di Federico Faraone

.

Rivisitiamo, senza banalità o frivolezze, un personaggio della nostra adolescenza (e anche oltre).

Il Principe Azzurro è un “personaggio tipo” che troviamo in numerose fiabe: giovane, bello, dagli occhi azzurri, forte, generoso e peraltro, anche “nobile” (!). Su di uno splendido cavallo bianco e talvolta coperto da uno svolazzante mantello (azzurro anche questo), soccorre la damigella protagonista della fiaba superando quasi sempre un certo numero di prove, allo scopo di liberarla da un odioso incantesimo o da un cattivo (un orco o un drago) che la tiene prigioniera.

Questa figura, che rappresenta il vero amore, è caratteristica di certe narrazioni tradizionali, come quelle di BiancaneveLa bella addormentata, Cenerentola, per citare le più note.

Cenerentola e il suo Principe Azzurro2

Cenerentola e il suo Principe Azzurro

Nella maggior parte dei casi poi, il matrimonio fra l’eroina e il Principe Azzurro è l’elemento fondamentale che caratterizza il lieto fine della storia. 

 La favola del Principe ranocchioUna curiosità nella curiosità è l’inversione dei ruoli che riscontriamo in alcune favole “particolari”, per esempio in quelle del Principe ranocchio, dove è piuttosto il Principe Azzurro, trasformato in ranocchio dal sortilegio della strega cattiva, ad essere salvato e “recuperato” dalla damigella che subito dopo diventa sua sposa. In una versione simile ma non uguale a quella dei fratelli Grimm, il ranocchio torna ad essere il “Principe” dopo essere stato baciato dalla principessa. La fiaba come tale, è la più popolare e l’espressione “baciare un ranocchio” viene usata comunemente con una quantità di significati metaforici. In genere, la trasformazione da ranocchio a principe viene paragonata al cambiamento di una persona che scopre il vero amore.

Numerose sono anche le varianti caricaturali, in cui la storia viene rovesciata; il Principe Ranocchio del romanzo Streghe all’estero di Terry Pratchett, per esempio, è una rana trasformata in umano da un incantesimo.

    C’è da dire inoltre che Principe Azzurro è stato anche oggetto di rivisitazioni, in tipica chiave parodistica. Uno degli esempi recenti e più celebri è il film di animazione Shrek 2, dove il principe viene rappresentato come un cinico narcisista che cerca di sposare la principessa con l’inganno, sottraendola al suo vero amore (che in questo caso, nella logica rovesciata del film, è l’orco).  

      Tuttavia, una domanda particolare ci ha sempre incalzato alla fine di ogni fiaba: perché mai il principe delle fiabe è detto Principe Azzurro?  Qual è il motivo di questo particolare colore? 

In effetti, nella letteratura fiabesca tradizionale non si fa menzione di questo legame tra il colore azzurro e il Principe. Nelle fiabe raccolte dei fratelli Grimm e da Perrault, i Principi ci sono, (eccome!), ma non sono azzurri!

    Il compianto professor Paolo Zolli, membro d’onore dell’Accademia della Crusca, celebre esperto e ricercatore di linguistica e lessicografia, co-autore del più importante dizionario etimologico italiano (Zanichelli – 1999), si diceva sorpreso dal fatto che non esistessero attestazioni letterarie di questo sintagma prima del 1907, anno in cui Guido Gozzano pubblicò, l’evocazione dell’Amica di Nonna Speranza (detta “l’amica delle buone cose di pessimo gusto”), che contiene i versi “… O musica! Lieve sussurro! E già nell’animo ascoso d’ognuna, sorride lo sposo promesso: il Principe Azzurro, lo sposo dei sogni sognati …” 

    E restiamo ancora col nostro bel Principe Azzurro.

Il colore azzurro (o meglio il blu), era fino all’Ottocento un colore tipico e proprio dei nobili di “alto casato”, anche perché era ottenuto da un pigmento molto costoso; e del resto, il manto del colore del cielo, che spesso nei quadri antichi è riservato alla Madonna, ben si addice anche al Principe – quasi consacrato ed etereo nel suo personaggio e nel suo ruolo – che interviene nel momento cruciale come un deus ex machina, cioè come un eroe mandato dal destino  o da una volontà superiore.  

    Ma questa spiegazione non sembra bastare, dato che – come abbiamo appreso dal Gozzano – la locuzione sembra essere piuttosto recente.   

   Diciamo intanto che l’accoppiata “principe” ed “azzurro” sembra essere originaria proprio dell’italiano e non di un’altra lingua. Il cosiddetto Principe Azzurro sembra insomma essere una vicenda esclusivamente nazionale: tutta italiana, dal nobile principe, al colore che lo distingue.

Una denominazione comune ad altre Nazioni è quella di “principe affascinante”, usata per esempio in inglese (Prince Charming), in francese (Prince Charmant), mentre per i tedeschi, olandesi e svedesi i Principi sono tutti Blau (=blu).

Ma è proprio il manto azzurro, che sembra quasi avvolgere in un alone di gloria il “nostro” eroe, per farlo ancora più bello, più mitico, più gagliardo, più vigoroso, invece che fascinoso, secondo lo stile e la maniera francese o inglese. Sembra inoltre che, sulla scorta dell’espressione italiana, anche gli spagnoli abbiano cominciato successivamente a far uso della locuzione Principe Azul (Principe Azzurro) che è la copia ispanica di quello nostro… (Appunto!).  

   Ed ancora a proposito dell’italianissima locuzione “Principe Azzurro”, il professor Paolo Zolli, in uno dei “Bollettini della Accademia della Crusca”, concorda sostanzialmente col suo amico ricercatore Bernard Delmay in Usi e difese della lingua, “Biblioteca dell’«Archivium Romanicum»”, vol. 48, Firenze, Olschki, 1990, p.99 sgg.,   verso la seguente  risultanza:

 «L’azzurro, come si sa, era il colore tradizionale della casa di Savoia, tanto che ce n’è rimasta traccia ancor oggi nel nastrino delle ricompense al valor militare, nella sciarpa degli ufficiali in alta tenuta, o “di picchetto” e nella maglia degli atleti italiani in rappresentanza nazionale (i famosi “azzurri”)»   

Edoardo Gioja - Elena Petrovic-Niegos di Montenegro, Regina d'Italia

Edoardo Gioja – Elena Petrovic-Niegos di Montenegro, Regina d’Italia

    E come i suoi occhi notoriamente azzurri, era anche azzurra la vistosa ed elegante uniforme “di bassa tenuta” (ossia con giubbino corto e fregiata dei gradi di generale di brigata), nella quale l’allora Principe di Napoli (divenuto poi Re Vittorio Emanuele III^)  si presentò a Cettigne (in  serbo/montenegrino: Cetinje), per la sua prima visita ai futuri parenti e alla futura sposa, la principessa Elena Petrovic-Niegos di Montenegro (non a caso denominata “la bella Elena”), che impalmò poi nel 1896.

Per opportuna completezza, diremo anche che il nome del Principe era Vittorio, Emanuele, Ferdinando, Maria, Gennaro.  

    Un particolare curioso: durante la cerimonia nuziale, la sposa così impacciata ed emozionata com’era, sembrò a qualcuno “una bella sonnambula” (che in questo contesto ci appare come un sinonimo di “addormentata”).
Al che qualcun altro ribatté: “Il Principe (alludendo a Vittorio Emanuele) la sveglierà!”. E tanto può sembrare un’evidente allusione alla fiaba della Bella Addormentata, o di Cenerentola.

     Con tali dati, dunque, nessun dubbio dovrebbe più sussistere circa la rispondenza del colore col personaggio Vittorio Emanuele, così come d’altra parte, due suoi antenati, Amedeo VI e Amedeo VII, erano stati denominati a loro volta il Conte Verde e il Conte Rosso: il primo dal paramento adottato per un celebre torneo, il secondo da un vistoso abito indossato per festeggiare la nascita dell’erede.         

Vittorio Emanuele di Savoia da giovanissimo, Principe Azzurro “ante litteram”

Vittorio Emanuele di Savoia da giovanissimo, Principe Azzurro “ante litteram”

     La prima menzione storica scritta (e non fiabesca) del Principe di Napoli come “Principe Azzurro” sembra essere stata fatta dallo storico Giovanni Artieri (-Il tempo della Regina– Roma, ediz. Sestante 1950, p. 52): <<La principessa “povera”, questa cenerentola montenegrina alla quale il destino serbava un Principe Azzurro (azzurro Savoia, s’intende), commoveva non poco …>>

    Lo stesso Artieri, più avanti (p. 159), a proposito di un altro matrimonio, quello del Principe di Piemonte, nel 1930, con Maria Josè del Belgio (si tratta stavolta di Umberto II, con tutti i suoi cinque nomi di battesimo: Umberto, Nicola, Tommaso, Giovanni, Maria), riferisce che i giornali stranieri chiamarono Umberto «Prince Charmant»” (Principe fascinoso), come per sottolineare il fatto che essi ignoravano senz’altro l’esistenza della componente azzurra, specifica dei Savoia.»

    Concludendo, non ci resta che rimarcare quanto già annotato dal Gozzano: <<Proprio per il fatto che il Principe Azzurro è un personaggio privo di profondità e quasi esclusivamente simbolico, viene spesso accostato nel linguaggio comune, a un ideale romantico di compagno o di marito>>. 

     “Aspetta il Principe Azzurro!…” è una locuzione molto diffusa, fino a pochi decenni fa, e che veniva attribuita ad  una donna che avesse un ideale di uomo di… chiare connotazioni.

   D’altra parte, non si può non concedere che una ragazza sogni una vita da principessa col “suo” Principe Azzurro. E tanto, anche se in realtà lei sa bene che il suo “amato bene” non potrà mai essere un Principe, né vestirà d’azzurro…  (vorremmo proprio vedere!).

Affissione… da fissazione!

Affissione… da fissazione!

   “Aspettare il Principe Azzurro” è il pensare all’uomo ideale, che secondo l’opinione comune ogni ragazza sogna come marito. E tanto viene usato in senso ironico sia per le giovani che non si decidono a sposarsi in quanto non giudicano adatto a loro nessun pretendente (con il sottinteso che siano loro stesse troppo esigenti), sia per le ragazze svagate, distratte o pasticcione e che sembrano fin troppo occupate a pensare al matrimonio, per interessarsi di qualsiasi altra cosa.
  E’ davvero graziosa la notissima battuta secondo la quale certe “ex signorine”, superando il naturale e istintivo senso di ripugnanza e disgusto, si sarebbero intrepidamente “avventurate” sulle rive degli stagni, a baciare diverse diecine di ranocchi, che però sono rimasti tali (ed attoniti, vorrei aggiungere), senza purtroppo trasformarsi in Principi, invalidando e deludendo così il risultato sperato …    

bella e ranocchio

   Fra la tanta produzione letteraria in materia, Vogliamo la favola” è il titolo del saggio di Simona Siri (edizioni Tea) che analizza, in modo divertente ma estremamente preciso e puntuale, tutti gli archetipi a cui dobbiamo i nostri peggiori fallimenti relazionali  e che attingono alla letteratura ma anche al cinema; ai cartoni animati e alle serie televisive; ai rotocalchi di gossip ed ai programmi dedicati alle dinastie reali. E ricordando infine (in nome di tantissime altre coetanee) il suo passato e l’esperienza di ragazza, lei stessa conclude e totalizza la propria esperienza, sorridendo ed ammettendo con una vivace punta di amarezza, che «… di Principi Azzurri in senso stretto neanche uno. Manco un conte, un marchese, o sia pure un baronetto:… Zero! Dramma invece sì. Tanto e sempre! E però, noi continuiamo a volere la favola». 

    Ben in disparte, i “maschietti” ci limitiamo a osservare ed ammicchiamo con aria di sufficienza, perché tutto ciò fa parte delle cose delle donne, (giovani e non solo!)

.          

Federico  Faraone