Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

I segreti della Polare

di Claudio Elidoro – Fonte: Hubble Space Telescope

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Non è una novità che la Polare sia considerata una stella particolare. Basterebbe ricordare il suo ruolo di perno immaginario attorno al quale ruota tutta la volta celeste per avere un’ottima motivazione, ma per gli astronomi si tratta di una stella in grado di offrirci ben altre conoscenze.
La Polare, infatti, è una stella che appartiene alla classe della cefeidi, stelle giganti pulsanti che in astronomia hanno un ruolo cruciale. In queste stelle il ritmo della pulsazione e la luminosità assoluta sono legati tra loro da una precisa legge: conoscendo questa legge e misurando la pulsazione si può risalire alla luminosità e da questa alla distanza. 
Le cefeidi, insomma, hanno giocato e giocano il ruolo chiave di candele campione nel nostro studio delle dimensioni del cosmo. 
E poiché la Polare si trova a due passi da noi – solo 430 anni luce – è un ottimo laboratorio per studiare i parametri fisici delle cefeidi.

Tra le caratteristiche più importanti di una stella vi è la sua massa, ma si tratta anche di un valore incredibilmente difficile da ottenere e solo lo studio dinamico di sistemi stellari può fornire valori sicuri. Ed è qui che entra in gioco la Polare.

Questa stella, infatti, non è un astro solitario, ma un sistema formato da ben tre stelle e il suo studio potrebbe dunque risultare cruciale. Vi è però un grosso ostacolo ed è la grande differenza di luminosità tra la Polare e le altre due componenti. 

Mentre la stella più distante dalla Polare, infatti, è facilmente osservabile anche con piccoli telescopi, quella più vicina non è mai stata catturata in nessuna immagine, soffocata com’è dal bagliore della gigantesca compagna.

Al recente congresso dell’American Astronomical Society, però, è stata presentata l’incredibile immagine della Polare – ottenuta spremendo al massimo le possibilità del telescopio spaziale Hubble – nella quale è ben visibile anche quella terza componente del sistema. Si tratta della prima volta in assoluto che gli astronomi riescono in questa impresa. Ora nei loro piani vi è lo studio costante delle tre stelle, dalla cui dinamica si confida di ottenere preziose indicazioni sulle masse in gioco.
Pian piano, dunque, anche la Polare sarà costretta a rivelarci i suoi segreti.

da www.coelum.com

Il primo problema che incontra chi desidera rintracciare in cielo, senza far uso di strumenti ottici, le costellazioni e gli astri di cui ha letto le favolose descrizioni è quello di orientarsi stabilendo innanzitutto la posizione dei punti cardinali: in pratica è sufficiente trovare uno solo dei quattro fondamentali (Nord, Est, Sud, Ovest) perché gli altri, come si sa, si susseguono distanziati di 90° lungo l’orizzonte.

La cosa più semplice da fare per centrare l’obiettivo è quella di individuare la Stella Polare un astro abbastanza luminoso (ma non il più luminoso di tutti come qualcuno crede: nella graduatoria della luminosità esso occupa appena il 49° posto) che si trova isolato in una zona del cielo eccezionalmente priva di altre stelle luminose.
Questa stella va ricercata in direzione Nord ossia dalla parte del cielo opposta a quella in cui si trova il Sole a mezzogiorno, ad una altezza in gradi pari alla latitudine del luogo da cui si fa l’osservazione: alle nostre latitudini essa si rinviene pertanto circa a metà strada fra la linea dell’orizzonte e lo zenit (il punto della volta celeste che si trova esattamente sopra la nostra testa).

Vicino alla Stella Polare vi è un raggruppamento di stelle molto luminose e facili da individuare (soprattutto in primavera quando si trovano alte sull’orizzonte) per la loro particolare disposizione che riproduce una specie di pentolino. Si tratta di sette stelle in cui i Greci antichi avevano individuato un’orsa (in greco arctos, da cui il nome di “artico” attribuito all’emisfero di Nord) e i latini un carro le cui stelle con il loro lento ruotare intorno alla Polare ricordavano sette buoi da lavoro, ossia septem triones (da cui il termine “settentrione”): si tratta appunto della costellazione dell’Orsa Maggiore o Gran Carro. 

Questa costellazione è un ottimo punto di partenza per rintracciare molte altre stelle grazie a pochi e semplici allineamenti. Ad esempio, unendo con una linea immaginaria le due stelle del bordo del pentolino più lontano dal manico e prolungando di quattro volte e mezza la distanza che intercorre fra questi due astri (detti “puntatori” o “guardie”) si raggiunge proprio la Stella Polare la quale è l’ultima del timone di una costellazione simile al Gran Carro ma di dimensioni più ridotte e formata anch’essa da sette stelle però molto meno luminose di quelle della costellazione maggiore, tanto che la sua identificazione non appare agevole. Quasi opposto all’Orsa Maggiore rispetto alla Polare si trova un raggruppamento di cinque stelle dalla caratteristica forma a “W” o “M” (un po’ distorta): è Cassiopea una costellazione molto evidente ma che non offre punti di riferimento per altre stelle. 
Partendo sempre dal Gran Carro è facile invece individuare altre costellazioni e stelle molto luminose. Prolungando ad esempio il bordo superiore del pentolino e proseguendo nella direzione opposta a quella del manico si incontra Capella (la “capretta”) la stella più luminosa della costellazione dell’Auriga; dirigendosi invece dalla parte opposta a quella in cui si trova la Stella Polare si arriva a Regolo (dal latino regulus = reuccio) nella costellazione del Leone. Seguendo poi la diagonale del nostro recipiente, sempre nella direzione opposta a quella del manico, si arriva a due stelle molto brillanti (Castore e Polluce) che formano la costellazione dei Gemelli. Ancora, una linea curva che prolunghi le tre stelle del manico porta ad Arturo, la stella più brillante della costellazione di Boote (o Bifolco) e quindi, proseguendo nella stessa direzione verso il basso, proprio vicino all’orizzonte, si raggiunge Spica nella Vergine. 
Infine, alte nel cielo estivo, appaiono tre stelle molto luminose che formano un grande triangolo: sono Vega (in piena estate proprio sopra la nostra testa) nella Costellazione della Lira, Deneb in quella del Cigno con la sua caratteristica forma a croce e Altair nell’Aquila: esse formano il cosiddetto “triangolo estivo” che balza subito all’occhio se nella bella stagione si guarda in alto e verso Sud. 

In questa illustrazione, tratta da Uranographia di Johann Bode, Orione solleva il bastone e lo scudo per difendersi dalla carica del Toro sbuffante. La sua spalla destra è segnata dalla stella lucida Betelgeuse, e il suo piede sinistro da Rigel. Tre stelle in fila formano la sua cintura

L’altra Costellazione che serve per individuare stelle e costellazioni, però solo nel cielo invernale, è Orione. A differenza del Gran Carro che è visibile per tutto l’anno in quanto fa parte di quel gruppo di stelle che non tramontano mai ma si limitano a girare intorno alla Polare (unica stella veramente fissa di tutto il “firmamento”) Orione in estate scende sotto l’orizzonte per cui è visibile solo per sei mesi all’anno, da ottobre a marzo. Nota a tutti è la descrizione che di questa costellazione fa il Parini ne “La Caduta”, la più famosa delle sue odi: “Quando Orïon dal cielo declinando imperversa, e pioggia e nevi e gelo sopra la terra ottenebrata versa, …” 

Orione è una costellazione molto grande, dalla forma complessiva a “clessidra”, impossibile da non vedere rivolgendo, nelle notti invernali, lo sguardo a metà del cielo verso Sud. Le due stelle più luminose del raggruppamento sono Betelgeuse in alto a sinistra di colore rosso-arancio e Rigel in basso a destra di colore bianco-azzurro. A metà distanza fra questi due astri di prima grandezza si notano tre stelle ugualmente luminose e allineate in posizione un po’ inclinata: sono gli astri che costituiscono la cosiddetta “cintura” di Orione note anche secondo la tradizione popolare come i “Tre Magi” o il “Bastone di Giacobbe”. Prolungando la linea che unisce le tre stelle della cintura si giunge verso il basso a Sirio, la stella più luminosa del cielo sita nella costellazione del Cane Maggiore e verso l’alto ad Aldebaran, l’occhio sanguigno del Toro. Un po’ più in alto di Aldebaran si incontra l’ammasso aperto più noto: quello delle Pleiadi (da plein = navigare o da pleios = molte). Si tratta di un piccolo raggruppamento di stelle che rappresenta un buon test per la vista: normalmente se ne distinguono sei o sette, ma c’è chi ne ha contate 14. Prolungando quindi il lato superiore della Costellazione si intercetta alla sinistra Procione nel Cane Minore e alla destra Menkar nella Costellazione della Balena. Sulla diagonale Rigel Betelgeuse si rincontrano guardando a sinistra i Gemelli, mentre sulla verticale, quindi un po’ più a destra di Castore e Polluce, Capella nell’Auriga.

 

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