Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

I popoli di Atlantide nel Mediterraneo antico

Testo tratto da un lavoro di  Alberto Arecchi *

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Non deve assolutamente trarci in inganno il fatto che oggi noi chiamiamo Oceano Atlantico l’ampia distesa d’acqua ad occidente delle coste europee. Tale corrispondenza di nomi è invece spesso addotta come indizio, o addirittura come prova, dai fautori di un’Atlantide posta nei Caraibi, o intorno alle Azzorre, e sprofondata nelle più oscure fosse oceaniche.

Erodoto, che scriveva un’ottantina d’anni prima di Platone, ignorava ogni cosa dell’Europa Occidentale: “Per quanto riguarda l’estremo occidente dell’Europa, nessun testimone oculare mi ha potuto confermare che al di là di esso esista un mare” (III, 115). “Nessuno può dire se essa (l’Europa) sia circondata dall’acqua” (IV, 45).

Pytheas, trent’anni dopo la morte di Platone, fu il primo a indicare come Okeanos la vasta distesa del mare occidentale, che poi per tutto il medioevo fu chiamato “Mare delle Tempeste” o “dell’Oscurità”. Tacito, nell’anno 50 d.C., scriveva che la Germania, la Danimarca e le isole britanniche si affacciavano sull’Oceano. Nel 150 d.C., la celebre Geografia di Tolomeo lo designavano come “oceano occidentale”.

Il nome Oceano Atlantico fu adottato molto tardi, soltanto tra i sec. XVI e XVII, posteriormente alla “scoperta” dell’America, che in un primo momento si pensò proprio di battezzare “Atlantide”.
È quindi ingannevole e falsa la considerazione (da molti addotta a sostegno delle loro ipotesi) che il nome attribuito in epoche recenti all’oceano Atlantico debba indicare una sua relazione con la collocazione dell’antica Atlantide.
Esiste una tradizione orale berbera che chiama “Bahr Atala”, ossia “mare d’Atlantide” la regione dello Chott el Djerid, proprio quello che era il fondo dell’antico grande lago la cui tracimazione, secondo i miei studi e le mie ipotesi, fu causa della rovina di Atlantide. Sul fondo di quel grande lago riposa il probabile relitto d’una grande nave, recentemente identificato grazie alla fotografia satellitare. (Nota 1)
Sembra opportuna, a tale proposito, riportare integralmente la notizia dal sito 
www.liutprand.it

 
“RITROVATA DAL SATELLITE UNA NAVE DI ATLANTIDE?
Uno strano oggetto appare nelle foto satellitari di Google Earth, in un punto del Grand Erg orientale, nel profondo sud dell’Algeria, verso est, in direzione della Tunisia e di Ghadamès, dove secondo le mie ricerche c’era il gran lago che ‘affondò’ Atlantide con la tracimazione delle proprie acque.
Le coordinate geografiche dell’oggetto semisepolto nelle sabbie sono: 31°01’25” N – 7°58’32” E. La località si trova in prossimità dei campi petroliferi denominati Rhourde el Khrouf, in corso di sfruttamento, a non grande distanza da Rhourde El Baguel (un centinaio di km verso Sud-est, in direzione del confine tunisino). Rhourde El Baguel è per importanza il secondo giacimento petrolifero dell’Algeria, ragion per cui la presenza umana nella zona non è così rarefatta come si potrebbe pensare, quando si parla di ‘gran deserto di sabbia’, ma è una zona con piste d’atterraggio e con un certo passaggio d’auto fuoristrada. Ecco perché nei dintorni si vedono piste, casupole e tracce d’autoveicoli.
La misteriosa forma affusolata, molto simile ad una chiglia di nave rovesciata, è inserita quasi in diagonale all’interno d’altre tracce (formate da due linee parallele) che formano un ampio rettangolo (dimensioni di circa 120 x 200 m) e s’interrompono verso Nord presso la cresta d’una duna. Dall’alto a destra di questa specie di ‘recinto’ provengono altre due tracce parallele che scavalcano la cresta della duna, e sono con evidenza le tracce delle ruote d’un veicolo fuoristrada. Anche quello che sembra un “recinto rettangolare” potrebbe essere prodotto dalle tracce di fuoristrada che vanno dritto, anziché zigzagare… il passo tra le ruote è esattamente identico, come si può notare dall’esame dell’altra traccia che scavalca la duna.
L’oggetto appare in rilievo, in una leggera depressione scavata dal vento lungo i lati della punta. Si direbbe trattarsi d’un lungo oggetto affusolato, affondato nella sabbia all’estremità in basso a sinistra e sollevato all’estremità verso l’alto a destra della foto (ossia N-E). Occorre infatti tener conto che l’illuminazione solare della foto proveniva da Sud-est, ossia da destra in basso. L’oggetto dev’essere costituito da materiali abbastanza robusti da averne impedito la deformazione, nonostante una prolungata esposizione agli agenti atmosferici ed alle azioni corrosive dei venti del deserto.


https://i0.wp.com/www.tanogabo.it/wp-content/uploads/2011/04/naveatl3.jpg?w=955&ssl=1La foto satellitare risale al 20 gennaio 2005.
L’oggetto è segnalato sulla cartografia di Google Earth col seguente tag: “ancient alien spacecraft – I found this crazy thing in the desert of Algeria. I have no idea what this it but it looks great. found date: 19.07.2006 found by: minel72 forum-id: http://www.googleearthhacks.com/forums/showthread.php?t=7604”.
Secondo la persona che l’ha segnalata (che si qualifica con lo pseudonimo “minel72”), la ‘matita’, lunga circa un centinaio di metri, potrebbe essere un oggetto di provenienza aliena… non potrebbe invece essere un’antica nave?
Il manufatto appare chiaramente artificiale, ancorché l’ipotesi extraterrestre appaia azzardata. Il relitto non ha tuttavia per nulla l’aria di un manufatto moderno.
Se fosse una struttura militare, avrebbero provveduto ad oscurarla su Google Earth, come altre… Sul fondo di quello che fu, sino al 1200 a. C., uno dei più grandi laghi che circondavano l’area del bacino Mediterraneo, possiamo supporre che si tratti proprio del relitto della carena d’una nave, e d’una nave dell’antico popolo dei Tjehenu che popolava quest’area e che le mie ricerche fanno identificare come ‘il popolo d’Atlantide’.
Il calcolo delle quote dà come risultato una lunghezza dell’oggetto misterioso, sepolto nelle sabbie, di 100 metri, da punta a punta.
Si tratterebbe quindi di una nave piuttosto lunga, ma ho altresì scoperto che delle navi ‘minoiche’ (le più vicine alla cultura della nostra Atlantide, per l’epoca e per lo stile) non si conoscono misure precise, dato che nessun relitto è stato trovato in condizioni adeguate per misurarle.
La presenza d’un relitto di tali dimensioni nel gran lago interno si giustificherebbe non tanto con esigenze legate alla navigazione, quanto piuttosto con ragioni cerimoniali. Si veda a tale proposito il celebre dipinto rupestre di Jabbaren, con le offerte cerimoniali e la veduta della barca nel lago”.
 
Sulla tradizione berbera del nome “Bahr Atala” si basarono anche gli archeologi francesi e tedeschi che negli anni tra il 1920 ed il 1938 svolsero scavi nel sud tunisino, alla ricerca di qualche traccia dell’impero perduto d’Atlantide. (Nota 2)
Ebbene, tale tradizione trova un importante appoggio in un testo molto antico, il Libro dei Giubilei, che fa parte della Bibbia ebraica e di quella copta, mentre nella tradizione cattolica è considerato un testo apocrifo. Il Libro dei Giubilei elenca tutte le genealogie dei successori d’Adamo. Nei capitoli che trattano della divisione del mondo tra i figli di Noé, più volte è elencato “il grande lago” come limite di espansione verso ovest delle terre affidate a Cam ed ai suoi discendenti, e almeno in una circostanza il lago è chiamato espressamente “Bahr Atala” o “Bahr Atil” (la vocalizzazione dipende dal tipo di traduzione).
“[22] E a Cam uscì (in sorte) la seconda parte, verso la regione al di là del Ghihon, verso nord, a destra (= a nordest) del Giardino (terrestre = Eden) e andava verso nord per tutte le montagne di fuoco (= vulcani); e andava verso occidente, verso il lago di Atil e procedeva (a) occidente sino ad avvicinarsi al lago Mauk nel cui interno scendono tutti (i fiumi?) che si perdono. [23] E veniva a sud, ai bordi di Gadir e veniva ai bordi delle acque del lago, nella regione al di là del gran mare sino quando si avvicinava al fiume Ghihon e questo fiume procede sino ad avvicinarsi a destra del Giardino di Eden. [24] Questa é la terra che (uscì) in sorte a Cam, in porzione che egli prendeva in perpetuo, per sé e per i suoi figli”. (Nota 3)
Uno dei problemi più importanti per un’esatta comprensione dell”Antichità è: chi deteneva la padronanza dei mari?
Certamente non l’Egitto, le cui eleganti barche affusolate navigavano sul Nilo. Solo in casi eccezionali esso organizzava spedizioni come quella alla Terra di Punt,, per andare alla ricerca d’incenso e d’altri prodotti preziosi sino all’estremità del Mar Rosso. Per tali occasioni, gli Egizi ricorrevano a navi d’alto mare fatte d’abete, costruite presso Gubla, la Keben degli Egizi, la città che poi divenne Byblos, in Siria. I siriani commerciavano sulle coste del Medio Oriente, ma non superavano l’isola di Cipro. Gli archivi d’Ugarit non menzionano nessun traffico con Creta o con la Grecia. Cipro doveva dunque fungere da punto di scambio con l’Occidente.
Le scoperte archeologiche testimoniano un traffico molto antico tra l’Egitto e l’Egeo, per esempio con Cythera, sin dalla V Dinastia, verso il 2400 a.C. Ne sono prova alcuni oggetti d’argento, ritrovati in tombe egiziane del 2150. L’analisi ha dimostrato che il metallo proveniva da miniere della zona d’Atene, sfruttate già da tempo.
Così pure, la ceramica micenea era diffusa nel Mediterraneo nei sec. XIV e XIII a.C., e sin dal 2500 esistevano stretti legami tra la civiltà cicladica e quella della regione d’Almeria, al sud della penisola iberica. Dovevano quindi esistere relazioni marittime a lunga distanza, che non erano gestite né dagli Egizi, né dei Siriani.
Normalmente si cerca di risolvere tale interrogativo con l’ipotesi d’una ‘talassocrazia’ (potere assoluto sui mari), dapprima esercitata dai minoici cretesi, poi ereditata dai greci micenei. I minoici però non avevano alcuna influenza all’esterno di Creta prima del 1900 a.C. ed i micenei non si azzardarono ad esplorare altri territori, al di fuori della Grecia, sino al 1450 a.C. Non si riesce così a spiegare traffici commerciali, risalenti almeno al 2400 a.C.
https://i0.wp.com/www.tanogabo.it/wp-content/uploads/2011/04/themeu-haunebut_small.jpg?w=955&ssl=1Da tempi immemorabili i marinai d’Occidente, obbligati a muoversi da e per le loro isole, avevano appreso a navigare in alto mare. Avevano esplorato il Mediterraneo orientale, si erano insediati nelle Cicladi e a Creta, prima di loro quasi disabitata, e da lì gestivano i loro fruttuosi commerci con l’Egitto.
Si potrebbe obiettare che un tal tipo di lupi di mare non sarebbe passato inosservato!
Ebbene, in Egitto si conoscevano molto bene quei marinai, che non erano né siriani, né cretesi, né micenei. Lungo tutta la sua storia, sin da Cheope, verso il 2600 a.C., i testi fanno allusione a dei misteriosi marinai. Commercianti, pirati, mercenari, di volta in volta, il ‘vento del Nord’ li spingava da mari lontani sino ai rami occidentali del Delta ed erano chiamati Haunebut.
I Testi delle Piramidi, datati 2500 a.C., chiamano il Mediterraneo ‘il cerchio che circonda gli Haunebut’ o anche ‘il verdissimo degli Haunebut’. Uno dei ‘nove archi’, ossia le regioni dell’Universo dominate dal Faraone, era chiamato ‘Arco degli Haunebut’. Di questi nove archi si parla sino dal Re Scorpione, prima del 3000 a.C. Perciò dovevano esistere gli Haunebut prima di Byblos, di Micene, prima dei greci e persino prima dell’Egitto!
Diversi autori vedono in questo termine un’espressione mitica e generica, attribuita di volta in volta ai popoli costieri del Nord del mondo. Gli Haunebut non erano però un’espressione mitica. Intorno al 1450 a.C., Tuthmosis III li definisce “abominazione di dio”. Invece nel 1580 Ahmosis, vincitore degli Hyksos, impegnava i propri sudditi ad acclamare la sua sposa, ‘la Signora degli Haunebut’, che figura a fianco dei nobili egiziani nella Stele della Vittoria.
Appare con chiarezza il fatto che sin da tempi monto antichi una potenza marittima dominasse sul Mediterraneo e che gli Egizi ne ignorassero la provenienza. Tutto ciò che si sapeva era contenuto in una canzoncina infantile, della ‘dei Quattro Venti’:
“Ecco il Vento del Nord, che porta gli Haunebut.
Esso stende le sue braccia sino alle estremità della Terra”.
In un’iscrizione del pilone del suo Tempio funerario di Medinet Habu, Ramses III è glorificato dalla divinità: “Metto la paura di te nel cuore della terra degli Haunebut. La Tua Maestà li ha schiacciati… gli scorridori delle sabbie s’inchinano davanti al tuo nome”.
Nel sec. XII a.C., dopo le scorribande dei Popoli del Mare, i re libici salirono sul trono d’Egitto. Temehu e Tjehenu sono menzionati sin dai primi testi egizi conosciuti, verso il 3200 a.C. Essi appaiono dipinti nel tempio di Sahure, verso il 2500 a.C. I Tjehenu sono alti, di bel portamento, con molti capelli, il naso aquilino ed una barbetta a punta. La loro pelle è bianca. In questo dipinto sono vestiti solo con collane ed altri ornamenti ed un piccolo perizoma.
Nel 1307, ottant’anni prima dell’arrivo dei Popoli del Mare, Claire Lalouette segnala un attacco in Libia di nuovi venuti, biondi e con gli occhi blu, che gli Egizi chiamavano sempre Tjehenu.
I Libu (Libici), successori dei Temehu e dei Tjehenu, sono raffigurati nei dipinti egiziani con lunghi mantelli ricamati, dotati d’una sola manica (la destra), tatuati, con piume tra i capelli, parte del cranio rasato ed una lunga treccia che scende sopra l’orecchio destro. Nel 1300 a.C., nella tomba di Seti I, sono raffigurati i loro splendidi costumi. Una scultura del tempo di Ramses II (1290-1224 a.C.) rappresenta la tipica testa d’un libico, con la treccia.
Dopo la metà del secondo millennio a.C., si registra un importante cambiamento nell’arte rupestre sahariana. Lo stile bovidiano è sostituito dal cosiddetto stile ‘cavallino’ e si moltiplicano le raffigurazioni di cavalli che trainano carri in corsa. I carri di questi dipinti non sono né di tipo egizio, né di tipo miceneo. Le corrispondenze tra gli affreschi di stile cavallino ed i Temehu della tomba di Seti I spingono Deruelle a identificare nei Libici i portatori della cultura del cavallo, che sarebbe stata introdotto nell’attuale Tunisia durante l’Età del Bronzo. (Nota 4)
Quanto ai Meshuesh, uno dei gruppi nominati tra i Popoli del Mare, il loro nome somiglia strettamente ai tesmini di Massyles e Masaesyles, popoli berberi che si opposero strenuamente a Cartagine e poi a Roma. I Romani li chiamarono Mazices, Erodoto li indicò come Maxyes. Ancor oggi, i Berberi chiamano se stessi col termine Amazigh. I Meshuesh erano probabilmente i più antichi abitanti del Maghreb.
Prima dell’arrivo e del passaggio di tanti popoli stranieri, l’Africa del Nord fu un’unica grande potenza, dalla Mauritania sino all’Egitto. Dopo tremila anni, si è perso il ricordo di tale grandezza.
 
Diodoro Siculo, nel sec. I a.C., citava il geografo Ecateo di Mileto, il primo geografo conosciuto, che era vissuto nel sec. VI a.C.:
“Ecateo ed altri riferiscono che, al di là della terra dei Celti, esiste nell’Oceano un’isola grande almeno quanto la Sicilia, che si estende verso il nord, abitata dagli Iperborei. Li chiamano così perché abitano al di là della terra da cui proviene la Borea, vento del nord. Si dice che Leto o Latona fosse nata su quest’isola. Perciò Apollo, suo figlio, è il dio più venerato in quel paese. Da quell’isola la luna appare a breve distanza alla terra e si mostra con montagne, chiaramente visibili, come quelle terrestri. Ogni 19 anni, il dio deve ritornare a visitare l’isola. In capo a tale periodo le stelle ritornano nella loro posizione primitiva. Per tale ragione anche presso gli Elleni il periodo di tempo di 19 anni è chiamato ‘anno di Metone'”. (Nota 5)
Diodoro (o forse lo stesso Ecateo) riferisce dalle proprie fonti:
“In tempi molto antichi, un iperboreo di nome Abaris sarebbe venuto in Grecia e vi avrebbe rinnovato l’amicizia e la parentela con gli abitanti di Delo (Apollo, figlio di Latona, nacque su quest’isola). Alcuni Elleni sarebbero parimenti andati in quella terra e vi avrebbero lasciato offerte, con iscrizioni in greco”.
Il testo parla di celebrazioni della ricorrenza ciclica di 19 anni in un’isola del Nord, ove la Luna appare a breve distanza (altezza) dalla Terra. Inoltre fa trapelare il fatto che il ciclo lunare di 19 anni sia giunto ai Greci da parte degli Iperborei, con i quali essi avrebbero avuto contatti “si da tempi molto remoti”, mentre Metone proclamò la Legge dei 19 anni ai Giochi Olimpici del 433 a.C., molto tempo dopo Ecateo. Il ciclo di Metone, di 19 anni, è quello che riconduce la luna piena allo stesso giorno del calendario, ma occorrono 18, 6 anni perché la luna ritorni nella stessa posizione rispetto alle stelle (ossia le stelle riprendano la posizione primitiva) e le eclissi totali si ripetono con un ciclo di 18 anni e 11 giorni. Quest’ultimo cico era quello utilizzato dai sacerdoti scozzesi, per esempio nella costruzione del Cromlech di Crucuno v. pag. 127. Si direbbe quindi che gli Iperborei abbiano penetrato tali segreti prima dei Greci. Diciannove anni, più diciannove, più diciotto, dà un totale di 56, quanti sono i “fori d’Aubrey” del gran cerchio di Stonehenge.
È vero che i Caldei conoscevano ben prima dei Greci il ciclo regolare delle eclissi, che chiamavano ciclo di Saros. (Nota 6)
Qualche studioso suppone che i Caldei stesi avessero appreso la conoscenza dei fenomeni celesti da popolazioni provenienti dall’Europa del Nord, dalle terre delle alte latitudini e dei megaliti, che in epoca pre-sumera le abbiano sul 
portate in Mesopotamia.


Nel decennio 330-320 a.C. la città di Massilia (Marsiglia), popolata da coloni di Focea, incaricò il suo miglior marinaio, Pytheas, d’esplorare i mari boreali. Egli partì e ritornò con una flottiglia di tre galere e raccontò il proprio viaggio nell’opera “Peri Okeanos“, “Intorno all’Oceano“, che sfortunatamente è andata perduta. Il viaggio fu un exploit singolare per i navigatori dell’Età Classica. Ancora quattrocento anni dopo, i Romani viaggiavano soltanto bordeggiando, sino all’Elba e sino alla Scozia, ma non si avventuravano in alto mare, il quel “mare tempestoso” che molti secoli più tardi sarebbe stato ribattezzato “Atlantico”.
A Pytheas fu attribuita la scoperta della correlazione tra le maree ed i moti della Luna. (Nota 7)
La sua teoria ebbe ben poco tempo per essere elaborata durante il viaggio, che durò solo un anno e mezzo, da una primavera sino all’autunno dell’anno seguente. Occorre pensare che in tale breve tempo, oltre ad occuparsi delle incombenze logistiche del viaggio, non gli rimanesse l’opportunità di sviluppare le osservazioni necessarie per la verifica d’un meccanismo complesso come quello delle maree. Egli dovette essere edotto dai marinai del Nord, che si tramandavano le osservazioni delle maree e delle eclissi lunari, e riportò tali conoscenze in patria, formandosi una valida reputazione d’astronomo. Da ciò che rimane dei suoi racconti, egli stesso riferisce: “I Barbari ci mostrarono dove dorme il Sole” (Nota 8), ossia “il luogo ove sempre hanno origine le notti”. (Nota 9)
“A Thule, il cerchio descritto dal Sole nel solstizio d’estate rimane al di sopra dell’orizzonte”. (Nota 10) “Il giorno, a Thule, dura più di venti ore”. (Nota 11)
L’origine delle notti, il luogo in cui il Sole si corica, è il punto in cui l’astro tocca l’orizzonte per risollevarsi subito. Più a Nord, il Sole non tramonta neppure, durante il periodo estivo. Ciò avviene al Circolo Polare, oggi alla latitudine di 66°30′, allora di 66°10′ circa (l’inclinazione dell’asse terrestre, complementare di quest’angolo, fu determinata correttamente da Pitheas in 23°51′). (Nota 12)
 
https://i1.wp.com/tanogabo.com/wp-content/uploads/2011/04/islanda.jpg?w=955
L’unica terra a tali latitudini nell’Oceano, tra la Norvegia e la Groenlandia, è l’Islanda, che si estende tra 63°30′ e 66°30′. Dalle sue coste settentrionali si vede dunque “l’origine delle notti”, mentre a sud dell’isola, ove sbarca chi provenga dalle Isole Britanniche, la durata del giorno nel solstizio d’estate è di 20 ore e mezza. Ecco qual era la famosa Thule degli Iperborei (chiamata Ogygia da altri autori, come Plutarco). Plinio ricordava che “Pytheas andò all’isola di Thule, distante sei giorni di navigazione a nord della Bretagna”. (Nota 13) Sei giorni di navigazione corrispondono ai circa 900 km che separano le due isole. Qui egli incontrò “gente che proveniva da Scandias, Dumnan, Bergos e Nerigen” (Nota 14), ossia: da Scania (Svezia meridionale), dalla Scozia (?), da Bergen e dalla Norvegia.
Pytheas non incontrò presso quei popoli nessuna manifestazione d’ostilità, anzi una disponibilità a rivelargli le loro conoscenze. “Gente semplice, ben lontana dal nostro spirito d’oggi, animoso e cattivo. Il loro modo di vivere è piuttosto primitivo”. (Nota 15)
Negli anni tra il 2200 ed il 2050 a.C., popolazioni d’origini asiatiche, spinte nel Delta del Nilo dall’avanzata degli Amoriti, generarono uno stato d’anarchia, pudicament ribattezzato nella storia egizia come “primo Periodo intermedio”. Il successivo periodo del Medio Regno fu una nuova epoca brillante, per le glorie d’Egitto, ma nel 1780 si ebbe un ritorno in forza di popolazioni asiatiche, che diede inizio al secondo Periodo intermedio. Questa volta gli asiatici furono raggiunti dai loro invasori, che organizzarono un regno nella regione orientale del Delta del Nilo, con la città di Avaris come capitale. Vi regnarono sei Faraoni, tra il 1645 ed il 1537. Gli egiziani chiamarono quesgli atranieri Hyksos, un termine che è stato a lungo tradotto come “re pastori”, mentre oggi se ne ammette un significato “capi di paesi stranieri”. La loro provenienza è comunque rimasta sconosciuta. (Nota 16)
Per la storia ufficiale rimane un mistero l’origine degli Hyksos, ma la loro partenza dll’Egitto è ben documentata dai testi. Il re tebano Seqemenre intraprese nel 1580 una spedizione verso i territori del Nord, contro l’Hyksos Apophis, proseguita dal figlio Kames (Kamose). Tra il 1557 ed il 1548 che il grande Ahmes (Ahmose), fratello di Kames, conquistò Avaris e liberò il Delta, fondando così il Nuovo Regno. Con quali forze riuscirono i Faraoni del Sud a sconfiggere gli stranieri? Un testo ricorda: “Kames lanciò il primo attacco con l’aiuto dei beduini nubiani”. Quanto ad Ahmes, riuscì a conquistare il Delta grazie ad un’operazione navale, e sappiamo che due delle sue navi si chiamavano “Toro furioso” e “Il Nordico”. (Nota 17) È forte la suggestione di pensare che gli esperti marinai Haunebut, ancora insediati nella parte occidentale del Delta, abbiano dato man forte al Faraone tebano, ed essi erano ben noti presso gli Egizi tanto per la loro venerazione del toro, quanto per le loro origini ‘nordiche’.

Un altro testo riferisce che il liberatore Ahmes fece acclamare dai sudditi la sua sposa, la ‘Dama degli Haunebut’, e la stele trionfale dichiara l’equiparazione tra gli Haunebut e la nobiltà egiziana. Pierre Montet ne conclude che gli Haunebut fossero alleati del Faraone, nella battaglia per la riconquista del Delta. (Nota 18)
Nella tomba della regina Ahhotep, moglie o forse madre d’Ahmes, chiamata ‘Sovrana delle rive degli Haunebut’, (Nota 19) sono stati ritrovati tre pugnali ageminati, insieme all’ascia di rappresentanza del faraone. Il tipo di decorazione dei pugnali è decisamente ‘miceneo’ ed i geroglifici impressi sulle lame sono piuttosto imprecisi. Si deve trattare quindi d’un regalo, offerto al Faraone da stranieri, e si sa che anche il suo rivale Apophis donava ai propri ufficiali pugnali ‘egei’. La civiltà micenea che noi conosciamo non esisteva, però, prima del 1550 a.C., ed i tesori ritrovati nelle sue rocche sono attribuiti alle conquiste compiute dal leggendario Danaos ai danni dei popoli circostanti. Tutto ciò rafforza l’ipotesi che si tratti d’arte degli Haunebut, allora padroni delle rotte mediterranee, alleati al Faraone Ahmes, popolo cui apparteneva la stessa regina.
Deruelle osserva la corrispondenza d’una tale ipotesi con il mito di Io. Zeus che seduce Io, figlia d’Argolide, rappresenta il controllo degli Elleni su quel territorio, dove nel 1650 lasciarono spade, ambra e cristalli di rocca nelle tombe micenee. Il paese però era povero e gli allevatori di bovini si spostavano dappertutto (nel mito, Io fuggiva incessantemente), sino a che, nel Caucaso, Prometeo non suggerì a Io d’andare in Egitto. Qui la mitica Giovenca diventa la madre del re d’Egitto Epaphos, che corrisponderebbe all’Hyksos Apophis. (Nota 20)
Ci fermiamo qui, per il momento, in quest’ulteriore capitolo che ci conduce a riscoprire le tracce d’Atlantide nel Mediterraneo del secondo millennio a.C. e ad identificare il mitico regno perduto come la culla della cultura del bronzo, l’artefice della costruzione dei megaliti e la depositaria del culto della Grande Dea madre.

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NOTE
* Alberto Arecchi, architetto, storico dell’arte, presidente dell’Associazione culturale Liutprand (www.liutprand.it), studia da anni l’ipotesi di un’Atlantide collocata al centro del Mediteraneo. Su tale tema ha pubblicato un libro (Atlantide, ed. Liutprand, 2001) e diversi articoli sugli scorsi numeri di Archeomisteri.
 
  1. V. Archeomisteri, n. 38, mar. – apr. 2008.P. LE COUR, La Tunisie et l’Atlantide, in “Atlantis”, n. 79, Vincennes, 21.9.1938.
  2. Libro dei Giubilei, VIII.
  3. J. DERUELLE, De la préhistoire à l’Atlantide des mégalithes, Ed. France-Empire, 1990.
  4. DIODORO SICULO, Historia Universalis, II, 47.
  5. FLAMMARION, Astronomie populaire, Flammarion, 1880, p. 236.
  6. G. AUJAC, Géographie di Monde Antique, Univ. De Rennes  – PU F, Que sais?, 1975, p. 89.
  7. G. BROCHE, Pythéas le Marseillais, Thèse de Doctorat, S.tè française d’Imprimerie, Paris, 1935, p. 38.
  8. GEMINUS, VI, 8.
  9. COSMAS, Topografia cristiana dell’Universo, II, 82, 18.
  10. CLEOMEDIS, De moto circulare corporum coelestium, I, 7; STRABONE, II, V, 8;
  11. POMPONIUS MELA, III, 6, 57; PLINIO, Hist. Nat., II, 75 e IV, 30.
  12. TOLOMEO, Geografia, VIII, 2.
  13. FLAMMARION, Astronomie populaire, Flammarion, 1880, p. 56.
  14. PLINIO, Hist. Nat., II, 75.
  15. PLINIO, Hist. Nat., IV, 18-30.
  16. DIODORO SICULO, Historia Universalis, V, 217.
  17. W. HELCK, Die Beziehungen Ägyptens zu Vorderasien in 3. und 2. Jahrtausend, Harrassowitz, Wiesbaden, 2. Ed., 1971; ID., Die Beziehungen Ägyptens und Vorderasiens zu Ägäis, Erträge des Forschung, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt, dez. 1979.
  18. W. HELCK, Die Beziehungen Ägyptens zu Vorderasien in 3. und 2. Jahrtausend, Harrassowitz, Wiesbaden, 2. Ed., 1971, p. 112.
  19. P. MONTET, L’Egypte éternelle, Marabout, Fayard, 1970, p. 142.
  20. Urk. IV, 21, G. VANDERSLEYEN, Les guerres d’Amosis, in Monographie de la reine Elisabeth, 1971, p. 135.
  21. R. GRAVES, Les mythes grecs, Fayard, 1967, 56b.
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testo tratto da: tanogaboblog.it

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vedi anche:

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