sicuro del fatto suo, tagliò netta la testa al povero Argo, quindi si portò via la giovenca. Giunone, che con tutta probabilità dall’alto dell’Olimpo dava di tratto in tratto un’occhiata sulla terra, non tardò a conoscere l’accaduto e, incollerita, mandò un tafano a tormentare l’infelice mucca; e il tafano, raggiuntala, tanto ferocemente la punse e l’assillò che la fece attraversare a corsa pazza e a nuoto affannoso le terre e i mari, fin nell’Egitto, dove, a un tocco di Giove, l’affranta Io poté riprendere la sua forma umana. In Egitto le nacque un figlio: Epafo; e Giunone, implacabile, glielo fece rapire dai Cureti. Giove, irato a sua volta, sterminò i Cureti, mentre la trambasciata Io peregrinava alla ricerca del figliuolo. Dopo un lunghissimo errare, lo ritrovò; allora tornò in Egitto, ne sposò il re e finalmente ebbe pace.

Foto di Nico Franz da Pixabay

Anche il fedele Argo, vittima del proprio dovere, aveva pace: una pace eterna. A onorarne la memoria, Giunone ne raccolse tutti i cento occhi e li sparse sulla coda gloriosa del pavone, l’uccello che le era sacro.

E Giove? Giove era ormai sviato dietro ad altre avventure.

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