Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

La Cappella Sansevero a Napoli

La Pudicizia Velata, opera di Antonio Corradini (1668-1752)

Giovan Francesco di Sangro, ristabilitosi da una malattia quasi mortale, decide di erigere “una picciola cappella” dedicata alla Vergine come adempimento di un voto fatto durante la malattia

Il Disinganno, eseguito dal genovese Francesco Queirolo

Più di centocinquanta anni dopo, Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, inizia grandi lavori di restauro e di ampliamento della Cappella. Raimondo era al tempo stesso Gentiluomo di Camera di Carlo di Borbone, Membro dell’Ordine dei Cavalieri di San Gennaro, Accademico della Crusca e Gran Maestro della Loggia Massonica. Inoltre giravano voci di sue propensioni per l’alchimia e l’esoterismo. Ed entra in scena Antonio Corradini, scultore veneto ultraottantenne, molto apprezzato in Italia e fuori, amico di Raimondo e massone pure lui. Attorno al 1750, nel poco tempo che gli resta, Corradini realizza i modelli in terracotta delle statue e degli apparati, tutto il progetto insomma, d’accordo con Raimondo. E qui c’è una cosa singolare: Raimondo vuole dedicare le prime sculture ai suoi genitori, che per ragioni diverse praticamente non aveva conosciuto. La madre, perchè morta giovanissima, ed il padre perché era partito per lunghi viaggi affidando il bambino ai familiari, ne aveva combinato tante, e si era poi ritirato in un monastero negli ultimi anni.

Così sono nate la Pudicizia, eseguita dal Corradini, ed il Disinganno, eseguito dal genovese Queirolo, su idea del Corradini. La Pudicizia ed il Disinganno sono opere straordinarie; l’una per come è reso nel marmo il velo che svela, l’altra per la rete degli inganni che avvolge il personaggio e da cui un genio alato lo sta liberando. Le due statue sono affiancate da lapidi: una, quella della madre, è volutamente spezzata. Ma la statua in assoluto più esaltata è quella del Cristo disteso e velato, eseguito da uno scultore napoletano: Giuseppe Sanmartino. Raimondo preferiva rivolgersi a scultori estranei a Napoli, e ciò dava fastidio all’ambiente artistico locale, sempre molto geloso: già nel ‘600 Guido Reni ed il Domenichino dovettero scappare da Napoli per le minacce ricevute per la commissione degli affreschi della cappella di San Gennaro. Ma in quegli anni, a Palazzo Sangro lavorava anche un medico palerminato: le due Macchine Anatomiche complete di vasi sanguigni e di dettagli di cui tacere è bello, sono conservate in una stanza non lontana: il popolo diceva che erano i corpi di due servitori trucidati da Raimondo. Viene in mente il delitto iniziale, quello del 1590. Dopo il 1766, in cui la Cappella fu aperta ai visitatori, qui capitò il Marchese de Sade, curioso di tutto ciò che avesse in sè qualcosa di diabolico.

Antonio Corradini – La Pudicizia Velata

Torniamo alla Pudicizia ed al Disinganno
La statua di Cecilia, madre di Raimondo, rappresenta la Pudicizia ma proprio grazie al marmoreo velo umido che la ricopre tutta e rende trasparente la florida nudità, è un trionfo di torbido e carnale erotismo.

Al di là del valore degli artisti, specie del Corradini, è Raimondo che fa un monumento a sè stesso, devoto di San Gennaro e massone, appassionato di scienza, ma anche di alchimia, illuminista ed oscurantista. Il contratto stipulato col Queirolo è una specie di plagio, in cui l’artista non ha nessun diritto: “a tutto piacimento, genio e gusto d’esso Signor Principe, di non poter lavorare per nessun’altra persona, e collo stretto ligame di non potersi licenziare…”. Una schiavitù, praticamente.

Va aggiunto, riguardo al Cristo velato, che fin da quando le opere furono esposte per la prima volta si diffuse la dicerìa che l’effetto velo che svela fosse stato ottenuto non con una finissima lavorazione del marmo, ma mediante procedimenti alchemici (in realtà chimici) che avevanomarmorizzato della stoffa precedentemente disposta in modo appropriato sulla statua sottostante. Ed in alcuni siti sono riportate le intese fra Raimondo e lo scultore Sanmartino, comprese precise disposizioni tecniche, ritrovate da Clara Miccinelli in un documento dell’Archivio Notarile di Napoli, rogato in data 25 novembre 1752 dal notaro Liborio Scala, e confermate in altri documenti di collezioni private. Riporto qui la ricetta:

“Calcina viva nuova 10 libbre, acqua barilli 4, carbone di frassino. Covri la grata della fornace co’ carboni accesi a fiamma di brace; con ausilio di mantici a basso vento. Cala il Modello da covrire in una vasca ammattonata; indi covrilo con velo sottilissimo di spezial tessuto bagnato con acqua e Calcina. Modella le forme e gitta lentamente l’acqua e la Calcina Misturate. Per l’esecuzione: soffia leve co’ mantici i vapori esalati dalla brace nella vasca sotto il liquido composito. Per quattro dì ripeti l’Opera rinnovando l’acqua e la Calcina. Con Macchina preparata alla bisogna Leva il Modello e deponilo sul piano di lavoro, acciocché il rifinitore Lavori d’acconcia Arte. Sarà il velo come di marmo divenuto al Naturale e il Sembiante del modello Trasparire”. Il Sanmartino, inoltre, si impegnava a non rivelare il procedimento, e Raimondo, bontà sua, gli concedeva di attribuirsi l’esecuzione dell’intera opera. Se così fosse, presumibilmente il procedimento sarebbe stato usato anche per la Pudicizia ed il Disinganno. Che dire? Sembra impossibile, ma da Raimondo di Sangro ci si poteva aspettare anche questo. Forse una analisi chimica approfondita (ma non distruttiva…) dei materiali potrebbe dirci una parola quasi definitiva su ciò che è realmente accaduto. Ma anche senza appoggiarsi ad ipotesi e ad illazioni più o meno fondate, è certo che nella Napoli del ‘700 era possibile giungere ad una sintesi improbabile ma definitiva: quella della Pudicizia, del Disinganno e del Cristo velato.

Giuseppe Sammartino – Cristo velato, 1753

Il Cristo velato è tra le più famose e suggestive opere del patrimonio artistico mondiale, fu scolpita nel 1753 dal napoletano Giuseppe Sammartino. La spirituale ricchezza espressiva della scultura traspare con grande evidenza dalle pieghe del velo che copre le membra esanimi del Redentore. Al suo cospetto si riceve la sensazione di osservare il vero corpo di Cristo. Il Canova, grandissimo scultore del 1800, la definisce “Opera immensa, seconda, forse, soltanto alla ‘ Pietà ‘ del Michelangelo” ed afferma che sarebbe disposto a rinunciare anche a dieci anni della sua vita pur di essere l’autore di un tale capolavoro.

Impossibile descriverlo, se ne può dire, ma bisogna assolutamente vederlo.

È tanto perfetto che, grazie alla fama d’alchimista del principe Raimondo, fiorirono intorno alla scultura, aneddoti e leggende che ipotizzavano (e ipotizzano ancora) magici ed esoterici procedimenti di marmorizzazione di un vero velo posto sopra il marmo ed a questo fuso: la realizzazione di quell’opera meravigliosa non poteva essere venuta fuori da un massiccio, unico blocco di marmo di Carrara.

Ma così è. La pietra diventa liquida, grazie all’arte dello scultore, la trasparenza perfetta, inesistente il peso del sudario, anche perché in realtà, fisicamente, non c’è, eppure è visibile per magia ottica, per incantesimo della materia all’occhio. È il corpo stesso che genera, piegando il marmo in morbidissime onde, il suo velo. che lo separa dai viventi. Proprio questo miracoloso generare di leggerezza incorporea dalla pietra, rende alla scultura vita sublimata, trasformando il cadavere del Cristo in un sorprendente mistero. È una “visione”. Di questo si tratta, di una perturbante ed ammaliante “maraviglia” che assorbe e sconcerta l’osservatore, rendendo la percezione visiva un fatto mistico.

Giuseppe Sammartino – Cristo velato (dettaglio)

*** Un mio breve video…***

La cavea sotterranea

Dopo la morte del Principe alchimista vengono rinvenuti, in un locale sotterraneo della Cappella, gli scheletri di un uomo e di una donna rivestiti dell’intero sistema venoso ed arterioso, nonchè di vari organi. La tradizione vuole si tratti di persone morte accidentalmente, cui Raimondo de Sangro avrebbe inoculato una sostanza di origine e composizione sconosciute, che avrebbe “metallizzato” tutte le vene, le arterie, i vasi capillari e alcuni organi. Altra ipotesi è quella della ricostruzione del sistema circolatorio eseguita da un medico anatomista, sotto la direzione di Raimondo de Sangro, con cera di api ed altro materiale. In tal caso, tenuto conto delle esigue conoscenze anatomiche dell’epoca intorno al sistema circolatorio, stupisce la perfezione con la quale esso sarebbe stato riprodotto.

Macchine Anatomiche – Cavea della Cappella Sansevero – Scheletro Lo-Res

fonte: tanogaboblog.it 

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