Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Il Concilio del cadavere

(Il Duchesne ci descrive, con efficace e drammatica rappresenta­zione, quello che fu uno degli episodi più tristi del secolo X, il giu­dizio di deposizione di papa Formoso, pronunciato dai suoi avversari, alla presenza del cadavere dissotterrato dell’accusato. Tale episodio ci dà la giusta misura delle condizioni nelle quali si trovavano Roma e il Papato nel secolo X, e della violenza degli odi dei partiti e delle consorterie, che si contendevano il potere. La rivalità tra l’aristo­crazia laica e l’aristocrazia ecclesiastica e le mire ambiziose su Roma e il Papato della casa di Spoleto, avevano creato un viluppo di forze in contrasto, tra le quali era terribilmente difficile muoversi: For­moso fu vittima di questa condizione di cose).

Agli inizi dell’897 Ageltrude e Lamberto ripresero possesso della città di Roma, in circostanze che noi ignoriamo. Proprio allora ac­cadde il fatto sinistro, origine di lunghe e tristi convulsioni nel seno della Chiesa apostolica.

Formoso aveva rinnegato la casa di Spoleto, chiamato a tradi­mento e consacrato il pretendente barbaro; Formoso doveva portarne la pena. Era morto e sepolto da nove mesi. Altri odi sarebbero stati disarmati: si sarebbe detto: iam parce sepulto. La figlia di Adalgiso non si arrestò dinanzi a una tomba sigillata e consacrata. A questa donna, non si può dubitarne, risale la responsabilità dell’attentato del quale si gravò il papa Stefano VI, deplorevole strumento delle sue vendette.

Processo al cadavere del papa Formoso (Le pape Formose et Etienne VII, dipinto di Jean-Paul Laurens, 1870)

Il cadavere scarnito del vecchio pontefice fu tratto fuori dal sar­cofago. Si espose dinanzi a un’assemblea sinodale presieduta dal papa. Era ancora coperto dei suoi vestimenti pontificali; si riusci a farlo sedere sopra una cattedra; al suo fianco si pose un diacono agghiacciato dal terrore, per rispondere in nome suo, e il giudizio incominciò. I processi verbali di questo orribile concilio, redatti se­condo le formo ordinarie, furono bruciati l’anno seguente; ma gli scrittori contemporanei ce ne hanno conservato qualche tratto. Si ripercorse minutamente tutto il lungo passato di Formoso, le sue questioni con Giovanni VIII, i suoi giuramenti, i suoi pretesi sper­giuri, si tirarono fuori canoni ecclesiastici dimenticati da tutti, compreso il presidente del lugubre sinodo, e si concluse per l’indegnità dell’accusato, per l’irregolarità della sua promozione e la nullità dei suoi atti, specialmente delle sue ordinazioni. In questo punto tuttavia ci si limitò alla cancellazione delle ordinazioni romane; quelle di fuori furono rispettate. Nessuno dei chierici romani, così deposti, ebbe di nuovo gli ordini.

Papa Formoso, in un’incisione di Cavallieri del 1588

Secondo le forme antiche la mum­mia del pontefice fu spogliata delle sue insegne, dei suoi vestimenti; non ci si arrestò che al cilicio, incrostato nella sua carne austera. Poi si gettò in ima tomba profana, in mezzo ai corpi degli stranieri. Non fu abbastanza per l’odiosa plebaglia; essa volle a sua volta in­sultare l’uomo del quale aveva per lungo tempo baciata la mano. Formoso fu gettato nel Tevere.

Perché nulla mancasse all’orrore di quei tristi tempi, la vecchia basilica del Laterano crollò. È probabile che questa catastrofe abbia preceduto il concilio del cadavere; si è tentati di rimpiangere che non sia accaduta nel momento stesso, e che il venerabile edificio, nel quale avevano pregato Silvestro, Leone, Gregorio e Nicola, non fosse sprofondato sulla testa del loro indegno successore.

Stefano VI, del resto, non sopravvisse a lungo all’abbominevole trionfo del quale era stato l’organizzatore, piuttosto che l’eroe. Quali che fossero precisamente i sentimenti che gli permisero di prestarsi a quella commedia funebre, una cosa è sicura, che egli credette di trarne profitto. La sentenza pronunciata contro Formoso avrebbe colpito lui stesso, se per una spaventosa casistica non si fosse dato pensiero di far cancellare le ordinanze del suo predecessore. Proprio Formoso l’aveva ordinato vescovo di Anagni; gli atti di Formoso essendo annullati, l’ordinazione episcopale di Stefano sarebbe ve­nuta meno, e non si sarebbe più potuto dire che egli era stato tra­sferito da una sede ad un’altra [I].

Egli non godette a lungo di questo vantaggio. Un’insurrezione evidentemente suscitata dall’orrore, lo gettò giù dal trono pontificio. Lo si spogliò da vivo, come egli aveva fatto spogliare Formoso morto; gli si gettò sulle spalle una tonaca da monaco, poi fu chiuso in una prigione. Di più, non vi fece lunga dimora: fu strangolato.

(G. Duchesne, Les premiers temps de l’État pontificai, Paris, 1904, pp. 300-304).

 

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[I] Le leggi della Chiesa proibivano il trasferimento di un vescovo da una sede all’altra. Di ciò si era reso colpevole Formoso, già vescovo di Porto ed eletto poi vescovo di Roma, e di ciò era colpevole anche Stefano VI, ordinato da Formoso vescovo di Anagni e poi eletto anch’egli alla sede vesco­vile di Roma. Annullando le ordinazioni fatte da Formoso, Stefano VI veniva a rendere regolare la sua elezione al papato.

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