Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Il grande maestro venuto dalle stelle

Tuerin - MongoliaIl tempio buddhista di Tuerin, in Mongolia, è circondato da numerose leggende e da racconti i quali hanno dell’incredibile e che, tuttavia, non abbiamo il diritto di liquidare, senza prima averli seriamente studiati, come totalmente inattendibili, solo perché contrastano con certe nostre categorie mentali di matrice razionalista e scientista.

Uno di questi racconti ha a che fare con la presenza di alcune salme antiche, ma perfettamente conservate, tra le quali vi sarebbe anche quella di un alieno (che, forse, non è “morto”, nel senso che noi diamo, comunemente, a questa parola), proveniente da un lontanissimo pianeta situato nel gruppo delle Pleiadi, che fa parte della costellazione del Toro.

libro_kolosimoUno dei primi studiosi che si sono interessati alla cosa, Peter Kolosimo, che si può considerare un pioniere nel campo della cosiddetta “archeologia spaziale“, ne ha parlato in uno dei suoi saggi degli anni Settanta, contribuendo a suscitare un notevole interesse intorno a tematiche che, oggi, sono divenute di moda (anche troppo, per certi aspetti), ma che, allora, non lo erano affatto e, anzi, dovevano scontrarsi con la supponenza degli archeologi e degli scienziati che si auto nominavano sacri custodi della Verità “ufficiale”. 
 Scriveva, dunque, Peter Kolosimo nel suo fortunato e intrigate libro “Non è terrestre“:
«Il signor John Spencer non era quel che si dice un fior di galantuomo. Se lo fosse stato, se ne sarebbe tranquillamente rimasto in Manciuria e non avrebbe tagliato la corda con una fretta dannata, affrontando maree pazzesche, attraversando deserti da incubo, per capitare nel 1920 in Mongolia, ridotto al lumicino dagli stenti e dalla febbre.
Si dice che il signor John Spencer trafficasse in armi e stupefacenti, e si aggiunge che nei ritagli di tempo battesse moneta per proprio conto. Ad ogni modo non si sarebbe più sentito parlare di lui, se non avesse avuto la fortuna di svenire lungo un sentiero battuto dai monaci buddhisti, che lo raccattarono misericordiosamente, lo portarono nella famosa lamaseria di Tuerin, lo curarono e lo rifocillarono.

Tuerin nel primo NovecentoIl caso volle che fosse ospite del monastero, in quel periodo, un bianco di tutt’altra satura morale: il viaggiatore americano William Thompson, onesto commerciante affascinato dal mondo lamaista, da mesi ospite gradito del convento. Thompson dovette dipingere con una precipitazione ed un entusiasmo alquanto eccessivi le meraviglie ed i tesori di Tuerin, se Spencer, senza attendere d’essersi ristabilito del tutto, si diede a gironzolare dappertutto, improvvisamente pervaso da un enorme interesse per le meraviglie descritte dal suo connazionale.

Un mattino l’avventuriero scoprì nei pressi della lamaseria una modesta scaletta di pietra dai gradini consunti dal tempo. Spinta una stretta porta di metallo che s’aprì senza difficoltà, si trovò in una stanza la cui pianta aveva la forma d’un poligono non si sa bene se a 12, 13 o più lati. Sulle varie facce che formavano le pareti, Spencer scorse strani disegni che gli risultarono incomprensibili Dopo averli esaminati e riesaminati, gli parve di riconoscerne uno; rappresentava la costellazione del Toro, che gli era familiare per un semplicissimo motivo: egli era nato sotto quel segno e portava alla catena dell’orologio un amuleto cinese rappresentante lo schema della costellazione stessa.
Senza alcuna particolare intenzione, quasi per gioco, l’uomo seguì con l’indice il tracciato. E, giunto all’estremità d’una linea, dove un’incisione rappresentava le Pleiadi (Spencer non sapeva neppure che le Pleiadi esistessero; il punto venne identificato in seguito da W. Thompson), vide, sbalordito, aprirsi la parete, dolcemente, senza rumore. Al di là c’era il buio. Spencer esitò qualche istante; poi la curiosità lo vinse. Avanzò a tentoni, nelle tenebre; stava per rinunciare all’esplorazione quando scorse, lontano, una luminescenza verde.
Allora il senso pratico dell’amico ebbe il sopravvento. Egli tornò indietro, trasportò dall’esterno nella stanza poligonale un grosso masso, lo sistemò in modo che la parete aperta alle sue spalle non si richiudesse da sola, e proseguì l’esplorazione.
Non riuscì a scoprire l’origine della luce verde: gli sembrò che piovesse dagli spigoli del soffitto. Ritenne comunque superfluo approfondire la faccenda; gli bastò sapere che stava procedendo lungo una galleria stretta e solida, dove non esistevano pericoli di crollo. Il tunnel aveva parecchie diramazioni, e Spencer decise di seguire in ogni caso la destra: per lui una direzione valeva l’altra, e non voleva correre il rischio di smarrirsi. Ignorava, naturalmente, che quella era proprio la via indicata dalla raffigurazione delle Pleiadi, poste in alto a destra sulla parete che gli si era spalancata davanti!
L’avventuriero giunse alfine al termine della strada, in una sala dove la luce verde splendeva più forte e più cruda. Lungo una parete erano allineate parecchie casse rettangolari, (da 25 a 30, riferirà poi egli stesso), che “parevano sospese a circa mezzo metro dal pavimento”. Spencer trascurò il fenomeno, forse pensò a supporti invisibili; dedicò invece tutta la sua attenzione alle casse. Vide subito che si trattava di bare, ma la cosa, invece di impressionarlo, lo spinse a congratularsi con se stesso, penando ai tesori che dovevano esser sepolti con i poveri estinti.
Con soddisfazione s’accorse che i coperchi si potevano sollevare con estrema facilità, e si diede a passare in rassegna i sarcofaghi. Nei primi tre scoprì le salme di monaci vestiti come quelli che lo avevano ospitato, nella quarta una donna dagli abiti maschili tagliati almeno cinquant’anni prima, nella quinta un indiano indossante un mantello di seta rossa, nella sesta un uomo indossante un costume che egli giudicò risalire almeno “al 1700”. Lo amico incominciò a rendersi conto di due cose: che i cadaveri erano in perfetto stato di conservazione e che appartenevano ad epoche diverse, più lontano man mano che si avvicinava alla parete di fondo della sala.
Nella terzultima cassa riposava un uomo “avvolto in un lenzuolo bianco”, nella penultima una donna di cui l’avventuriero non seppe stabilire l’origine. Dei monili sognati non c’era la minima traccia. Spencer, irritato, sollevò l’ultimo coperchio e rimase impietrito allo stupore: nella bara giaceva un essere vestito d’una “specie di maglia d’argento”, che in luogo della testa aveva “una palla pure d’argento, con due buchi circolari al posto degli occhi ed una ‘cosa’ ovale, in rilievo, piena di piccoli forti, al posto del naso”. E non aveva bocca!
Spencer, vincendo la sorpresa, cercò di toccare quel corpo, ma cambiò subito idea: i grossi, tondi occhi del morto si spalancarono, sprigionando un raccapricciante bagliore verde.
L’avventuriero lasciò ricadere in fretta e furia il coperchio, si precipitò, urlando, da dov’era venuto. Dopo qualche decina di metri ebbe il buon senso di fermarsi a riflettere, altrimenti non avrebbe mai più ritrovato la via d’uscita. Tornò all’aperto dopo una lunga marcia, ma quando emerse ebbe un altro choc: sulla valle era calata la notte. “Debbo aver camminato per due o tre ore in tutto, non di più”, dichiarerà, in seguito. “Non è possibile che abbia perso la nozione del tempo fino a tal punto, là dentro!”.

Rientrato al monastero, sconvolto, John Spencer raccontò la sua avventura a Thompson. Quest’ultimo non mostrò grande sorpresa, si limitò a rimproverare il compagno e ad informarlo che avrebbe riferito l’intera storia ai preti.
Il mattino dopo, l’avventuriero venne chiamato da un lama che lo accolse sorridendo, trattandolo con una benevolenza a cui Spencer non osava quasi credere. “Mio povero amico – gli disse – la febbre le ha giocato un gran brutto scherzo! Perché non ha atteso almeno d’essere guarito, per visitare i nostri santi luoghi?”.
La cordialità del monaco incoraggiò l’ospite curioso a chiedere spiegazioni circa il labirinto, la camera sepolcrale, il “cadavere senza bocca”. Il lama scosse il capo: “Non esistono labirinti né cadaveri, laggiù. Venga con me, se si sente abbastanza in forze”.
Insieme scesero nella bizzarra stanza. Il prete sfiorò con le dita una parete, che s’aprì su una galleria; i due camminarono per non più di dieci minuti e giunsero ad una saletta occupata da una mensola simile ad un altare. Sulla mensola stavano allineate molte piccole bare, lunghe non più di 12-13 centimetri. Il lama le scoprì delicatamente una per una: contenevano figurine perfette, raffiguranti le creature rinvenute da Spencer.
“Ecco quel che lei ha visto in realtà”, sorrise il monaco. “Si tratta di persone che hanno arricchito la Terra con la loro grande sapienza, e alle quali noi rendiamo onore. È stata la febbre, mio povero amico, a farle credere di trovarsi davanti a veri sarcofaghi. E, come può osservare, non c’è nessuna luce verde, ma solo quella delle nostre umili lampade.”
Spencer non ardì replicare (in certe circostanze sapeva essere la prudenza in persona), ma non poté trattenersi dal domandare chi fosse il personaggio dalla testa rotonda, il primo della fila. “Un grande maestro venuto dalle stelle”, rispose il lama. Ed indicò alcune linee tracciate lungo la parete contro cui era posto l’altare: ancora una volta si trattava della costellazione del Toro, ancora una volta lo sguardo dell’avventuriero era indirizzato alle Pleiadi! (…)

Quando Spencer rivide Thompson, dichiarò di non nutrire il minimo dubbio sulla realtà della sua avventura. “Può darsi benissimo che io abbia avuto ancora qualche linea di febbre – osservò – ma escludo nel modo più assoluto d’aver sognato o d’essere stato ij preda al delirio. Ho perso il tacco d’uno stivale in quel labirinto, mi sono graffiato le mani almeno una decina di volte nel primo tratto, tastando le pietre per cercar di scoprire la presenza d’eventuali trabocchetti. Ho sfiorato la stoffa degli abiti di cui erano rivestite quelle salme, ho notato le loro vene in risalto, le loro rughe… la lastra da me aperta incidentalmente era situata a sinistra della porta d’ingresso, quella aperta dal lama stava invece di fronte, leggermente spostata a destra… il monaco ha tentato di convincermi mostrandomi una copia in miniatura di quanto avevo visto.”
John Spencer partì dal monastero una settimana dopo, e di lui non si seppe più nulla. William Thompson, però, fece ritorno in America e narrò ad altri lo strano episodio (riportato poi alla rivista “Adventure”, dicendosi persuaso che, le asserzioni dell’avventuriero rispondevano a verità. “Ho avuto occasione di vedere io stesso, nei conventi mongoli, corpi conservati intatti da secoli, forse da millenni – aggiunse – ed ho sentito parlare più volte degli ‘uomini d’argento’ giunti dalle stelle.”

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Troppe sono le leggende intessute intorno alla lamaseria di Tuerin perché si possa prendere il racconto di Thompson per oro colato; esso contiene, tuttavia, molti elementi che aprono la porta a considerazioni certo fantastiche, ma non prive di curiosi riferimenti.
Le “ore perdute” di Spencer, che entrò nel sotterraneo il mattino per uscire la notte, potrebbero essere spiegate con un ungo svenimento cancellato dalla memoria del soggetto a causa delle forti emozioni; il bagliore partito dagli ‘occhi circolari’ del misterioso essere potrebbe ridursi ad un riflesso della luce su quelli che probabilmente non erano affatto occhi, ma dischi di cristallo. Della luminescenza verde, però, sono piene le narrazioni ambientate in quel dedalo di gallerie che si estenderebbe sotto tutta l’Asia centrale; e folle immense di pellegrini ebbero occasione di venerare nel monastero tibetano di Khaldan, fino al XIV secolo, la salma del riformatore Tsong Kaba, levitante ad una ventina di centimetri dal suolo.» 

Kolosimo prosegue la sua analisi, facendo notare l’analogia che esiste fra le minuscole bare che il lama fece vedere a Spencer, posate sull’altare, e una notizia riportata dal “Times” di Londra, in data 20 luglio 1836, e non sfuggita all’attenzione di quel formidabile cacciatore di “dannati”, ossia di fatti inspiegabili, che fu l’americano Charles Fort (1874-1932).
Ecco come Fort riporta la notizia del “Times” nel suo celebre “Il libro dei dannati” (titolo originale: “The Book of the Damned”, Boni & Liveright, 1919): «Il “Times” di Londra del 20 luglio 1836:
Ai primi di luglio del 1836, alcuni ragazzi stavano cercando delle tane di conigli nella formazione rocciosa di Edimburgo conosciuta come Artuhr’s Seat [ossia “Seggio di re Artù”: nota nostra]. Sul fianco di un promontorio si imbatterono in alcune sottili lastre di ardesia che estrassero da terra.
Una piccola caverna.
Diciassette minuscole bare.
Lunghezza: tre o quattro pollici (da 7,5 a 10 centimetri). Nelle bare c’erano delle figure di legno in miniatura. Esse erano vestite differentemente come modelli e come stoffa. C’erano due file di otto bare ciascuna e una terza fila iniziava con una sola bara.
Il dato straordinario che in questo caso ha rappresentato un mistero in particolare: le bare erano state depositate singolarmente, nella piccola caverna, a intervalli di molti anni. Nella prima fila le bare erano molto rovinate e gli involucri erano marciti. Nella seconda fila, l’effetto del tempo non era così evidente, e la bara in testa aveva un aspetto molto recente.
Sui “Proceedings of the Society of Antiquarians of Scotland” c’è un resoconto completo di questa scoperta. Tre delle bare e tre delle figurine erano dipinte.» 

Come fa notare Kolosimo, è curioso il fatto che Fort, parlando di un popolo di esseri minuscoli provenienti dalle profondità spaziali, e usi a seppellire i propri morti in effigie, accenni che una possibile soluzione del mistero potrebbe venire per mezzo di scavi archeologici da effettuarsi nel deserto del Gobi.
Questo ci riporta alla lamaseria di Tuerin e all’incredibile avventura toccata all’avventuriero americano John Spencer.
Prosegue il saggista italiano nell’opera sopra citata:

«Che immagini simili a quelle di Tuerin si trovino anche in altre lamaserie, nelle gallerie e tra le rovine delle città che le leggende vogliono fondate migliaia d’anni fa nell’Asia centrale, da esseri provenienti dallo spazio? Se la storia dell’avventuriero fosse vera, dovremmo concludere che Fort s’era sbagliato soltanto pensando ad un popolo di nani.
Questi accostamenti sono senza dubbio sensazionali, ma il racconto di Spencer e Thompson rivela due particolari assai più importanti agli effetti dell’indagine che andiamo conducendo: il riferimento alle Pleiadi e la bizzarra “testa” dell’enigmatico essere racchiuso nella prima bara. Una “testa” che non sembra affatto una testa, ma un casco spaziale fornito di oculari e d’una sporgenza in cui potremmo vedere un filtro o, comunque, un apparecchio respiratorio.
Ricordiamo: alla “testa” argentea manca la bocca, proprio come manca a tutte le figure che alcuni studiosi pensano graffite o scolpite a ricordare la discesa sulla Terra, in tempi immemorabili, d’esploratori cosmici, dal famoso “Gran dio dei marziani” scoperto nel 1956 da Henri Lothe a Sefar, nel Sahara (altipiani di n’Ajjer) alla “Donna bianca dell’Hoggar”, pure nel Sahara.» 

Graffiti analoghi esistono in molte altre parti del mondo, fino in Australia, dove sono stati accuratamente studiati, e sulle nostre Alpi, ad esempio in Val Camonica (a nord del lago d’Iseo), dove l’archeologo francese Emmanuel Anati ha fatto notare una serie di caratteristiche delle figure ivi rappresentate, che sembrano rimandare a delle tute spaziali e, comunque, a dei visitatori provenienti da lontani pianeti.
Sull’arte rupestre della Val Camonica ci ripromettiamo di tornare a suo tempo, con un lavoro specifico.
Per intanto, non possiamo fare a meno di notare che esiste tutta una serie di racconti e tradizioni che rimandano, da un lato, a un gigantesco, lunghissimo complesso di gallerie che percorrerebbero il sottosuolo dell’Asia centrale, in lungo e in largo, come un reticolo che condurrebbe, secondo alcuni, al regno sotterraneo di Agharti; dall’altro, ad atterraggi di creature spaziali, verificatisi su un lungo arco di tempo e che continuerebbero ancor oggi, provenienti dal gruppo stellare delle Pleiadi. Anche su questi due argomenti, le gallerie sotterranee e la provenienza pleiadiana dei visitatori extraterrestri, ci riproponiamo di tornare in sede apposita.

testo tratto da: edicolaweb.net

 

vedi anche: I Pleiadiani e Billy Meier

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