Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

I popoli indigeni del Brasile

Brasile_indigeniI popoli indigeni del Brasile comprendono un grande numero di gruppi etnici distinti che hanno abitato l’odierno Brasile ancor prima dell’arrivo degli europei, intorno al 1500. Come Cristoforo Colombo, che pensava di aver raggiunto le Indie orientali, i primi esploratori portoghesi chiamarono queste genti con il nome di indios “indiani”, un nome che è usato ancora oggi.
Ai tempi delle prime esplorazioni europee, i popoli indigeni erano tradizionalmente tribù semi-nomadi che vivevano di caccia, pesca ed agricoltura.
Molte delle circa 2000 tribù che esistevano furono sterminate con gli insediamenti degli europei, mentre molte altre furono assimilate al popolo brasiliano. La popolazione indigena fu decimata, passando da una cifra di 6 milioni di individui (nell’era pre-colombiana) a circa 100.000 nel 1950; probabilmente uno dei maggiori genocidi nella storia dell’umanità.
Molte delle tribù sopravvissute cambiarono totalmente il loro stile di vita pur di sopravvivere, sostentandosi di commercio praticato con le società dei coloni. Solo alcune tribù si isolarono completamente nelle remote regioni dell’Amazzonia, mantenendo ancora oggi la loro piena identità culturale.

Negli ultimi 50 anni ci sono stati cambiamenti nelle politiche verso i popoli indigeni, con creazioni di riserve e leggi speciali, che hanno permesso a questi gruppi di raggiungere la cifra approssimativa di 300.000 persone (1997), raggruppate in circa 200 tribù. Gli indios brasiliani diedero comunque un notevole contributo allo sviluppo economico e culturale del Brasile; Quando gli esploratori portoghesi arrivarono in Brasile per la prima volta, nel 1500, trovarono, con grande sorpresa, una costiera densamente abitata da centinaia di migliaia di indigeni, un “paradiso” di ricchezze naturali. Pêro Vaz de Caminha, lo scrivano ufficiale di Pedro Álvares Cabral, il comandante della flotta che sbarcò nell’attuale stato brasiliano di Bahia, scrisse una lettera al re del Portogallo che descrive in termini appassionati la bellezza di quelle terre.

brasile2Al tempo della scoperta europea, il territorio dell’odierno Brasile aveva al suo interno 2.000 nazioni e tribù. I popoli indigeni erano per lo più tribù semi-nomadi che vivevano di caccia e pesca. Per centinaia di anni, questi indigeni avevano vissuto una vita semi-nomade, servendosi della foresta per le proprie necessità. All’arrivo dei portoghesi nel 1500, gli indigeni vivevano soprattutto sulla costa e lungo gli argini dei fiumi principali. Inizialmente, gli europei videro i nativi come ‘nobili selvaggi’, e si mescolarono con loro. Poi le guerre tra le tribù, il cannibalismo, e l’ambizione al pregiato legname di Pau brasil convinsero i portoghesi che dovevano ‘civilizzare’ gli indigeni.

Originariamente i coloni chiamavano il Brasile Terra de Santa Cruz, e solo più tardi acquisì il nome attuale, i portoghesi, come gli spagnoli nelle proprie colonie, avevano inconsapevolmente portato con loro malattie contro le quali gli indigeni non avevano immunità, come morbillo, vaiolo, tubercolosi ed influenza, che provocarono migliaia di morti. La diffusione delle malattie nell’entroterra, attraverso le rotte commerciali, decimò diverse tribù senza nemmeno che queste entrassero in diretto contatto con gli europei.

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La schiavitù e le Bandeiras

Il sentimento di meraviglia e le buone relazioni fra i nativi e i visitatori durarono assai poco. I coloni portoghesi, tutti maschi, cominciarono a procreare con le donne indios, dando origine ad una generazione meticcia che parlava gli idiomi indios. Questa generazione divenne ben presto la maggioranza della popolazione e cominciò a sfruttare per i lavori nei campi i nativi del posto. I gruppi dei discendenti dei conquistadores, successivamente, organizzarono spedizioni, chiamate “bandeiras” nell’entroterra brasiliano per reclamare le terre in nome della corona portoghese, catturare indios e cercare oro e pietre preziose.

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Il commercio dello zucchero

Intendendo trarre profitto dal commercio dello zucchero, i portoghesi decisero di piantare la canna da zucchero in Brasile, ed utilizzare schiavi indigeni come forza lavoro, così come si faceva all’epoca nelle colonie spagnole. Ma gli indigeni non si lasciarono catturare facilmente, e molti morirono a causa delle malattie europee. Così i portoghesi cominciarono ad importare schiavi dall’Africa, un commercio conveniente in quanto il Portogallo quasi lo monopolizzava. Sebbene nel 1570 re Sebastiano I ordinò che gli indigeni brasiliani non fossero più utilizzati come schiavi e che quelli attualmente tenuti in cattività fossero liberati, fu solo nel 1755 che terminò definitivamente la schiavitù degli indigeni.

Quando le spedizioni dei portoghesi cominciarono a spingersi sempre più verso l’interno, i conquistadores travolsero tutti i gruppi tribali che trovarono sul loro cammino. Molti dei sopravvissuti si ritrassero sempre di più verso l’interno, fin nel ventre delle foreste tropicali amazzoniche. Questo ambiente, nonostante fosse ostile per la sopravvivenza, fu l’unica protezione che permise ad alcuni di questi gruppi di arrivare fino ai giorni nostri. Molti gruppi rifiutarono di sottomettersi e praticarono suicidi di massa.

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I Gesuiti

La società dei gesuiti fu la prima autorità governativa a provvedere per l’assistenza religiosa dei coloni ma soprattutto per convertire i popoli indigeni al cattolicesimo, supportati da una bolla pontificia la quale dichiarava che gli indios erano essere umani e dovevano essere trattati come tali.

Alcuni gruppi di gesuiti, come i padri José de Anchieta and Manoel da Nóbrega, cominciarono a studiare le lingue e le culture aborigene, e fondarono insediamenti in cui abitavano coloni e indios, come São Paulo dos Campos de Piratininga, in cui vi era una sola lingua comune (língua geral), liberamente interpretata in numerosi dialetti. Cominciarono anche a crearsi villaggi abitati solo da indios ‘civilizzati’, convertiti alla religione cattolica, chiamati missioni o riduzioni.

Verso il 1770, quando il potere della Chiesa Cattolica cominciava a vacillare in Europa, la difficile convivenza tra indigeni e coloni fu di nuovo minacciata. A causa di un complesso intrigo diplomatico tra Portogallo, Spagna e Vaticano, i Gesuiti furono espulsi dal Brasile e le missioni confiscate e vendute.

Nel 1800, la popolazione del Brasile aveva raggiunto i 3.250.000 abitanti, di cui solo 250.000 erano indigeni. E nei decenni a venire, senza l’appoggio dei gesuiti, gli indigeni furono sostanzialmente lasciati da soli.

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Il commercio della gomma

Gli anni che succedettero al 1840 portarono commercio e benessere alla regione amazzonica. Si svilupparono i processi di vulcanizzazione della gomma, e la domanda mondiale del prodotto salì alle stelle. I migliori alberi della gomma del mondo crescevano nella regione amazzonica, ed in migliaia cominciarono a lavorare nelle piantagioni. Quando gli indigeni si dimostrarono una difficile forza lavoro, cittadini dalle aree circostanti furono portati nella regione. Ancora oggi le popolazioni indigene della zona continuano ad essere in inimicizia con i coloni, che sono sentiti come degli invasori giunti in cerca di tesori.

Colonie_Europee

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Protezione del governo

Nel XX secolo, il governo brasiliano adottò una politica più umanitaria, ed offrì protezione ufficiale alle popolazioni indigene, includendo lo stabilimento delle prime riserve indigene. La fortuna girò dalla parte degli indigeni quanto Cândido Rondon, un uomo di origini miste portoghesi e Bororo, esploratore ed ufficiale nell’esercito brasiliano, cominciò a lavorare per ottenere la fiducia degli indigeni e stabilire la pace. Rondon, il cui compito era di aiutare a portare le comunicazioni via telegrafo nella regione amazzonica, era un esploratore nato.

Nel 1910, contribuì a fondare il Serviço de Proteção aos Índios (Servizio di Protezione degli Indios-SPI) (oggi FUNAI, Fundação Nacional do Índio), la prima isituzione vocata a proteggere gli indigeni e preservare la loro cultura. Nel 1914, Rondon accompagnò Theodore Roosevelt nella famosa spedizione di quest’ultimo in Amazzonia alla scoperta di nuove specie. In questi viaggi, Rondon rimase sgomento nel vedere come i coloni trattavano gli indigeni, e divenne loro fedele amico e protettore.

Nel 1952 stabilì il Parco Nazionale Xingu, nello stato di Mato Grosso, la prima riserva di indios brasiliani. Rondon, che morì nel 1956, è un eroe nazionale in Brasile. Lo stato brasiliano di Rondonia porta il suo nome. Tutte le tribù ancora non acculturate sono state contattate dalla FUNAI, e reintrodotte nella società brasiliana in diverse misure. Comunque, lo sfruttamento della gomma, e di altre risorse naturali dell’Amazzonia portò a nuovi cicli di invasioni, espulsioni e massacri, che continua ancora oggi.

Dopo il lavoro di Rondon, l’SPI fu rigirato nelle mani di burocrati ed ufficiali militari. Non mostrarono lo stesso impegno del loro predecessore nei confronti degli indios. La tentazione delle ricchezze naturali presenti nelle terre degli indios provocò nuovi assalti da parte di agricoltori e coloni alle terre dei nativi, e l’SPI addirittura li agevolò. Fra il 1900 e il 1967, si stima l’eliminazione di 98 tribù indigene.

I resoconti dei maltrattamenti degli indios finalmente raggiunsero i centri urbani del brasile negli anni Sessanta, e nel 1967 il governo militare promosse un’inchiesta. Presto venne alla luce che l’SPI non stava svolgendo il suo compito di protezione delle terre dei nativi, e che la società, in collaborazione con speculatori terrieri, stava sistematicamente sterminando gli indios facendo circolare vestiti infetti. Seguirono una serie di processi, e l’SPI fu sciolto.

Ancora nel 1967, i militari brasiliani presero il controllo del governo ed abolirono tutti i partiti politici. Nei due decenni seguenti, il Brasile fu governato da una serie di generali. Il motto del paese divenne “Brasile, lo Stato del Futuro”, ed il governo militare lo usò per giustificare una gigantesca spinta nell’Amazzonia per lo sfruttamento delle sue risorse, che portò il Brasile alla sua notevole posizione tra le principali economie mondiali. Cominciò la costruzione di un’autostrada transcontinentale che attraversava il bacino dell’Amazzonia, e intendeva incoraggiare la migrazione nella regione, e una sua maggiore apertura al commercio.

Ricevendo fondi dalla Banca Mondiale, enormi aree di foresta vennero rase al suolo senza riguardo per le aree di riserva. Dopo il progetto per l’autostrada vennero giganteschi progetti idroelettrici, tutto a scapito delle riserve indigene. I lavori pubblici attrassero pochi immigranti, ma quei pochi, portarono ulteriori malattie e devastazioni alla popolazione nativa.

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La febbre dell’oro

La successiva fase della distruzione avvenne negli anni Ottanta, con la scoperta di grandi giacimenti d’oro nelle aree di riserva, in particolare nelle terre degli Yanomami. Gli Yanomami, una delle più grandi e più antiche tribù conosciute delle americhe, vivevano praticamente indisturbati dall’età della pietra. Adesso la speranza di trovare dell’oro portò decine di migliaia di speculatori nella loro terra. Il mercurio usato per estrarre i giacimenti inquinò i fiumi ed uccise i pesci. I minatori portarono inoltre la tubercolosi, la malaria e l’influenza. Nel 1977 la popolazione Yanomami era stimata a 20.000 abitanti; alla fine del secolo era scesa a 9.000.

Indian National Foundation – FUNAI
SEPS Quadra 702/902 ed. Lex 70390-025 – Brasília / DF (61) 313-3500
Presidente: Eduardo Aguiar de Almeida Vice Presidente: Noble Dinarte Madeiro

 

elab. g.m.s

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