Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Girolamo Savonarola

Monumento a Girolamo Savonarola - Piazza Savonarola - Ferrara

Monumento a Girolamo Savonarola – Piazza Savonarola – Ferrara

Poche figure hanno saputo coagulare attorno a sé interessi tanto contrastanti e conflittuali come quella di Girolamo Savonarola. Non stupisce, dunque, che a questa dialettica abbia fatto riscontro un’analoga attenzione sul piano storico–letterario, per cui il frate ferrarese (1452 – 1498) è risultato oggetto di studi numerosi e ripetuti.
Lo stesso Savonarola ha contribuito a incrementare la mole di ricerche che lo riguarda, come testimonia l’edizione nazionale delle sue opere che ha raggiunto i ventotto volumi.
In questa sterminata produzione sono compresi infatti trattati teologici, opere di esegesi biblica, testi di riflessione filosofica, spirituale ed anche di oratoria, senza dimenticare la grande importanza che la sua vicenda esistenziale ha fatto assumere agli scritti di teoria politica. A questa inesausta attività ha dedicato una biografia incalzante Ivan Cloulas(*), capo della sezione antichità degli Archivi nazionali di Francia e conservatore generale del Patrimonio.
Già noto come autore di altri ritratti (Lorenzo il Magnifico, I Borgia, Giulio II), nell’interessante prologo (7 – 11), egli traccia una breve cronistoria di quelli che sono stati suoi predecessori come biografi della figura savonaroliana, sottolineando in particolare l’importanza di Pasquale Villari (La storia di Girolamo Savonarola e dei suoi tempi, 1859-61) e Roberto Ridolfi (Vita di Girolamo Savonarola, 1952) che l’autore vede brillare più di altri storici e altri lavori anche più recenti (abbastanza netta è la presa di distanza dai quattro volumi del Savonarola di Franco Cordero, 1986-88, scritti in uno stile che “ricorda quello di un avvocato o di un moderno presentatore dei media” [10]).
Per quanto riguarda invece la biografia in quanto tale, con l’opera di Cloulas siamo di fronte ad un vero e proprio esempio di storia evenemenziale che segue la vicenda umana di Savonarola, in particolare nel periodo che segue l’arrivo a Firenze e fino alla morte, scandendone la vicenda temporale con i principali discorsi pronunciati dal pulpito e riprodotti per lunghe citazioni. L’autore non approfondisce se non per linee generali i diversi aspetti così evidenziati, preferendo che a parlare siano le parole stesse di Savonarola, e il risultato che ottiene se, da un lato, giova certamente alla scorrevolezza del testo, dall’altro lo rende però piuttosto piatto ed uniforme e tale per cui ogni particolare della vicenda viene posto su di un medesimo piano, senza alcuna apparente volontà di problematizzazione critica. L’edizione italiana del libro riproduce fedelmente l’originale francese edito da Fayard nel 1994; presenta un corpo di note essenziale, sebbene spesso con citazioni di seconda mano, un apparato di fonti, una ricca bibliografia e l’indice dei nomi.

(*) Ivan Cloulas, Savonarola o la rivoluzione di Dio, Casale Monferrato, Piemme, 1998, 437 pp.

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L’esecuzione di Girolamo Savonarola

da: Savonarola di Ivan Cloulas,

Il mattino del 23 maggio i tre frati, di nuovo insieme, assistono alla messa. Savonarola, dopo aver chiesto di poter tenere l’ostia nelle mani, la prende e recita una preghiera, supremo commento della sua dottrina: «Signore, io so che tu sei… quella Trinità perfetta, indivisibile e inseparabile distinta in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Io so che tu sei quel Verbo eterno, che discendesti dal cielo in terra nel ventre di Maria vergine, salisti sul legno della croce a spargere il tuo prezioso sangue per noi miseri peccatori. Io ti prego, Signore mio, io ti prego, salute mia, io ti prego, consolatore mio, che tanto prezioso sangue per me non sia sparso invano, ma sia in remissione di tutti i miei peccati, dei quali ti chiedo perdono …come pure di ogni offesa o danno recato a questa città, e di ogni mio errore che non conoscessi».

 Comunicatosi, porge l’ostia ai due fratelli. Subito dopo li avvisano che è ora di raggiungere la piazza.

 Dopo aver benedetto un’ultima volta i due compagni inginocchiati ai suoi piedi, Girolamo scende con loro la scala del Palazzo. Sono accostati da due frati del loro Ordine: sono dei conventuali di Santa Maria Novel­la, inviati dal generale. Uno di loro è fra Tommaso Sardi. Hanno l’incari­co di spogliare i condannati dell’abito domenicano e di lasciarli andare al patibolo con la sola camicia di lana, detta tonicello, a piedi nudi e con le mani legate. «Da’ qua questo scapolare», dicono villanamente a Savona­rola. I loro modi bruschi straziano le sue membra, già sofferenti per la tortura, e gli strappano un grido di dolore. Acconsentono tuttavia alla sua preghiera di poter tenere per un momento l’abito nelle braccia. Lo si sen­te pregare: «O abito santo, quanto t’ho desiderato! Dio mi ti dette e finora t’ho conservato immacolato; e ora io non ti lascerei, ma tu mi sei tolto!». 

Firenze, Museo di San Marco - Esecuzione di Savonarola in Piazza Della Signoria a Firenze - opera attribuita a Francesco Rosselli

Firenze, Museo di San Marco – Esecuzione di Savonarola in Piazza Della Signoria a Firenze –
opera attribuita a Francesco Rosselli

II primo ad apparire sulla piazza nera di popolo è Savonarola. È accolto da un grido: «Ecco il frate!». Poi sulla folla cala un silenzio im­pressionante. I tre morituri scoprono la scena della loro esecuzione. Un palco di legno, una sorta di ponte, che si alza da terra a un’altezza poco superiore alla statura di un uomo, parte dalla ringhiera del Palazzo della Signoria per raggiungere, a un quarto della lunghezza della piazza, un rogo di rami secchi e di legna accatastata, su cui è stato innalzato un alto palo, al quale, poco sotto la cima, è stato inchiodato trasversalmente un altro legno, che lo rende simile a una croce.

«Li vogliono crocifiggere», aveva mormorato il popolo venuto ad assistere ai preparativi. Gli addetti ai lavori avevano perciò accorciato in fretta i bracci della croce «acciò che non fosse simile a quella di Cristo». Ma per quanto tagliassero e mozzassero, il patibolo manteneva l’aspetto di una croce. Vi erano stati legati tre capestri e tre catene di ferro desti­nate, queste ultime, a sostenere i corpi degli impiccati nel momento in cui sarebbero stati avvolti dalle fiamme.

Accanto ai Signori siedono i commissari apostolici e, alla loro destra, il tribunale degli Otto. A sinistra, cioè verso la porta del Palazzo, siede il vescovo di Vaison, designato da un breve del papa Alessandro VI, mani­festamente redatto prima della partenza di Romolino, ad degradandos fratres morituros. Il vescovo è fra Benedetto Paganotti, dell’Ordine dei predicatori, già frate di San Marco e ammiratore di Savonarola. Mentre svolge il suo compito è talmente turbato che dice: «Io ti separo dalla Chiesa militante e dalla trionfante». Girolamo lo riprende pacatamente, con la sua solita voce tranquilla: «Solo dalla militante; l’altro non sta a te». E il buon vescovo rimedia docile all’errore, celando il suo profondo smarrimento.

Proseguendo la loro via crucis, i tre frati giungono davanti ai commis­sari apostolici. Romolino legge ai condannati la sentenza, aggiungendo queste parole: «Alla Santità del nostro Signore [il papa] piace liberarvi dalle pene del Purgatorio, dandovi la plenaria indulgenza dei vostri pec­cati, restituendovi alla pristina innocenza. L’accettate voi?». E i tre frati “eretici e scismatici” chinano devotamente il capo in segno di assenso. Poi sfilano davanti agli Otto, che rappresentano il braccio secolare, per ascoltare la sentenza, pronunciata in nome della Signoria, che li condan­na, «dopo avere esaminato e valutato i nefandissimi crimini dei detti fra­ti», a essere «tutti e ciascuno impiccati e inoltre bruciati, onde 1′ anime loro siano separate dal corpo».

Solo il lungo palco sopraelevato separa ormai i martiri dal patibolo. I tre lo percorrono, tremanti nel loro tonicello bianco, ciascuno affiancato dalle due nere figure del monaco e del penitente. Nascosti sotto il palco, alcuni teppisti hanno conficcato dei chiodi nelle fessure tra le assi per ferire i piedi nudi dei frati, che tuttavia avanzano tranquilli tra scherni e oltraggi.

Quando un cittadino compassionevole gli si avvicina per rivolgergli qualche parola di consolazione, il priore gli risponde in tono pacato che nell’ora suprema solo Dio può consolare i mortali. Quando poi un pre­te, un certo Nerotto, osa domandargli con quale disposizione d’animo sopporta il martirio, gli replica con semplicità, osservando che il Signo­re ha tanto sofferto per lui. Da parte sua, fra Domenico, estraneo al tumulto, sembra recarsi a una festa anziché al patibolo. La sua esalta­zione è tale che vorrebbe intonare ad alta voce il Te Deum. Vi rinuncia su invito del penitente che lo assiste, ma dice però al suo accompagna­tore: «Aiutatemi almeno sotto voce», ed entrambi recitano insieme l’intero inno. Poi aggiunge: «Rammentatevi bene che le profezie di fra Girolamo si debbono avverare tutte e che noi siamo morti innocenti».

Fra Sílvestro è il primo a salire la scala del patibolo. Con la corda intorno al collo, al momento della spinta fatale grida: In manus tuas, Domine, commendo animam meam. Dopo aver legato il suo cadavere con la catena di ferro, il boia si sposta dall’altro lato della croce per sotto­porre allo stesso supplizio fra Domenico. II frate sale svelto sul patibolo, il volto estatico, raggiante di gioia e di speranza, come se andasse dritto in Paradiso.

Tocca poi a Savonarola prendere il posto rimasto vuoto tra i due com­pagni. Chiede al suo confessore di pregare per lui e, recitando i1 Credo, sale la scala. Giunto al sommo della croce non può evitare di volgere lo sguardo alla folla che attende avida la sua morte.

Sono le dieci antimeridiane del 23 maggio 1498, vigilia dell’Ascen­sione. Non molto tempo prima, nella stessa occasione, la folla si assiepa­va in Santa Maria del Fiore per ascoltare estasiata ogni sua parola. Ora, dando sfogo al suo odio, la plebaglia reclama la sua parte. Ai piedi del patibolo, gli assistenti attendono impazienti il segnale per lanciare le tor­ce sul rogo.

Mentre Girolamo porge la testa al boia, una voce grida: «Savonarola, ora è tempo di fare miracoli!». Queste parole ricordano ai Piagnoni, nascosti tra la folla, il cinico invito rivolto a Gesù nell’ora della morte: Descende de cruce! Ma il boia gli ha già dato la spinta fatale. Poi, per compiacere agli spettatori, accenna qualche grottesco passo di danza intorno al corpo agonizzante, un gesto beffardo che sarà redarguito dalla Signoria. Con le sue mosse scomposte si fa sfuggire di mano la catena di ferro che intendeva passare rapidamente intorno al corpo di Girolamo perché, ancora in vita, sentisse il tormento del fuoco. Quando la racco­glie è tardi, Savonarola è già morto. Appena il boia è sceso dal patibolo, il fuoco avvampa, prima del segnale convenuto: ad appiccarlo è stato un uomo, appostato nel luogo del supplizio da parecchie ore, ansioso, così grida, di poter finalmente bruciare chi voleva bruciarlo.

Allora si alza un vento impetuoso che allontana le fiamme dai tre cadaveri. Dalla folla si leva un immenso clamore: «Miracolo! Miraco­lo!». Ma il vento si calma e le fiamme avvolgono i tre religiosi. Consu­mate le corde che gli legavano le braccia, si vedono le mani di Savonaro­la agitarsi sotto l’azione del fuoco. Il braccio destro si solleva, come se il frate, tra le fiamme, benedicesse il popolo che lo brucia.

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