Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

In Diogene Laerzio si legge su Pitagora e la metempsicosi

Diogene Laerzio – Vitae et sententiae philosophorum

Le poche informazioni che possediamo su Pitagora e il suo filosofare sono per lo più contenute nell’ottavo libro dell’opera Vite e dottrine dei più celebri filosofi di Diogene Laerzio, all’interno del quale si legge che fu lui il primo ad utilizzare il termine “filosofia” e a definirsi “filosofo”. Una sola dottrina gli può essere attribuita con certezza, quella della sopravvivenza dell’anima dopo la morte e della sua trasmigrazione in altri corpi: la metempsicosi.

Dicono che costui per primo abbia dichiarato che l’anima, percorrendo un ciclo stabilito da necessità, si vincoli ora ad alcuni viventi, ora ad altri (“Vite e dottrine dei più celebri filosofi”, VIII, 14).

Secondo questa dottrina il corpo è una prigione all’interno della quale l’anima è stata rinchiusa per punizione dalle divinità. Finché l’anima è nel corpo, ne ha bisogno quale mezzo per sentire; ma è quando ne esce che vive in mondo superiore.

Anche nei culti orfici era presente il concetto di trasmigrazione delle anime. La novità del pensiero pitagorico è rappresentata dal considerare la conoscenza uno strumento di purificazione; l’ignoranza è ritenuto un male da cui ci si libera attraverso il sapere.
L’anima umana è precipitata sulla terra a causa di una colpa originaria per via della quale è costretta a trasmigrare da un corpo all’altro; non solo corpi umani, ma anche animali e piante. Questo rende comprensibile il fatto che tra i precetti morali riconducibili a Pitagora troviamo:

Non rovinare né danneggiare una pianta domestica, ma nemmeno un animale che non fa del male agli esseri umani (“Vite e dottrine dei più celebri filosofi”, VIII, 23).

Per liberarsi da questa catena occorre ritornare allo stadio di purezza originaria dedicandosi alla contemplazione disinteressata della verità, praticando dei rituali esoterici di iniziazione e purificazione (catarsi). I pitagorici ritenevano che la vita del matematico fosse quella che più si avvicinasse alla condizione libera e divina in cui l’anima si trovava prima della caduta.

Scrive Diogene Laerzio che per i pitagorici l’anima, come tutte le cose, è armonia data dall’equilibrio tra gli elementi contrari che la compongono:

Sono vivi tutti gli esseri che partecipano del caldo: perciò, anche le piante sono esseri viventi; però, non tutti gli esseri viventi possiedono l’anima. L’anima è un frammento dell’etere, sia di quello caldo sia di quello freddo. Per il fatto di partecipare dell’etere freddo, l’anima si differenzia dalla vita; ed essa è immortale, perché è immortale ciò di cui è un frammento (“Vite e dottrine dei più celebri filosofi”, VIII, 28).

L’anima, la cui natura è comune a quella dell’etere, è perciò invisibile. L’anima dell’uomo si suddivide in tre parti: intelligenza (noûs), mente (phrenas) e animo (thymós):
«Tὴν δ’ἀνθρώπου ψυχὴν διῃρῆσθαι τριχῆ, εἴς τε νοῠν καὶ ϕρένας καὶ θυμόν» (Vite e dottrine dei più celebri filosofi, VIII, 30). Thymós è qui inteso alla maniera omerica, cioè quale sede tangibile dei processi vitali e non principio vitale in sé (psyché).

Ritratto immaginario di Diogene Laerzio tratto da un libro edito a Londra nel 1688

L’intelligenza e l’animo sono presenti anche negli animali mentre la mente è specifica dell’uomo. La mente è immortale, le altre due mortali. L’anima predomina dal cuore sino al cervello; la parte di essa che è nel cuore costituisce l’animo (thymós), mentre quelle che sono nel cervello costituiscono la mente e l’intelligenza (cfr. Vite e dottrine dei più celebri filosofi, VIII, 30). L’anima in toto trae nutrimento dal sangue.

Diogene Laerzio procede esponendo in quale maniera, sempre secondo il pensiero pitagorico, l’anima è connessa al corpo e agli organi della percezione:

Le vene, le arterie e i nervi sono legamenti dell’anima; ma quando essa diventa vigorosa e autonoma, allora rimane in riposo e i suoi legamenti divengono i ragionamenti e le azioni. Poi, una volta gettata fuori sopra la terra, vaga nell’aria, simile al corpo. Ermes è il custode delle anime e per questo è chiamato Guida, Portiere e Ctonio, poiché guida e conduce le anime provenienti dai corpi, sia dalla terra sia dal mare (“Vite e dottrine dei più celebri filosofi”, VIII, 31).  

.

Bibliografia
  • N. ABBAGNANO, Storia della filosofia. La filosofia antica, la Patristica e la Scolastica, UTET, Torino 2003.
  • DIOGENE LAERZIO, Vite e dottrine dei più celebri filosofi. Testo greco a fronte, a cura di G. Reale, Bompiani, Milano 2006 (2^ ed.).
  • A. BROMBIN, Il respiro dell’anima. Distinzione teologico-filosofica tra anima e spirito, Aracne Editrice, Roma 2014.

fonte testo: Filosofiablog

.

vedi anche:

 

Similar posts