Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Il tempietto di Sant’Agata, un monumento che non c’è più.

Il monumento che non c’è più è il Tempietto votivo agatino, edificato per ricordare quanto avvenne il 17 agosto 1126. 
Quel giorno, un mercoledì, Maurizio vescovo di Catania incontrò tra le sciare (oggi del Rotolo) la processione dei fedeli – provenienti da Aci Castello dove l’illustre prelato passava i mesi estivi – che recavano le reliquie di S. Agata, già trafugate da Giorgio Maniace nel 1040 e da lui portate a Costantinopoli. 

I resti della Santa erano stati riportati in Sicilia dal francese Gisliberto e dal calabrese Goselino. Il luogo esatto dell’incontro con la processione – documentato dall’Epistola Mauritii, conservata nell’Archivio capitolare e citato dal libro Ognina, pubblicato da don Mariano Foti nel 1960 – è ubicato tra via Calipso e via Ginestra, dove sorse un tempietto votivo per volere del Vescovo.

I ruderi, sopravvissuti alla devastante eruzione dell’Etna del 1381 che, fra l’altro, colmò il grande Porto Ulisse ad Ognina, erano ancora visibili ai primi degli anni ’70 e comprendevano anche un ipogeo, usato come rifugio durante i bombardamenti della II Guerra mondiale.

L’unica traccia dell’antico tempietto dedicato a S. Agata è documentata da una struttura semicircolare – realizzata con conci di lava – che è stata come posata o salvata dalla strada asfaltata di via Calipso, proprio davanti alla recinzione che delimita il cortile di una scuola comunale.

Nel 1996 l’esistenza del tempietto – e la sua successiva scomparsa dalla memoria collettiva – sollecitarono l’attenzione di Santo Privitera, cultore delle vicende di Storia patria. 

Pubblicate in un successivo libro ”agatino” con una mappa dettagliata dei luoghi, redatta dalla sottoscritta, le notizie sul monumento furono fornite in una lettera indirizzata al Sindaco, agli assessori all’Urbanistica, alla Cultura e ai Lavori pubblici dal Privitera che propose la ricostruzione dell’antico tempietto votivo agatino.

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NUCCIA DI FRANCO LINO

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Nota tratta da: http://digilander.libero.it/PiiFratres/gislibertoegoselmo.htm

Gisliberto e Goselmo, i due coraggiosi artefici della Traslazione delle reliquie di Sant’Agata da Costantinopoli a Catania, evento che viene celebrato nella nostra città ogni diciassette agosto. Quando il generale bizantino Giorgio Maniace venne in Sicilia per cercare di prenderne possesso e di cacciare da essa gli Arabi (1038), il suo progetto sortì un iniziale successo; in seguito, essendosi inimicata la corte imperiale, Maniace ricevette l’ordine di ritornare a Bisanzio. 
Pertanto egli, per mitigare le ire dell’imperatore, Michele Paflagonio, prima di rimpatriare fece incetta delle spoglie dei santi più venerati nell’isola: Sant’Agata, Santa Lucia, San Leone ed altri ancora.
Era l’anno 1040 ed i Catanesi, radunati sulla spiaggia, assistettero disperati ed impotenti alla partenza della nave che portava via dalla propria città il corpo della Santa. Passarono ben ottantasei anni prima che la salma di Agata potesse rientrare a Catania. 

Nel 1126 la Chiesa catanese era presieduta dal vescovo Maurizio, il quale ha redatto una lettera che costituisce il resoconto primario delle vicende di Gisliberto e Goselmo che militavano, in quel tempo nell’esercito bizantino, come ufficiali di corte.
Il francese Gisliberto (secondo altre grafie, Giliberto o Gilberto, probabilmente originario della Provenza, almeno a giudicare dal nome) ed il calabrese Goselmo (o Goselino; verosimilmente nella lettera di Maurizio calabrese sta per pugliese, secondo l’uso antico). 

Una notte Sant’Agata apparve in sogno a Gisliberto e gli comandò di andare nella chiesa dove erano custodite le sue spoglie (Santa Sofia [Reitano, p. 201] o il Monastero della Vergine [cfr. Amico, I, p. 352]) e ricondurle a Catania. La visione si ripeté altre due volte: allora Gisliberto, che nel frattempo si era confidato con Goselmo, decise di passare all’azione con l’aiuto del compagno. La notte del 20 Maggio i due s’introdussero nel tempio in cerca del corpo di Sant’Agata: quando lo trovarono, collocarono il busto in un cofano cosparso all’interno di rose profumate, la testa tra due scodelle e gli arti in due faretre; quindi, nascosero il tutto in casa di Goselmo.
Il giorno seguente la notizia si sparse per la città e l’imperatore inviò uomini armati dappertutto alla ricerca degli autori del furto, proibendo a chiunque di lasciare Bisanzio per terra o per mare senza un permesso scritto.

Gisliberto e Goselmo, non appena la calma si fu ristabilita, s’imbarcarono con le sacre spoglie. La prima tappa fu Smirne, dove rimasero quattro giorni: un terremoto li sorprese, mentre sistemavano meglio il contenuto delle faretre, provocando lo sconforto di Goselmo, al quale tuttavia un pronto e saggio discorso di Gisliberto restituì la perduta fede nel successo dell’impresa.
Ripreso il viaggio, i due compagni sbarcarono a Corinto, dove restarono a lungo, perché non riuscivano a trovare un’imbarcazione su cui proseguire il tragitto verso la Sicilia. Sant’Agata riapparve in sogno a Gisliberto, rimproverandolo per il ritardo ed annunciandogli che l’indomani mattina sulla spiaggia una nave da carico sarebbe salpata: naturalmente, Gisliberto e Goselmo sarebbero dovuti salire a bordo. Essi obbedirono all’invito, verificando la veridicità della visione, ed arrivarono nella città greca di Metone. Qui, s’imbarcarono in compagnia di mercanti ed approdarono a Taranto.
Nella città pugliese i due fecero celebrare una messa per la Santa, quindi, dopo un frugale pasto, tornarono sulla spiaggia per ricomporre le reliquie prima di continuare la navigazione: per errore, fu dimenticata una mammella, che in seguito stillò prodigiosamente latte dolcissimo e provocò lo sbalordimento dei Tarantini.
Frattanto i due militi giunsero finalmente a Messina: Goselmo rimase in una chiesa a guardia delle spoglie, mentre Gisliberto si recò al Castello d’Aci, che allora faceva parte dei beni della Chiesa di Catania, dove si trovava il vescovo Maurizio. Gisliberto gli narrò ogni cosa e chiese al presule di inviare con lui due monaci di sua fiducia a Messina per appurare che si trattava effettivamente del corpo di Agata e per trasportarlo senza indugio ad Aci.
Maurizio acconsentì alla sua richiesta e mandò Luca ed Oldomano, che portarono prontamente a termine l’incarico. Il vescovo accolse con grande giubilo i santi resti, inginocchiandosi per ringraziare Dio del felice evento, quindi estrasse le reliquie dalle faretre, da cui promanò un profumo di rose fresche.
Maurizio, riposte diligentemente le spoglie in una cassa più degna di tale contenuto, si precipitò a Catania, dove chiamò a raccolta tutti i sacerdoti della propria diocesi e li mise al corrente di ciò che stava accadendo. Tra l’entusiasmo generale fu deciso di riportare il santo corpo a Catania e collocarlo nella Cattedrale che era stata edificata per volere di Ruggero I non molto dopo la liberazione della città dagli Arabi (la prima bolla pontificia relativa all’edificazione della nuova chiesa è datata 25 Aprile 1091).

La notizia si diffuse ben presto fra il popolo catanese che si affrettò dal suo Pastore per avere conferma. Maurizio esortò gli astanti ad andare con vesti bianche insieme a lui incontro al fercolo proveniente da Aci, che frattanto si trovava già in cammino, accompagnato da una schiera di monaci e da Gisliberto e Goselmo.
Maurizio procedeva scalzo in segno d’umiltà. Era il pomeriggio del 17 Agosto 1126. Ad Ognina i Catanesi riabbracciarono la loro Patrona e più volte si levò in quell’occasione il grido “Cittadini, viva Sant’Agata”, come ancora oggi è possibile udire in entrambe le feste dedicate alla Santa; solo a fatica la processione poté proseguire fino alla sua meta. Cominciarono a questo punto ad aver luogo diversi miracoli: il primo registrato ebbe per protagonisti due ragazzi, i cui ceri non si spensero per l’intero percorso, nonostante il soffiare del vento.
Quando poi la Cattedrale accolse le sante spoglie, si verificarono prodigi ben più consistenti: ci furono ciechi dalla nascita che recuperarono la vista, muti che presero a parlare, paralitici che riacquistarono l’uso delle proprie gambe ed indemoniati che furono resi liberi dalla presenza maligna. Maurizio nella sua lettera non parla della sorte occorsa a Gisliberto e Goselmo, ma la tradizione vuole che siano rimasti a Catania, svolgendo l’ufficio di custodi delle reliquie nella Cattedrale, dove sono sepolti, in un punto imprecisabile della Cappella della Madonna (http://digilander.libero.it/assoragala/reliquie.htm).

C’è da aggiungere che la Traslazione, ossia il passaggio da Est ad Ovest delle reliquie agatine, ha forse anche un significato simbolico, in quanto coincise con la totale emancipazione della Chiesa siciliana da quella d’Oriente, in ottemperanza alla politica normanna nell’Italia meridionale. Inoltre, il particolare dei piedi nudi e dei vestiti bianchi di Maurizio (e della folla) sembra fornire una spiegazione dell’origine degli analoghi rituali presenti nella celebrazione della festa di Sant’Agata, seppure in realtà non siano estranei influssi riconducibili ai culti isiaci del tardo paganesimo. 

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tratto da: tanogaboblog.it

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