Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

II problema italiano dopo il 1831: G. Mazzini e la «Giovane Italia»

I moti carbonari e il problema nazionale.

Dopo le delusioni seguite agli insuccessi dei moti del 1831, maturarono in Italia nuovi orientamenti politici che miravano a risolvere il problema nazionale con metodi e per vie diversi da quelli seguiti o battuti fino ad allora dalla Carboneria. Intanto il problema si era chiarito nei suoi dati essenziali. Nella rivoluzione del 1831, accanto alle sparute minoranze che avevano promosso i moti del 1820-21, si erano schierati più folti gruppi di cittadini di tutti i ceti, dai nobili agli artigiani, e si era diffusa una sempre più larga coscienza della necessità di cercare una soluzione nazionale alla questione italiana, senza più logorare le forze liberali in moti sporadici, senza connessione tra loro, con intenti e finalità limitati.

Gli interventi dell’Austria e l’abbandono, da parte della Francia, del principio del non intervento, avevano, d’altra parte, fatto sentire più viva la necessità che gli Italiani pensassero a risolvere nazionali, i loro problemi con le loro forze, ed avevano fatto crescere sempre più la volontà di rendersi indipendenti da ogni dominio straniero. All’ideale della libertà, ch’era stato il primo e più importante incentivo dei moti carbonari del 1820-21 e del 1831, si aggiungevano perciò, con la stessa imperiosa necessità, un sentimento nazionale più vivo, che imponeva soluzioni totali e definitive, e il programma dell’indipendenza dallo straniero come il fine più urgente da attuare per poter conseguire gli altri.

Giuseppe Mazzini fu colui che dette alla rivoluzione italiana imo spirito nuovo, e indicò alle nuove generazioni, nate dopo il 1830, gli ideali ai quali conformare i nuovi programmi d’azione. Mazzini fu insieme il profeta e l’apostolo più convinto della rivoluzione nazionale del popolo italiano e della sua missione nel mondo. Il suo pensiero e la sua azione ebbero, perciò, per il loro alto contenuto ideale, vasta risonanza anche fuori d’Italia.

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Mazzini e la crisi della Carboneria.

Mazzini, fotografia con autografo, scattata da Domenico Lama

Giuseppe Mazzini nacque a Genova nel 1805 da famiglia di spiriti liberali. Grande influenza ebbe su di lui l’educazione datagli dalla madre, Maria Drago, che apparteneva spiritualmente alle correnti di rigorismo religioso giansenistico, largamente diffuse allora in Liguria. Alta coscienza morale, valore religioso della vita, intesa soprattutto come missione, un sentimento del dovere spinto fino al sacrificio totale di sé, furono i fondamenti dell’educazione di Giuseppe Mazzini e improntarono tutta la sua azione.

Appena giovinetto egli ebbe la prima dolorosa esperienza delle tristi condizioni della patria, assistendo all’esodo dei compromessi nei moti del 1821, che si imbarcavano a Genova verso l’esilio. Divenuto carbonaro e denunciato da una spia, fu arrestato e rinchiuso per qualche mese nel forte di Savona (1830). Nel carcere andò precisando le linee del nuovo programma rivoluzionario di cui doveva farsi banditore, partendo da una precisa disamina dei mezzi di lotta e dei fini fino ad allora propugnati dalla Carboneria, e dalla constatazione che i mezzi avevano fallito lo scopo, e i fini non corrispondevano più alle nuove esigenze dello spirito nazionale. Liberato dal carcere e inviato in esilio, il Mazzini si recò a Marsiglia ed ivi, presi contatti con gli emigrati politici italiani, pose le basi della nuova organizzazione rivoluzionaria italiana, con la fondazione della «Giovane Italia».

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Il pensiero di Mazzini e la «Giovane Italia».

Il Mazzini era profondamente religioso, pur non professando una particolare religione, né curandosi di precisare il contenuto teologico della sua fede. Egli credeva in Dio e in una legge del progresso umano, voluto da Dio ed inteso soprattutto come progresso morale dell’Umanità, verso le forme più alte della libertà.

La vita sia degli individui sia dei popoli, assumeva, nel pensiero del Mazzini, il carattere di una missione da compiere, di un dovere da attuare. Allo sbandieramelo dei diritti dell’uomo, proclamati dalla Rivoluzione francese, Mazzini opponeva la coscienza dei doveri dell’uomo, che sola può dare significato e valore all’ideale della libertà. Egli si faceva pertanto propugnatore di un profondo rinnovamento morale degli individui che dovevano attingere le ragioni per agire non tanto nei motivi contingenti degli interessi particolari, quanto piuttosto nelle più profonde esigenze spirituali della coscienza umana.

Foto di Giuseppe Mazzini dal Fondo Comandini, Biblioteca Malatestiana

Inoltre Iddio non è, secondo il Mazzini, estraneo alla vita dell’Umanità, ma rivela attraverso essa la sua volontà e la sua azione. I geni, i profeti, i santi, i popoli, sono gli interpreti della volontà divina.

Specialmente ai popoli Dio ha dato missioni particolari da compiere, per comporre il grandioso quadro del progresso umano verso la libertà e il Bene. Un popolo che sorge, quindi, a reclamare la sua unità e la sua indipendenza, per la coscienza che ha acquistato della sua dignità nazionale e della missione affidatagli da Dio, è l’interprete stesso della volontà divina che si attua nella Storia. È questo il significato della formula Dio e Popolo ch’era alla base del programma mazziniano e che Goffredo Mameli espresse fedelmente nei suoi versi famosi:

lo vi dico in verità
Che se un popolo si desta
Dio si pone alla sua testa,
I suoi fulmini gli dà.

Un altro punto fondamentale della dottrina mazziniana era rappresentato dal dovere dell’azione: Non si può nutrire nel proprio cuore un ideale, senza il dovere di adoperarci con tutte le nostre forze per tradurlo in atto. Pensiero ed azione è perciò l’altra formula su cui si basa il programma rivoluzionario mazziniano.

Partendo da tali principi Mazzini decise di dare impulso a un profondo rinnovamento morale, specialmente tra i giovani, e di fondare una nuova organizzazione rivoluzionaria che corrispondesse ai nuovi ideali, ed evitasse gli errori nei quali era caduta la Carboneria. Sorse così la «Giovane Italia», la nuova società segreta rivoluzionaria che avrebbe dovuto educare il popolo italiano all’ideale della libertà e portarlo a compiere, con le sole sue forze, la rivoluzione dalla quale avrebbe dovuto nascere un’Italia una, libera, indipendente, repubblicana. L’Italia aveva già compiuto due volte nella storia la missione affidatale da Dio: la prima volta con la Roma dei Cesari, che aveva raccolto in una sola civiltà tutti i popoli del bacino del Mediterraneo; la seconda volta con la Roma dei Papi, che aveva accomunato nella stessa fede religiosa i popoli del mondo antico e i barbari. Spettava ora alla terza Roma, la Roma del popolo, bandire nel mondo il nuovo vangelo della libertà e della fratellanza tra i popoli.

Per compiere questa missione l’Italia doveva divenire necessariamente una e libera, indipendente da ogni dominazione straniera, repubblicana, poiché la repubblica è il governo del popolo per eccellenza e col quale il popolo esprime meglio la sua volontà. E quando l’Italia fosse risorta a nuova vita, solo allora avrebbe potuto collaborare con le altre nazioni per il più grande programma dell’unità d’Europa.

Con la fondazione della «Giovane Italia» e l’enunciazione del suo programma, il problema nazionale veniva ad assumere un carattere preciso. Si affermava nettamente l’ideale dell’unità, che sembrava follia ai benpensanti dell’epoca, e che era apparso solo sporadicamente nelle rivoluzioni dal 1820 al 1831, senza che esso divenisse mai programma politico concreto.

La bandiera della Giovine Italia

Quanto ai metodi da mettere in atto, essi consistevano essenzialmente nella rivoluzione di popolo, che da solo, fidando solo in sé stesso e in Dio, doveva conquistare la libertà, l’indipendenza e l’unità. Bisognava quindi promuovere la guerriglia contro i governi reazionari, dovunque e comunque fosse possibile, organizzare moti che scuotessero i popoli dei diversi stati dall’inerzia, costituire bande armate che lottassero con tutte le loro forze e con assoluta decisione, per il trionfo della rivoluzione. Gli insuccessi non dovevano scoraggiare. Gli affiliati alla «Giovane Italia», dovevano giurare di essere pronti ad affrontare, per la causa italiana, anche il sacrificio della vita. Il Mazzini credeva che sacrificio generoso di pochi eletti sarebbe stato sufficiente per far sorgere in armi tutto il popolo.

Ma in ciò il Mazzini si illudeva, perché, se pure l’azione mazziniana costituì il più vitale fermento della rivoluzione italiana, e le diede un altissimo significato ideale, essa non poté contare mai sull’apporto di larghe masse di popolo, costituito in gran parte da contadini e da artigiani, ai quali altre influenze (specialmente quella del clero sui contadini) ed altri interessi, impedivano di partecipare attivamente al movimento di riscossa nazionale.

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