Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Il significato dell’opera di Federico II nella storia del suo tempo.

La figura di Federico II giganteggia solitaria sul declinare di tutta un’età, ed il fascino che emana dall’uomo illumina tutta la sua opera anche se, politicamente, essa fu in parte sterile, in parte negativa e, nel campo delle armi, senza successi che non fossero effimeri.

Così vivo fu ed è quel fascino, che ancora oggi siamo portati a dimenticare le mende più gravi del grande svevo: la sua crudeltà, la lussuria smodata, l’insensibilità per cui non rifuggiva, al dire di Salimbene, dal far uccidere degli uomini solo per vedere come avessero digerito, le sue scarse capacità militari, le incertezze di uno spirito che non sempre riuscì a dominare il contrasto tra le aspirazioni e la realtà; ed ammiriamo senza riserve la figura che di lui ci hanno tramandato il Novellino e i cronisti del secolo XIII: l’imperatore savio e cortese, largo mecenate di artisti e di scienziati, artista e scienziato egli stesso, ora tutto intento ai giuochi di abili prestigiatori o alle danze di voluttuose almee in conviti fastosi, o perduto a comporre versi d’amore, o tutto preso dalla passione, che fu dominante nella sua vita, della caccia col falcone; ora invece tutto assorto in gravi studi e dominato dal sottile intellettuale piacere di discussioni geniali e spregiudicate.

Spirito autoritario, ardente, egocentrico, insofferente di limitazioni, di controlli, di opposizioni; carattere deciso a far trionfare la propria volontà a tutti i costi, con la forza o con l’inganno, con la crudeltà più spietata o con la diplomazia più duttile e la magnanimità più lungimirante, in tutta la sua vita non ebbe che tre supremi interessi: godere, conoscere, dominare. L’ideale dell’Impero non gli fornì che la tradizione veneranda, la giustificazione teorica per la piena espressione della sua personalità e della sua volontà di dominio. Ma egli era ormai lontano dallo spirito teocratico dell’Impero cristiano medievale.
Per lui non era più la mano della Provvidenza che guidava e reggeva l’opera dell’imperatore per le vie della storia, mal la volontà dell’individuo, nello sforzo di farsi creatore del proprio destino. Il culto dell’astrologia, fiorente nella corte di Palermo, come in quelle di Ezzelino da Romano, di Guido da Montefeltro e di Manfredi, ci rivela la consapevolezza dell’individuo che si sente oramai solo, se pur armato di virtù, di fronte al cieco potere della Fortuna.

Così il mito della personalità di Federico II, e i presentimenti che egli ebbe della concezione della vita e dell’uomo dell’età a lui susseguente, sollevarono la sua memoria nell’ammirazione dei posteri, al disopra della rovina che travolse tutta l’opera sua.

Sul destino di Federico II pesò terribilmente l’essere vissuto a cavallo di due età. Già il contrasto interno che travagliava tutta la sua opera politica sempre e invano tesa a conciliare programmi e mondi irriducibili: l’Impero e il regno di Sicilia, gli ideali della monarchia universale, e i nuovi atteggiamenti dello stato amministrativo accentrato, era l’espressione stessa del dissidio intimo che travagliava lo spirito del grande imperatore. In lui l’uomo nuovo non riuscì mai a liberarsi del tutto dal peso schiacciante di una tradizione secolare, l’italiano re di Sicilia non riuscì mai a svincolarsi dall’imperatore germanico. Così, mentre l’opera sua avrebbe avuto bisogno di un lungo periodo di tranquillo consolidamento, gli impulsi contrastanti che in essa agivano dovevano portarla necessariamente al completo fallimento.

La vecchia vita politica del regno era stata da Federico completamente sconvolta senza che nessuna forza nuova fosse stata creata. La nobiltà umiliata, ma non distrutta, anelava a riprendere il sopravvento: l’alto clero era divenuto nemico della monarchia; dispersa e abbattuta, nel periodo critico della sua formazione, quella classe di funzionari, che Federico aveva tentato di creare. Cessata quasi del tutto la politica orientale dei Normanni, tutte le energie e le ricchezze del Mezzogiorno venivano profuse senza risparmio nella lotta contro il Papato, o nei vortici infidi della politica italiana, divenuta ora il massimo degli interessi della monarchia sveva.

Alla morte di Federico II, le città del regno rimpiangevano le autonomie perdute, senza trovare nelle nuove loro condizioni compensi adeguati ai sacrifici fatti.
Il fiscalismo, reso più oppressivo dall’ordine amministrativo instaurato, tendeva a compromettere il valore di molte sagge disposizioni economiche e finanziarie dell’imperatore.

Lo stato continuo di guerra con la Chiesa aveva inoltre acuito il disagio della popolazione e moltiplicato le defezioni, rendendo inefficace gran parte dell’opera ricostruttiva di Federico.
E la guerra contro la Chiesa e i comuni per il dominio d’Italia, che l’imperatore lasciava come eredità ai suoi successori, rappresentava un programma anacronistico, se si trattava di combattere ancora in nome dell’Impero; un programma che era in ogni modo al di là delle possibilità del regno, rivelatosi incapace, fin dal tempo dei Normanni, a dominare tutta la pulsante vita dell’Italia centrale e settentrionale, se si pensava solo a estendere a tutta l’Italia i confini del dominio svevo.

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(tratto da: R. Morghen, Il tramonto della potenza sveva in Italia, Roma, 1937).

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