Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Il Grand Hotel et des Palmes di Palermo, teatro di gloria, misteri e morti sospette

Un interessante articolo di Antonio Fiasconaro pubblicato su ilsitodipalermo.it.
La pagina ricostruisce un po’ di storia dell’albergo più noto di Palermo, attualmente in procinto di “chiudere i battenti“, e la riporto in quanto ritengo che ciascuno di noi palermitani debba conoscerla.

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Era una casa patrizia degli Ingham-Whitaker fatta costruire nel 1856. Venne acquistata dall’entomologo Enrico Ragusa che nel 1877 lo trasformò in un albergo di lusso. Tra i personaggi che vi soggiornarono Richard Wagner,Francesco Crispi, Josè Enrique Rodò, Raymond Roussel.
Nella seconda guerra fu quartier generale degli anglo-americani. Il 12 gennaio 1956 si svolse lo storico summit mafioso tra Cosa nostra siciliana e quella americana. In una delle sale nacque il Milazzismo.
Quando il giovane entomologo Enrico Ragusa, tra l’altro anche imprenditore alberghiero palermitano, acquistò la casa patrizia Ingham-Whitaker, fatta costruire nel 1856, non poteva immaginare che un giorno quelle camere potessero divenire un affascinante teatro di storia con attori protagonisti la musica, la moda, l’arte, gli intrighi internazionali, i duelli, le coltellate, i summit e i malaffari di politica e mafia.
Il Grand Hotel et des Palmes, costruito all’ombra di due palme per divenire la dimora della casata Ingham-Whitaker, con in testa Ben Ingham senior, finì per diventare, a partire dal 1877, anno dell’inaugurazione, un luogo di arrivi e partenze, un elegante “porto di mare” al cui interno si sono scritte pagine di storia e di giornalismo con elzeviri ad effetto, ma anche scrigno di aneddoti legati alla sua lunga storia a quattro stelle.
Questo edificio che si affaccia tra le vie Roma, Mariano Stabile e Principe di Granatelli, è ancora oggi un luogo affascinante che trasuda dalle sue solide mura misteri, fatti e misfatti che ne hanno esaltato la sua imponente caratteristica di “dimora ideale” e anche di “luogo-mito dell’immaginario”. In realtà gli alberghi sono pieni di fantasmi, come ci ha insegnato Stephen King. Peccato che uno dei recenti direttori abbia voluto rimettere le lancette alla grande pendola che spicca in un angolo vicino al bar e che per decenni ha invece fermato il tempo all’interno di questo tempio del riposo, del relax e non solo. Un orologio simbolo di una dimensione senza tempo, si direbbe. 

Des_Palmes_Sala_specchiTanti i personaggi noti e meno noti che hanno lasciato al suo interno una traccia indelebile. Così come sono numerosi i misteri e i misfatti che si sono consumati nelle stanze e nei saloni e che, forse, mai saranno svelati, perché rimarranno scritti tra i marmi e le pareti di quest’antica dimora.
Se i muri potessero parlare…
Fu ospite e ivi concluse la partitura di una delle sue opere migliori, il “Parsifal”, l’ormai sofferente compositore tedesco Richard Wagner con la seconda moglie Cosima Listz e da un seguito di altri otto accompagnatori. Alloggiò al primo piano nella suite 124 dal 5 novembre 1881 all’1 febbraio 1882, allorquando si trasferì il 2 febbraio nella villa dei Porrazzi oggi non più esistente. Narrano le cronache, ma potrebbe essere anche una leggenda metropolitana del tempo che si è tramandata fino ad oggi, che Wagner, in contrasto con il cavaliere Enrico Ragusa, lasciò il Grand Hotel con tutto il suo seguito senza saldare il conto. Anzi riferì più tardi ai suoi amici altolocati che “l’unico brigante che conosco in Sicilia è l’albergatore Ragusa“.

Nelle sue sale, inoltre, impartiva lezioni di politica a chiunque desiderava intraprendere la carriera di politico Francesco Crispi, eletto deputato nel 1882 a Palermo e divenuto Presidente del Consiglio nel 1885.
Il suo credo era “Non c’è buongoverno né malgoverno, ma solo il governo“. Per non citare il lancio del guanto di sfida nella hall dell’Hotel dove per anni si consumarono duelli memorabili: quelli tra il conte Arrivabene e donIgnazio Florio, oppure quelli tra il conte Ernesto Perrier de La Conette ed il marchese Emanuele De Seta. Questi ultimi si sfidarono ben sette volte per difendere i loro intrighi d’amore.
Altro illustre ospite che passò da quelle stanze fu Camilo Josè Enrique Rodò Pineyro, giornalista e filosofo uruguaiano, tra i maggiori pensatori e scrittori liberali del suo tempo. Rodò, corrispondente in Europa della rivista argentina “Caras y Caretas”, giunse a Palermo – dopo essere stato in Portogallo, Spagna, Francia e nell’agosto 1916 anche a Genova – la mattina del 3 aprile 1917. Vi rimase fino al giorno della sua morte, avvenuta la mattina alle 10 del Primo Maggio 1917. Quando arrivò a Palermo, Rodò, che aveva 45 anni, era già sofferente e il suo stato di salute abbastanza precario. Non condusse una vita mondana, anzi molta ritirata. Usciva poco, soprattutto nelle prime ore del mattino e in quelle del pomeriggio. Poi, per il resto rimaneva nella sua camera a leggere, scrivere e a riposare.
Nella notte tra il 30 aprile e il Primo Maggio accusa una forte crisi, tanto da essere ricoverato d’urgenza all’ospedale “San Saverio” (oggi non più esistente), dove morirà alle 10 del mattino con una diagnosi per il tempo assai ferale: tifo addominale e nefrite. Secondo alcuni autorevoli esperti e amanti del mistero, il precipitare degli eventi, potrebbe celare qualcosa di sospetto e far intravedere dei risvolti più drammatici, delittuosi. Si parlerebbe addirittura di avvelenamento graduale che pian piano avrebbe minato, in maniera irreparabile, la gracile fibra del pensatore uruguaiano. Sarà imbalsamato e il suo corpo custodito dentro una speciale cassa al cimitero dei Rotoli fino al 1920, anno in cui sarà rimpatriato e sepolto in Uruguay. Il verbale necroscopico custodito nell’Archivio storico comunale di Palermo è assai scarno ed incompleto. Riporta su una “stringa” l’età della morte, 45 anni, il luogo del decesso, ospedale San Saverio e non risulta nemmeno il nome del cimitero dove venne seppellito. La voce in questione presenta un banalissimo punto interrogativo.
In quegli anni Palermo può contare su due grandi ed esperti imbalsamatori: Alfredo Salafia e Oreste Maggio, zio e nipote. Il primo non aveva ricevuto una preparazione formale, mentre il secondo era medico. Salafia fu certamente in attività tra il 1902 e il 1927, mentre per Maggio è documentata una imbalsamazione nel 1908. La presenza di questi due specialisti non esclude che vi siano stati altri esperti praticanti l’imbalsamazione. Rodò, quasi certamente fu composto ed imbalsamato da Alfredo Salafia, forse in collaborazione con il nipote Oreste Maggio, trattandosi di una personalità internazionale di un certo rilievo. “Il deposito dei resti in attesa di una sepoltura definitiva era pratica diffusa, esempi in tal senso furono lo statista Francesco Crispi, il cardinale Michelangelo Celesia, il garibaldino Filippo Salafia, il viceconsole Giovanni Paterniti, lo schermitore Ernesto Salafia e l’editore Salvatore Biondo. Tutti trattati dal professore Alfredo Salafia”.
Nella notte tra il 13 e il 14 luglio 1933 nella stanza 224 venne trovato morto, disteso su un materasso disteso sul pavimento lo scrittore surrealista francese Raymond Roussel, oggi al centro di un giallo poliziesco “Morte d’autore a Palermo” (Nuova Ipsa Editore) presentato in anteprima nazionale proprio al Grand Hotel delle Palme lo scorso 6 novembre.

Salone degli specchi

Salone degli specchi

Un altro fatto di cronaca si consuma nel luglio 1937, cioè quattro anni dopo il “giallo” di Raymondi Roussel. In una delle stanze, la 242, viene rinvenuto il corpo agonizzante di una spia inglese, colpito a morte da un coltello conficcato nella schiena. Per non citare il bizzarro personaggio che soggiornò in una delle sue stanze durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1943, il 22 marzo, a partire dalle 14,45, Palermo è martoriata dalle incursioni aeree degli Alleati americani che fanno “piovere” sulla città centinaia di bombe che riducono in cenere una buona parte del centro storico e il barone Vincenzo Greco Militello che, a quell’ora come al suo solito sta placidamente schiacciando il pisolino pomeridiano, quando uno di questi ordigni sfiora l’albergo. Grande paura, ma il barone dopo aver visto la morte e, si narra, per finto panico, cominciò ad apprezzare la vita, trastullandosi, passando da una donna all’altra, da buon Casanova.
Ed a proposito di conflitto mondiale, il 22 luglio 1943 fa il suo ingresso a Palermo il tenente colonnello Charles Poletti, capo dell’Amgot (Allied military government of occupied territory) con il generale George Smith Patton.
Gli americani trasformano il Grand Hotel nel loro quartiere generale. In particolare fu occupato dalla marina militare statunitense. Poletti, la cui famiglia era originaria del Piemonte, fu governatore di New York dal 3 al 31 dicembre 1942 e sindaco di Palermo dal luglio al settembre 1943. Morirà a 99 anni, in Florida l’8 agosto del 2002.
Più tardi si scoprirà che durante la permanenza nelle stanze dell’albergo, gli americani ebbero il tempo di trafugare qualche opera d’arte che vi era custodita. Tra le altre cose sparì anche la spinetta su cui aveva suonato anni prima Wagner nel produrre il Parsifal. Come ebbe a dire una volta lo scrittore e drammaturgo statunintense Eugene Luther Gore Vidal: “La liberazione fu l’operazione militare meno sanguinosa di tutta la seconda guerra mondiale. A ungerla con l’olio d’oliva, in modo che non s’inceppasse, ci pensarono i picciotti, che controllavano tutto il territorio, appena arrivò il segnale prestabilito: il lancio dagli aerei americani di migliaia di fazzoletti di seta con una L come monogramma, che stava per Luciano“. L’elegante boss italo-americano Lucky Luciano, appunto, che fa il suo ingresso al Grand Hotel et des Palmes il 19 aprile 1946 in compagnia della sua amante Virginia Massa.
In un documento della Dea (Drungs enforcement administration), dal titolo “Lucania Luciano, 12 gennaio 1947”, si legge: “Lucky Luciano arrivò per la prima volta a Palermo, da Roma, il 19 aprile 1946. Tornò a Roma (via Napoli) il 4 maggio 1946. Il soggetto fece nuovamente ritorno a Palermo il 18 maggio 1946 in compagnia di un italoamericano, Gaetano Martino, un membro della guardia costiera della marina statunitense. Martino ripartì poco dopo e non è stato più visto. In albergo, all’inizio, Luciano intratteneva rapporti amichevoli con gli ufficiali americani ivi alloggiati (l’hotel delle Palme era stato integralmente requisito dalla marina statunitense e gli ufficiali del comando navale che ancora risiedevano a Palermo continuavano ad abitarvi). Gli italiani pensavano che Luciano fosse un uomo d’affari, almeno fino al giorno in cui scoppiò una lite tra il soggetto e l’unico ufficiale medico ospitato presso l’albergo. Subito dopo, gli americani informarono tutti sulla vera identità e sul passato di Charles “Lucky” Luciano. All’hotel, Luciano occupava una stanza in compagnia della sua amante Virginia Massa. I conti che pagava erano spesso molto salati. Per quanto riguarda le ragioni del suo viaggio a Palermo, vi sono varie ipotesi: secondo alcuni, il soggetto si sarebbe messo in affari investendo denaro straniero; secondo altri, invece, Luciano si sarebbe interessato alla mafia e al movimento separatista. Durante il suo soggiorno all’Hotel delle Palme, infatti, numerosi membri del Movimento separatista siciliano e noti elementi gli resero visita. […]”.

Un Grand Hotel frequentato da uomini d’affari, politici, faccendieri, mafiosi. C’è anche quel Giuseppe Genco Russo, boss di Mussomeli, il successore di don Calogero Vizzini, boss di Villalba, che indossa di solito vestiti a quadri e mastica tabacco.

Sala Azzurra

Sala Azzurra

E all’interno dell’attuale Sala Azzurra, fu proprio Luciano che il 12 ottobre 1956 organizzò il primo summit mafioso al cui tavolo si ritrovarono boss siciliani con colleghi italo-americani. La delegazione a “stelle e strisce” era guidata da Giuseppe Bonanno, meglio conosciuto a Brooklyn come Joe Bananas. Assieme a lui c’erano Joe Di Bella, Vito Vitale, Camillo Carmine Galante, Santo Sorge, Giovanni Bonventre, Charles Orlando, John Priziola. A rappresentare la Sicilia c’erano Giuseppe Genco Russo, Domenico La Fata, Calcedonio Di Pisa, Vincenzo Rimi, Cesare Manzella.
Nasceva così la “Cupola” italo-americana. Qualche settimana dopo questo summit a New York, in una elegante barberia veniva eliminato, seduto in una poltrona mentre si stava facendo radere, Albert Anastasia. Il commando di morte era composto da killer siciliani, la manovalanza della Cupola che era sorta in occasione della joint-venture. Sempre nella Sala Azzurra c’è un grande specchio realizzato dagli Ingham che mimetizza il passaggio segreto che conduce alla vicina chiesa Anglicana situata di fronte all’entrata principale dell’albergo. In una delle sale dell’Hotel nacque l’idea del Milazzismo subito dopo la concessione dell’Autonomia siciliana.
Tra i personaggi bizzarri che vi alloggiarono non possono essere non menzionati il barone Agostino La Lomia, originario di Canicattì e che occupava stabilmente la stanza numero 124, dove sosteneva di essere nato, pur possedendo un magnifico palazzo che poi svendette per poche lire. Lui amava scriversi lettere da solo e desiderava che gliele consegnassero alla reception, della hall, alla presenza di molta gente. Uno strano aristocratico che tra le sue manie annoverava il voyerismo: guardava dal buco della serratura una delle sue “signorine” a pagamento vestirsi e spogliarsi con i paramenti di un vescovo.
La suite 204, invece, per oltre mezzo secolo fu la “prigione dorata”, si fa per dire, di Giuseppe Di Stefano di Castelvetrano, morto il 5 aprile 1998 all’età di 92 anni. Esilio volontario per sfuggire, si racconta, alla morte violenta decretata dalla mafia per uno “sgarro”. Non si è mai saputa la verità e mai si scoprirà. Fatto sta che il giorno della sua morte, il feretro uscì con tutti gli onori dalla porta principale dell’Hotel, contrariamente a quanto accadeva per altri ospiti, la cui bara era fatta uscire da una porta secondaria.

La Sala d'ingresso

La Sala d’ingresso

Fino alla metà degli anni Sessanta a distanza di oltre trent’anni dalla scomparsa di Raymond Roussel, giungevano al bureau della hall numerose lettere e missive indirizzate dai fans dello scrittore-dandy. Che fine ha fatto questa corrispondenza?
E’ andata inesorabilmente distrutta.

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testo tratto da: ilsitodipalermo.it
immagini tratte dal web

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