Quanti nomi di scienziate, oltre a quello di Marie Curie o delle italiane Margherita Hack e Rita Levi Montalcini riuscireste a ricordate rapidamente? Ancor oggi il ruolo della donna non è completamente compreso nel mondo scientifico, nonostante alcuni dei migliori contributi siano giunti proprio dal gentil sesso.
Vale la pena ricordare come la prima donna a laurearsi fu un’italiana, Elena Cornaro di Venezia, e che il contributo delle donne nel mondo scientifico meriti un posto nella memoria di chiunque.

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Ada King, Contessa di Lovelace (1815 – 1852)

L’unica figlia legittima di Lord Byron fu Ada King. Il padre abbandonò lei e la madre quando la bambina aveva appena un mese. Così Ada fu allevata dalla madre Anne che, per scongiurare che la bambina ereditasse la vena poetica e bohèmien del padre, la fece applicare in studi di matematica e logica, per le quali dimostrò subito una forte predisposizione.

All’età di 17 anni conobbe il matematico Charles Babbage, che le mostrò la sua Macchina Differenziale, con la quale era possibile eseguire calcoli. Ne rimase affascinata, e anche dopo il matrimonio con il conte di Lovelace e tre gravidanze, continuò gli studi di matematica. Nel frattempo Babbage aveva progettato la Macchina Analitica, una sorta di computer ante litteram. Ada curò la traduzione dall’italiano all’inglese di un saggio su questa macchina, e vi aggiunse talmente tante note, che alla fine esse costituivano un testo lungo tre volte il saggio stesso.

Fu una delle poche persone che compresero appieno il funzionamento della Macchina Analitica, e anche i suoi possibili sviluppi. Le sue note si possono considerare come la prima descrizione di un computer, perché la macchina funzionava con un sistema di schede perforate, aveva una memoria interna, chiamata magazzino, e la capacità di fare scelte e ripetere le istruzioni (come un moderno processore). Quello che oggi è considerato il primo programma informatico è un algoritmo che Ada elaborò, e questa la rende una delle protagoniste nella storia dell’informatica.

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Emmy Noether (1882 – 1935)

Risulta difficile spiegare l’importanza che ebbe per la matematica il lavoro di Emmy Noether, perché bisognerebbe essere degli esperti in materia. Basti dire che Einstein scrisse un articolo su di lei, e i suoi contemporanei la definirono ‘Atena’ della matematica. È suo il teorema, detto appunto di Noether, sulla conservazione dell’energia nel moto lineare. Il suo lavoro è ancora oggi utilizzato nello studio dei buchi neri, che sono stati fantascienza fino a pochi anni fa. Un cratere lunare e un asteroide del sistema solare portano il suo nome.

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Mary Anning (1799 – 1847)

Mary Anning nacque in una famiglia della classe operaia inglese. Il padre, che era falegname, si dedicava allo scavo di fossili, da rivendere ai turisti che frequentavano le spiagge del Dorset. Spesso Mary e suo fratello seguivano il padre in questa attività, e Mary continuò anche dopo la prematura morte del parte. I suoi ritrovamenti furono principalmente di fossili marini, e fu la prima a trovare un ittiosauro, all’età di 12 anni.

Malgrado possa essere considerata una delle fondatrici della paleontologia, non ebbe mai riconoscimenti, in virtù del fatto che era totalmente autodidatta, e appartenente a una classe sociale che non aveva accesso al mondo scientifico. Visse tutta la vita in grandi ristrettezze economiche.

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Lise Meitner (1878-1968)

Einstein la definì la “Marie Curie” tedesca. Lise Meitner, come Emmy Noether, nacque in un’epoca in cui alle donne era impossibile l’accesso al sapere di tipo accademico. Fu la seconda donna a conseguire un dottorato in fisica, presso l’università di Vienna, nel 1905. Il padre la incoraggiò, e le diede il denaro necessario per lavorare a Berlino, dove incontrò il fisico Max Planck, che malvolentieri la ammise alle sue conferenze. Grazie a lui divenne l’assistente (non pagata) del chimico Otto Hahn, con cui fece delle scoperte rivoluzionarie.

Con l’avvento del nazismo fu costretta a rifugiarsi prima in Olanda, e poi in Svezia. Malgrado sia stata lei ad avere la prima intuizione sulla fissione nucleare, base di tutti i successivi studi sull’energia nucleare, il nobel fu assegnato al solo Han, nel 1944. Da pacifista convinta, rifiutò le offerte arrivate dagli Stati Uniti di partecipare alla costruzione della prima bomba atomica.

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Barbara McClintock (1902-1992)

Barbara McClintock inizialmente seguiva studi di botanica, ma nel 1921 iniziò a seguire un corso di genetica, allora agli albori. Il suo professore rimase così impressionato dal suo rendimento, che la invitò a iscriversi al programma di genetica, che all’epoca non era aperto alle donne. Fu lì, alla Cornell University, che iniziò a studiare quello che sarebbe stato la base del suo lavoro: il mais. Il suo interesse principale riguardava i cromosomi, in particolare il collegamento fra cromosomi e tratti fisiologici, e lo fece monitorando il riprodursi del mais.

Basandosi sui modelli di colore del mais, nel 1948 fece la sua scoperta più importante, che riguardava i loci genici, in grado di influire sui cromosomi. La sua scopeta era talmente avanzata, che nessuno ne capì l’importanza, solo nel 1983 fu riconosciuta l’enorme portata del suo lavoro, e le fu assegnato il premio Nobel.

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Dorothy Hodgkin (1910-1994)

Dorothy Hodgkin nacque in Egitto da genitori inglesi, che lì lavoravano come archeologi. Tornò in Inghilterra durante la prima guerra mondiale, per iniziare gli studi. Dimostrò subito un talento incredibile per la chimica, tanto che fu accettata dall’università di Somerville, nonostante non avesse studiato il latino, allora obbligatorio. Lì iniziò lo studio della cristallografia a raggi X, che l’avrebbe portata a grandi scoperte. Nel 1945 riuscì a strutturare correttamente uno steroide, e pubblicò i risultati dei suoi studi sulla penicillina. Nove anni dopo, insieme ai suoi collaboratori, pubblicò il risultato delle sue scoperte sulla struttura della vitamina B12, che le valse il premio Nobel.

Continuò a studiare la struttura di diverse molecole organiche, contribuendo a determinare la loro funzione per l’organismo umano, e il modo per ricrearle artificialmente in laboratorio.

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Articolo di Annalisa Lo Monaco  pubblicato su: vanillamagazine.it