Sulle piazze e nei racconti popolari di Messina vivono due figure imponenti, simboliche e misteriose: Mata e Grifone. Le statue che li rappresentano, alte e solenni, hanno attraversato i secoli e sono state interpretate di volta in volta come personaggi divini o eroici. Alcune tradizioni li associano ai titani Crono e Rea (Saturno e Cibele), altre ai fondatori leggendari della città, altre ancora ai prigionieri saraceni catturati da Ruggero d’Altavilla nel 1086. Come spesso accade nei miti antichi, i nomi e i volti cambiano, ma il cuore del racconto rimane.

I “Giganti” di Messina: Mata e Grifone – Wikipedia, pubblico dominio
Le statue attuali risalgono alla metà del Cinquecento e sono attribuite allo scultore fiorentino Martino Montanini, allievo del Montorsoli, su commissione del Senato cittadino intorno al 1550. Nel tempo, terremoti, guerre e distruzioni ne hanno compromesso l’originale splendore: la testa di Mata andò infatti perduta più volte, fino a essere ricostruita nel 1958 dallo scultore Mariano Grasso.
Mata è raffigurata a cavallo di un candido destriero, simbolo delle radici indigene della città. La tradizione la vuole nata a Camaro, antico quartiere di Messina. Indossa una corazza azzurra ricamata in oro sopra una veste bianca, calzari intrecciati e un mantello di velluto blu. Sul capo porta una corona con tre torri, forse memoria dell’antico castello di Matagrifone; agli orecchini brillano fili d’oro e tra i capelli si intrecciano ramoscelli e fiori.
Elegante e forte, Mata rappresenta la nobiltà del popolo messinese: pura come la sua veste e protetta come una guerriera.
Accanto a lei, sul dorso di uno stallone nero, compare Zanclo, oggi chiamato Grifone. La sua testa di moro incoronata da foglie di lauro, gli orecchini a mezzaluna e la corazza dorata evocano un passato esotico e guerriero. Una mazza metallica nella mano destra, le redini nella sinistra, uno scudo con tre torri nere su fondo verde e una spada dalla preziosa elsa testimoniano il suo ruolo di condottiero. Il mantello di velluto rosso completa l’immagine di un protagonista forte e coraggioso.
![]() Mata – Wikipedia, foto di Effems, opera propria rilasciata con licenza CC BY-SA 4.0 |
![]() Grifone – Wikipedia, foto di Effems, opera propria rilasciata con licenza CC BY-SA 4.0 |
Tra le versioni del mito, quella più radicata nel cuore dei messinesi affonda le sue radici nell’anno 964, quando la città era l’ultimo baluardo cristiano contro l’avanzata araba. Il generale Hassas Ibn-Hammar, durante l’assedio, vide Mata, figlia di un mercante messinese, e fu travolto dalla sua bellezza. La desiderò a tal punto da costringere il padre della giovane a concedergliela in sposa.
Eppure Mata non si lasciò vincere né dalla forza né dalla ricchezza del saraceno. Rimase inflessibile, gentile ma ostile, estranea al sentimento che lui provava. Solo quando l’uomo, nel tempo, decise di abbracciare il cristianesimo, il cuore della fanciulla si addolcì. Il nome di Hassan divenne Grifo, poi Grifone, forse in omaggio alla sua mole e a quel destino che lo aveva trasformato.
Da quel momento, narra la leggenda, i due vissero insieme, uniti nell’amore e nella fede, prosperando nella terra che li aveva fatti incontrare.
Mata e Grifone sono molto più che due statue: rappresentano l’identità stratificata di Messina, città di approdi, scambi e contaminazioni. Nel loro mito convivono memoria storica, orgoglio locale e desiderio di pace tra culture diverse. Lei, simbolo delle origini e della resistenza; lui, lo “straniero” che, attraverso l’amore, diventa parte della comunità. In queste figure il dramma dell’assedio si trasforma in un racconto di riconciliazione, e il timore dell’altro diventa accoglienza.
Mata e Grifone restano così i custodi di un messaggio antico ma sempre attuale: le città nascono e rinascono dall’incontro, non dalla separazione.
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