Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

“Il nome degli spaghetti”, una ricerca di Lucius Etruscus

In occasione della pubblicazione del mio eBook “Fratelli sangue”, seconda avventura nel progetto di scrittura collettiva chiamato Risorgimento di Tenebra, ne approfitto raccontare la scoperta di un’Italia del 1849… senza spaghetti!

Il passato è una terra strana, piena di persone che ci somigliano ma parlano in modo diverso e si comportano in modo curioso. Raccontare una storia ambientata in un periodo cronologicamente molto distante da chi legge è pratica molto amata dagli italiani, e il “romanzo storico” è infatti uno dei generi più letti, scritti e ristampati da noi, ma chi ne scrive deve sempre fare una scelta difficile: rispettare il passato o rispettare il presente. Raramente si compie la prima scelta.

locandina_centurionIl metodo più semplice di scrivere un romanzo storico è di creare una storia normalissima ma far vestire ai personaggi abiti antichi, ed è la formula standard della gran parte dei romanzi storici che trovate in libreria.

Il fatto che nelle epoche scelte nessuno parlasse, pensasse o si comportasse in quel modo, non ha alcuna importanza: al lettore si presenta una trama “senza tempo” e il gioco è fatto. (Assolutamente paradigmatica una scena del film Centurion dove il legionario davanti al fuoco sogna, una volta congedato, di comprarsi una villa in Toscana: il sogno standard di tutti gli anglofoni, dall’Ottocento ad oggi, ha fatto dimenticare agli sceneggiatori non solo che all’epoca dei fatti nessuno aveva quel tipo di sogno, ma addirittura che a quel tempo la Toscana neanche esisteva!)

È facile dare addosso agli scrittori di romanzi storici: tra sfondoni e falsi storici c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Però dobbiamo tenere conto che il risultato non è la veridicità storica ma un racconto che piaccia ai lettori: a me piacerebbe una storia dove Giulio Cesare ammazza i Galli con un mitragliatore alla Rambo…

L’equilibrio è la soluzione: non si può far imbracciare un mitragliatore a Giulio Cesare ma neanche farlo agire, pensare e parlare come realmente agì, pensò e parlò, perché una persona vissuta a più di duemila anni di distanza da noi ci risulterebbe del tutto incomprensibile, a meno di ampie spiegazioni. Bisogna dare al pubblico un Cesare comprensibile, cioè un Cesare che non sia Cesare, senza troppo strafare: cioè senza violare quelle pochissime nozioni storiche che ha il lettore. Perché tutti i lettori sanno che Cesare non aveva mitragliatori, ma che Colombo non avesse binocoli o cannocchiali (strumenti cioè basati sul sistema di lenti studiato da Galileo più di cento anni dopo) già è più difficile: è proprio sul campo della storia “difficile” che uno scrittore può agire, modernizzando di nascosto il suo personaggio quel tanto che basta per farlo capire al pubblico.

 Tutto questo discorso diventa ancora più difficile quando io stesso mi sono cimentato in un racconto a sfondo storico: si fa presto a criticare da spettatore o da lettore, ma quando si scende in campo il discorso cambia.

Come dicevo, ho da poco pubblicato Fratelli di fuoco, secondo episodio della saga del “Risorgimento di Tenebra” dopo La notte dei risorti viventi. La vicenda è ambientata nella Roma del 1849 e sarebbe stato per me facilissimo rifarmi a tutti gli stereotipi vigenti, ai film ambientati in quel periodo o semplicemente alle leggende popolari, ma dopo aver tanto criticato questa usanza mi sarei sentito in colpa. Visto che scrivo per divertimento e non ho un contratto milionario da rispettare, posso permettermi il lusso di fare ricerche e tentare il più possibile di evitare sfondoni, a meno che non siano voluti per un “effetto scenico”.

Ho scoperto così che il 1849 è un periodo davvero difficile su cui fare ricerche, semplicemente perché i moti rivoluzionari che porteranno all’Italia Unita hanno profondamente trasformato la cultura, portando l’Ottocento ad essere un secolo diviso a metà: la prima metà è “classica”, la seconda “moderna”… e il centro è vago.

Trovare informazioni fino agli anni Venti o Trenta è facile, perché è considerata classicità e viene studiata; trovare informazioni dal 1860 circa in poi è ancora più facile, perché è considerata modernità e le fonti sono più “fresche”; trovare informazioni sul 1850 circa è difficile, perché è un momento di transizione in cui tutto diventa incredibilmente vago. Le date si fanno incerte, le memorie labili e i dati più difficili da decifrare… E trovare informazioni su uno degli aspetti quotidiani più semplici e banali diventa davvero complesso.

In un capitolo di questa seconda avventura i miei due personaggi sono a tavola, e mi sono domandato: cosa si mangiava a Roma nel 1849? Se si fosse trattato di principi, re e papi sarebbe stato più facile, ma visto che si tratta di gente “normale” la questione è davvero complessa. Non perché non ci siano informazioni, ma perché non ce ne sono di prima mano. Aprite un qualsiasi libro di cucina e vi fornirà tante informazioni sull’epoca, ma tutte moderne: vi dirà cioè cosa oggicrediamo si mangiasse a Roma 150 anni fa. Io invece volevo sapere cosa si pensava all’epoca.

Per l’equipaggiamento del mio protagonista, Giona Sei-Colpi detto Giona Hex, mi sono rifatto ai ricchissimi manuali tecnici dei primi decenni dell’Ottocento, densi di informazioni su polveri da sparo, armi e quant’altro: ho scoperto un mondo di pirofori (sistemi chimici per accendere il fuoco) che mi ha davvero sorpreso. Oggi, nel modernissimo 2014, usiamo metodi primitivi come la pietra focaia degli accendini, l’ottocentesco fiammifero (davvero quasi dimenticato) o a volte gli accendini a benzina. Gli italiani di metà Ottocento avevano un buon numero di soluzioni intriganti per procurarsi del fuoco, ma è anche vero che all’epoca il fuoco aveva mille usi: oggi serve solo per accendersi una sigaretta.

spaghettataEcco, volevo adottare lo stesso processo per il cibo, proprio quel cibo che oggi è praticamente religione di Stato: ho scoperto così che le fonti culinarie sono straordinariamente esigue. Vista la grande penuria di informazioni, ho preferito focalizzarmi su un piatto solo, il grande protagonista della cucina italiana, la nostra bandiera internazionale: gli spaghetti… Davvero una pessima idea. Mi sono detto: cosa c’è di più comune degli spaghetti sulla tavola di un romano? Così facendo sono caduto in pieno nella trappola che critico negli altri: ho dato per scontato che i romani del passato assomiglino ai romani di oggi…

Fiumi di inchiostro sono stati versati per discutere se gli italiani abbiano o meno inventato la pasta, se siano arrivati dopo i cinesi o gli arabi, ma nessuno ha sprecato una sola frase a specificare i problemi linguistici di un fenomeno troppo poco studiato: l’esistenza di un numero sterminato ed impressionante di paste diverse, centinaia e centinaia di forme che con il tempo sono state identificate con nomi diversi che cambiavano ancora tra uno Stato e l’altro della penisola italiana. 
Oggi si parla di “specialità regionali”, ma questo è solo l’evoluzione di ciò che nell’Ottocento era un insieme di Stati separati, lontani culturalmente che non parlavano neanche la stessa lingua: una stessa pasta cambiava di nome da uno Stato all’altro. Su molti manuali potrete trovare il termine “spaghetti” riferito all’Ottocento o anche prima, perché oggi noi pensiamo che all’epoca già esistesse un termine così comune: e invece no, non esisteva affatto.

Al di là di quando sia nata la pasta e se l’Italia abbia o meno il primato, la parola “spaghetti” è molto più recente di quanto si pensi, ed oggi viene usata a forza per indicare una pasta che pochi all’epoca chiamava così.

Molti fotografi hanno testimoniato che se andavi a visitare Napoli nella metà dell’Ottocento l’attrazione principale era costituita da una pasta curiosa che molti baracchini cucinavano per strada e molti ragazzini mangiavano in pubblico a favore di camera. Come testimoniano le foto e le cartoline dell’epoca, e come spiegano scandalizzati i viaggiatori, la pasta si mangia a mani nude: la celebre scena di Totò in Miseria e nobiltà è davvero un retaggio moderno di una realtà ottocentesca attestata non solo da foto ma anche da statuette.

mangiatori_di_maccheroni

Che pasta mangiavano con le mani questi napoletani? I fotografi non avevano dubbi e sulle loro foto e cartoline identificano i soggetti con la bocca piena “Macaroni eaters”, mangiatori di maccheroni. Come ogni manuale specifica, in quel periodo i napoletani passano dall’uso preponderante di verdure e prodotti della terra alla pasta come piatto fondamentale, ma quei “macaroni” – nome antichissimo e forse il primo nato per indicare una pasta secca – potevano essere consumati sul posto, era un cibo da turisti e comunque folkloristico. Si dovrà aspettare di superare la metà dell’Ottocento perché nascano le prime fabbriche di produzione in serie di questa pasta, cioè in grado di venderla a livello internazionale. (Per “internazionale” intendo in tutta la penisola italiana, perché erano tutte nazioni diverse che la componevano.)

Se quindi andavi a Napoli nei primi decenni dell’Ottocento circa potevi assaggiare quella pasta locale che nessuno chiamava spaghetti. Un poeta locale, Antonio Viviani, nella sua poesiaLi maccheroni di Napoli del 1824 dice fra l’altro
«…Fra questo ceto v’è il maccheroncino,
riccio di foretana e tagliarello,
cannarone di prete e fedelino,
cappelluccio, spaghetto e vermicello…»

questa frase viene considerata la genesi del termine “spaghetti”, ma onestamente trovo il riferimento molto vago, e infatti passerà molto tempo prima che un napoletano chiamerà “spaghetti” i maccheroni.

Le notizie girano e la febbre per la pasta invade gli altri Stati. Quando nel 1841 Ilario Peschieri aggiorna il suo Dizionario parmigiano-italiano, troviamo la voce «Spaghètt da far in mnèstra, Spaghetti s.m. plur. Sorta di vermicelli.» Non solo da ciò sappiamo che i vermicelli erano più noti all’epoca, ma il fatto che nell’edizione del 1828 dello stesso dizionario non riportasse la voce vuol dire che almeno a Parma gli spaghetti sono arrivati dopo il 1830 circa. Più a nord scopriamo che il Vocabolario domestico genovese-italiano (1837) di Angelo Paganini riporta «Spaghetti o Fidê», e li spiega nelle loro versioni forate o meno, ma la definizione è sempre quella: sono simili ai vermicelli. Con questa definizione li troviamo nel 1846 in unProntuario di vocaboli attenenti a parecchie arti di Giacinto Carena, edito a Torino; nel 1847 in un Vocabolario cremonese-italiano di Angelo Peri e così via: gli spaghetti man mano stanno conquistando il nord Italia… ma continuano ad essere assenti nei dizionari napoletani.

Come si spiega allora che nel manuale francese di cucina Cuisine de tous les pays (1868) di Félix Urbain-Dubois troviamo addirittura la voce “Spaghetti à la Napolitaine”? Perché dopo il 1861 in tutta la penisola (e all’estero) è leader di esportazioni la fabbrica della pasta di Gragnano, città a trenta chilometri da Napoli, con i suoi maccheroni che tutti però fuori Napoli chiamano ormai spaghetti.

essicazione_gragnano

Va sottolineato che all’epoca lo “spaghetto” non era una termine sconosciuto. Oltre all’ovvio diminutivo di “spago”, a Milano “prendere uno spaghetto” significava (e significa tutt’oggi) “prendere uno spavento”, così come a Venezia “avere uno spaghèto” aveva lo stesso significato, mentre a Napoli “tirare lo spaghetto a qualcuno” significava portarlo a pensar male. La parola c’era, ma mentre al nord si trasformò velocemente nel nome di una pasta napoletana, a Napoli si continuerà ad utilizzare “maccheroni” a lungo.

Essendomi dunque io incaponito a far mangiare spaghetti ai miei personaggi, in una storia ambientata a Roma nel 1849, sono stato costretto a specificare che non era affatto un piatto comune nella città, bensì importato da Napoli: visto che all’incirca nella stessa epoca Rossini si faceva regolarmente spedire a Parigi casse di spaghetti, chiamandoli maccheroni, è un espediente plausibile.

Questo certo non vuol dire che comunque le osterie romane non presentassero spaghetti e magari li chiamassero anche così, ma il problema è che non hanno lasciato una documentazione che lo faccia pensare. Ci sono deliziosi elenchi di osterie romane con spiegati gli aneddoti a cui devono i rispettivi nomi, ma il menu non è così noto da poter affermare con sicurezza che servissero spaghetti. E il fatto che i documenti, i libri e i trattati, fossero argomenti di ricchi e di nobili è un ulteriore problema: quale oste romano aveva le risorse, materiali e culturali, per stilare un trattato così da lasciarci traccia del menu dell’epoca?

Volendo quindi seguire io una linea “dura” di plausibilità storica – per puro gusto personale, lo confesso – non mi fido di un testo moderno che riporti menu del passato senza prova alcuna: gli italiani del passato non sono simili a noi, loro mangiavano maccheroni, noi spaghetti.

 

Chiudo ricordando le due mie avventure nell’Italia “di Tenebra” del 1849:

  1. La notte dei risorti viventi (http://www.amazon.it/notte-dei-risorti-viventi-ebook/dp/B00MXH13WC/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1411998195&sr=8-1&keywords=lucius+etruscus)
  2. Fratelli di fuoco (http://www.amazon.it/Fratelli-fuoco-Sei-Colpi-Lucius-Etruscus-ebook/dp/B00NZJTIFG/ref=sr_1_9?ie=UTF8&qid=1411998113&sr=8-9&keywords=lucius+etruscus
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