Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

La “leggenda nera” dell’Inquisizione

di Rino Cammilleri (*)

 

Il famoso best-seller di Umberto Eco, Il nome della rosa, e il film che ne è stato tratto, hanno riproposto il più classico tra gli argomenti della propaganda illuministica anticattolica: l’inquisizione. Da più di due secoli questo antico tribunale ecclesiastico rappresenta nella coscienza dei credenti una sorta di “scheletro nell’armadio”, un brutto ricordo da rimuovere, un complesso d’inferiorità che insidia ogni slancio apologetico. L’impaccio per il proprio passato o, come si usa dire, per il proprio retroterra storico-culturale, per le proprie radici, non è certo il miglior punto di partenza per far diventare la fede “cultura”, secondo l’incitamento di Giovanni Paolo II a Loreto durante il discorso al convegno della Chiesa italiana (11 aprile 1985). 
Il dovere dell’intellettuale cattolico nei confronti della verità richiede un instancabile lavoro di studio e di diffusione della verità storica, perché sia fatta luce negli angoli più bui, ove ce ne siano. Delucidare, con serenità e franchezza, argomenti “scomodi” non potrà che giovare alla causa della verità, anche perché in non pochi casi si potrà accertare che le cose non sono andate così come disinvoltamente sono state raccontate e come acriticamente le abbiamo recepite. Chi pensa oggi all’Inquisizione rievoca per lo più le immagini che il film di Arnaud ci ha mostrato: roghi, processi-farsa, sadismo. Così come il Medioevo, l’unica epoca di presunto sottosviluppo che ci abbia dato le cattedrali – secondo l’incisiva espressione di Régine Pernoud – viene associato al fanatismo, al buio, alla sporcizia, alla depravazione morale. Nulla più lontano dalla realtà storica, ma quanti leggono libri di saggistica seria e ben documentata? Eppure forse mai come al presente l’interesse per il Medioevo è stato tanto vivo e la ricerca storiografica così avanzata. Lo stesso libro di Eco – vero capolavoro di ingegneria romanzistica, più comprato che letto – presta il fianco a non poche critiche sul piano dell’attendibilità storica. L’autore stesso, del resto, non ha mai fatto mistero dell’intento “apologetico” della sua opera, in cui si celebra sostanzialmente il pensiero radical-nichilistico moderno. Il film ne è poi un’ulteriore riduzione in chiave “gotica”, più attento ai risultati di botteghino che ad altro. È un fatto che molti hanno visto esaurire la loro cultura storica nel libro di testo scolastico, spesso ignorando che generalmente i libri di scuola Sono tratti da altri libri, i quali rimandano ad altri ancora. Risalendo la china si può tuttavia scoprire che alla radice di tanta divulgazione scolastica si trovano opere di due secoli fa e che spesso tali opere “storiche” sono da annoverare tra i romanzi. Detto altrimenti, molte volte alla base di intere concezioni storiche c’è solo l’autorità di “uno” studioso sette-ottocentesco. Emblematico è il caso della leggenda dei “terrori dell’anno Mille derivata da Jules Michelet e ancora perdurante quantunque sia ampiamente dimostrato che nell’anno in questione pochissimi erano in grado di calcolare le date; basti pensare che non e era nemmeno univocità di calendario.
È da tener presente che purtroppo solo studiosi già affermati possono permettersi il lusso di trascorrere mesi in un archivio vescovile – magari all’estero – per cercare la documentazione che occorre loro. Così come altrettanto problematico è trovare editori disposti a pubblicare ricerche in contrasto con le opinioni correnti o col mercato. A ciò si aggiunga il fatto che il Medioevo fu una civiltà essenzialmente orale. I pochi documenti scritti, inoltre, non si rinvengono là dove sarebbe logico – per la nostra mentalità – trovarli. Ecco un esempio: spesso gli storici dell’età medioevale hanno dovuto desumere notizie sulla politica del tempo da documenti relativi a visite pastorali, dove erano state annotate per inciso, magari al fine di datarle. I processi dell’Inquisizione, fortunatamente, sono tutti redatti per iscritto da un vero e proprio notaio. Così dettava la procedura obbligatoria, che per quei tempi costituiva una vera e propria novità. Orbene, le ricerche storiche scientificamente condotte demoliscono completamente i luoghi comuni sull’argomento. Uno specialista danese, Gustav Henningsen, ha spogliato con l’ausilio del computer più di cinquantamila processi della famigerata Inquisizione spagnola lungo l’arco di centocinquant’anni circa, reperendovi solo l’uno per cento di condanne a morte. Basta un semplice calcolo per costatare quanto si sia lontani da quei milioni di vittime” che la pubblicistica anticlericale s’è inventata. Luigi Firpo, storico “laico”, intervistato da Vittorio Messori (cfr Inchiesta sul cristianesimo, Sei, Torino 1987) ha dichiarato serenamente che “davanti a quel tribunale, più che dei colpevoli di reati di opinione, dei paladini della libertà di pensiero, comparvero dei delinquenti comuni, delle persone colpevoli di atti che anche il diritto moderno considererebbe reati […]. Gli Ucciardone e le Rebibbia di oggi sono le vere bolge infernali rispetto alle troppo diffamate celle dell’Inquisizione […]; era, per esempio, prescritto che lenzuola e federe si cambiassero due volte alla settimana: roba da grande albergo […]. Una volta al mese, i cardinali responsabili dovevano ricevere uno a uno i prigionieri per sapere di che avessero bisogno. Mi sono imbattuto in un recluso friulano che chiese di avere birra al posto del vino. Il cardinale ordinò che si provvedesse ma, non riuscendo a trovare birra a Roma, ci si scusò con il prigioniero, offrendogli in cambio una somma di denaro perché si facesse venire la bevanda preferita dalla sua patria”.

Prima di tracciare brevemente la storia dell’Inquisizione, è opportuno sgombrare il campo da un equivoco su cui forse non si è riflettuto abbastanza: oltre all’Inquisizione cattolica, dopo la Riforma ci fu anche un’Inquisizione protestante. È ben nota l’ossessione per la presenza del demoniaco che caratterizzò la mentalità di Lutero e di Calvino. Tutta la letteratura horror fiorita attorno alle “streghe di Salem” non pone in evidenza (né era tenuta a farlo) non avendo ambizioni storiografiche) distinzioni d’epoca o di territorio. Vi faremo più lungo accenno in seguito.

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Perché nasce l’Inquisizione

Quando il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’impero romano, gli imperatori ritennero loro dovere reprimere l’eresia anche con la morte, giacché nell’eretico ravvisavano non a torto l’eversore dell’ordine costituito. In precedenza, le prime grandi persecuzioni contro i cristiani erano state invocate proprio dall’atteggiamento degli eretici montanisti nei confronti dello Stato.
Questi rifiutavano infatti di prestare obbedienza all’autorità romana e di servire nell’esercito, al contrario dei cristiani ortodossi che erano numerosi nelle legioni e che non di rado occupavano alte cariche pubbliche. Se ripensiamo al processo di Gesù, possiamo costatare la riluttanza dello stesso Pilato a ritenere il Galileo un sovversivo nonostante l’insistenza dei Giudei. Proprio l’antiromanesimo giudaico ritornava nell’eresia montanista; esso diede luogo a non poche rivolte armate contro le autorità, talché gli imperatori pagani, poco propensi a sottili “distinguo” teologici in quello che per loro era uno dei tanti culti dell’impero, finivano spesso per fare d’ogni erba un fascio. Le Apologie, come quella più famosa di Tertulliano, non erano che scritti a difesa della lealtà cristiana alle istituzioni, indirizzati all’imperatore nel tentativo di scongiurare le persecuzioni e gli eccidi.
Mutato lo spirito dei tempi, nel IV e V secolo la repressione si indirizzò verso gli eretici, per i motivi già esposti. La Chiesa non si oppose alle sanzioni che il potere civile emanava. Tuttavia, per la penna di san Giovanni Crisostomo si dichiarò contraria alla loro messa a morte, perché Dio ne attendeva la sempre possibile conversione. Dal VI fino al X secolo gli eretici furono praticamente lasciati in pace in quanto propugnavano deviazioni di contenuto esclusivamente teologico; le dispute c’erano, e assai aspre, ma per lo più verbali.
Le cose presero altra piega quando insorsero le eresie a carattere popolare – oggi diremmo sociale” – in cui dal dissenso dottrinario si passava alla critica eversiva dell’assetto politico-istituzionale. Più che dallo scontro con l’Islàm, la cristianità medioevale vide infatti minacciata la sua Sopravvivenza come civiltà proprio da queste eresie.
Gli ultimi quattrocento anni del Medioevo, fino all’esplosione della rivoluzione protestante, furono letteralmente costellati di eresie; catari, patarini, leonisti, speronisti, arnaldisti amalriciani, guglielmiti, apostolici, dolciniani (quelli di cui parla il romanzo di Eco), umiliati, passagini e altri ancora. La lista è molto più lunga, ma basta a dar l’idea di come il Medioevo sia stato un’era densa di tensioni e conflitti, ben più gravi delle pestilenze.
Queste eresie – come si osservava – non erano semplici manifestazioni di dissenso teologico, ma veri e propri movimenti anarcoidi contro il potere politico e la società civile. Innanzi alle frequenti esplosioni di fanatismo l’autorità civile interveniva applicando le leggi, che all’epoca prevedevano punizioni quasi esclusivamente corporali (il carcere come pena è stato “inventato” dalla Chiesa; era una sanzione ecclesiastica applicabile solo ai chierici). Talché gli eretici finivano il più delle volte impiccati o bruciati, spesso dalla furia del popolo sdegnato e impaurito per i loro eccessi. Ma nella confusione dei linciaggi o dei processi sommari imbastiti dai principi e signori feudali, non di rado interessati più alla confisca dei beni del reo, capitava a volte che a farne le spese fossero persone assolutamente immuni da eresia.
Poteva inoltre accadere che qualcuno venisse falsamente accusato dal vicino invidioso, o che fossero divenuti eretici perché nel loro villaggio tutti lo erano, e pertanto ne temevano i soprusi.
Altre volte, invece, si trattava di gente caduta in errore per ignoranza, così che il giudice civile raramente aveva la competenza teologica necessaria per stabilire con esattezza il confine tra ortodossia ed eresia.
Per tutti questi motivi la Chiesa decise di istituire il tribunale dell’Inquisizione. Solo esperti ecclesiastici potevano asserire con certezza chi fosse davvero eretico, garantirgli un giusto e formale processo e persuaderlo, ove possibile, a rientrare nella Chiesa. L’Inquisizione nacque proprio per digli eretici dagli abusi e per arginare il fenomeno, avendo di mira la salvezza di quante più anime possibile. Infatti, come vedremo, l’eretico pentito riceveva solo sanzioni spirituali; veniva consegnato all’autorità civile solo se aveva commesso qualche reato.
È opportuno tuttavia soffermarsi brevemente sulla più nefasta, nonché più persistente e diffusa, di queste eresie medioevali, per comprendere appieno la portata e il significato che ebbe il sacro tribunale: il catarismo.

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L’eresia dai molti nomi

Catari, albigesi, bogomili, bulgari, tessitori, patari: tutti nomi diversi dello stesso fenomeno; anzi, proprio questa varietà di appellativi testimonia l’incredibile diffusione che ebbe la setta. I suoi adepti, che non disdegnavano alleanze persino coi musulmani pur di colpire la cristianità, erano penetrati profondamente in tutti gli strati sociali e specialmente in quello che oggi chiameremmo “sottoproletariato urbano”, anche se non pochi principi e signori “simpatizzavano” (O li proteggevano per avversione al clero, in un’epoca in cui il potere doveva fare i conti con la presenza di sacerdoti e vescovi che ubbidivano al Papa prima che al principe: ricordiamo il lunghissimo braccio di ferro tra Papato e Impero per il controllo delle investiture vescovili).
Il fascino esercitato dai catari, soprattutto sulle persone più deboli e semplici, era dovuto più che altro alla loro apparente austerità di vita. Digiunavano spesso, non toccavano vino e carne, praticavano la povertà e la castità assolute. La loro dottrina era di tipo manicheo, incentrata cioè sulla credenza in due divinità: l’una buona, l’altra malvagia. A quest’ultima sarebbe da ascrivere la creazione del mondo; di qui la rigida ascesi per sottrarsi alla tirannia della materia e il divieto assoluto di generare per non perpetuare il peccato originale.
Gli adepti dovevano deporre tutti i loro beni ai piedi dei “perfetti” e rifiutare ogni servizio al mondo, come per esempio obbedire alle autorità, impugnare le armi, prestare giuramento. Negavano. inoltre, la realtà dell’Incarnazione, perché Cristo – a loro avviso – era un angelo e al suo posto sarebbe stato crocifisso un demonio. L’unico sacramento ammesso dai catari era il cosiddetto consolamentum, che poteva essere impartito una sola volta nella vita: chi fosse ricaduto nel peccato dopo averlo ricevuto, non avrebbe avuto più alcuna speranza di salvezza.
Ai “perfetti” era di fatto consentito ogni eccesso, perché ormai al di sopra del peccato, mentre il divieto di procreazione (che avrebbe significato l’estinzione del genere umano se generalizzato) finiva talvolta nella pratica della sodomia e di altri abusi sessuali contro natura. Chi riceveva il consolamentum spesso si suicidava o veniva ucciso subito dopo, per tema che ricadesse nel peccato (la cosiddetta “endura”), e a farne le spese erano soprattutto i malati e i bambini.
I furti, le rapine e gli omicidi erano permessi e incoraggiati, poiché ogni realtà materiale era partecipe del male. Se aggiungiamo che la civiltà medioevale era strutturalmente fondata sul “patto feudale” – cioè sul giuramento di fedeltà, che ai catari era vietato – abbiamo il quadro esatto della situazione. I capi della setta, perpetuamente itineranti, erano pressoché imprendibili: nelle maglie della giustizia – o nell’ira popolare – incappavano quasi sempre sprovveduti adepti.
Insomma il catarismo, lungi dall’essere una semplice manifestazione di libertà di pensiero, era la teorizzazione della violenza e dell’anarchia, nonché la condanna senza appello di ogni sforzo teso a migliorare le condizioni materiali di vita.

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La reazione della Chiesa

Le basi dell’Inquisizione medioevale furono gettate durante il Concilio di Tours del 1163, presieduto da Alessandro III. Il tribunale si configurò subito con caratteri di assoluta novità: i vescovi erano incaricati di ricercare gli eretici e convincerli a desistere dall’eresia. Perché ricercarli? Perché l’eresia era così diffusa che nessuno osava farsi avanti – per accusare o per costituirsi – nel timore di rappresaglie.
Ma il successo dell’iniziativa fu scarso. I vescovi vivevano in loco e spesso avevano paura essi stessi. Più che una direttiva venuta da lontano, da Roma, poté l’amore del quieto vivere. Furono allora istituiti i legati pontifici, mandati direttamente dal Papa col potere di deporre gli stessi vescovi ove trovati negligenti nel compiere il loro ufficio.
Questa seconda Inquisizione (detta “legatina” per distinguerla dalla precedente “episcopale”) fu affidata ai Cistercensi, che giravano per l’Europa predicando e disputando pubblicamente con gli eretici. Fu proprio l’insuccesso di questo ulteriore tentativo a convincere, nel 1206, san Domenico a impegnarsi nella predicazione itinerante, a piedi nudi e vivendo di elemosina. I predicatori domenicani nacquero appunto per contrastare l’eresia catara, opera non esente da pericoli (due anni più tardi gli eretici assassinavano il legato papale Pietro di Castelnau).
La data ufficiale di nascita dell’Inquisizione vera e propria è il 1233, anno in cui Papa Gregorio IX ne investì formalmente l’Ordine domenicano. E questa l’Inquisizione detta “monastica”, in cui l’inquisitore non era più un semplice predicatore, ma un vero giudice, permanente e stabile. A far decidere il Pontefice fu l’atteggiamento di quello che è passato alla storia come il sovrano “illuminato” per eccellenza, Federico II, cui si deve l’introduzione ufficiale del rogo per gli eretici. Costui, scomunicato più volte, era notoriamente più interessato alla confisca dei beni degli eretici che alla salvezza delle loro anime. Il Papa decretò che il presunto eretico fosse sottratto alla giustizia civile e sottoposto all’Inquisizione, la sola legittimata ad agire in materia di fede.

Ai Domenicani vennero subito affiancati i Francescani, di recente istituzione. I due Ordini apparivano come mandati dalla Provvidenza al momento opportuno: la profonda preparazione teologica dei membri e la povertà autenticamente vissuta ne garantirono immediatamente l’immensa popolarità. Il frate non era nativo dei luoghi ove peregrinava, né era possibile che fosse attratto dalla cupidigia dei beni da confiscare a cagione del voto di povertà; a piedi nudi, contrapponeva ben altra austerità a quella apparente dei catari, così come il pericolo non lo spaventava affatto. La gente accorreva fiduciosa sotto la protezione dell’Inquisizione monastica, il cui successo fu immediato.
La “leggenda nera” narra di innumerevoli “vittime” dell’Inquisizione così come indugia a descrivere la crudeltà dei giudici. È per contro auspicabile che prima o poi qualcuno ponga mano a una storia delle vittime degli eretici, come san Pietro da Verona massacrato in un agguato. Per quanto riguarda l’altro aspetto della “leggenda”, cioè la presunta crudeltà dei monaci inquisitori, ci limitiamo a citare le direttive che Bernardo Gui impartiva ai suoi subordinati: «In mezzo alle difficoltà e ai contrasti l’inquisitore deve mantenere la calma né mai cedere alla collera o all’indignazione […]. Non si lasci commuovere dalle preghiere o dall’offerta di favori da parte di quelli che cercano di piegarlo; ma non per questo egli deve essere insensibile sino a rifiutare una dilazione oppure un alleggerimento di pena a seconda delle circostanze e dei luoghi. Nelle questioni dubbie sia circospetto, non creda facilmente a ciò che pare probabile e che spesso non è vero; né sia facile a rigettare l’opinione contraria, perché sovente ciò risultare vero. Egli deve ascoltare, discutere e sottoporre a un diligente esame ogni cosa, al fine di raggiungere la verità. Che l’amore della verità e la pietà, le quali devono sempre albergare nel cuore di un giudice, brillino dinanzi al suo sguardo, sicché le sue decisioni non abbiano giammai ad apparire dettate dalla cupidigia o dalla crudeltà».

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La procedura

Cerchiamo ora di tracciare a grandi linee la procedura inquisitoriale.
L’inquisitore doveva essere esperto di diritto e di teologia, essere di notoria santità di vita e avere più di quarant’anni. Quest’ultimo requisito assume particolare rilevanza, ove si consideri che a quell’epoca si diventava vescovi a età molto inferiore. D’altronde il Medioevo non teneva in alcun conto l’età: tutta l’educazione era per così dire intesa a far uscire l’individuo dallo stadio infantile il più presto possibile; la nozione stessa di “balocco” quale l’abbiamo oggi era pressoché sconosciuta, essendo il bambino provvisto degli stessi strumenti di lavoro degli adulti, naturalmente in dimensione ridotta.
L’inquisitore rispondeva direttamente soltanto al Papa. Era competente a giudicare i soli battezzati, per cui gli Ebrei e i musulmani erano fuori della sua giurisdizione. Questo può sembrare ovvio, ma non è inutile sottolinearlo: un tribunale della fede poteva giudicare solo i fedeli.
Il giudice era generalmente accompagnato da un confratello, reclutato con gli stessi criteri. Non poteva emanare sentenze senza aver prima ascoltato il vescovo locale e sentito il parere obbligatorio dei boni viri. Erano costoro una vera e propria giuria, cosa che costituiva una novità assoluta per quei tempi. Scelti tra esperti di diritto, chierici o laici, in numero variabile (talvolta anche cinquanta), erano tenuti al segreto ed era loro taciuto il nome dell’imputato. L’ufficio era gratuito.
L’altra novità era il notaio, che fungeva da cancelliere e aveva l’obbligo di mettere per iscritto tutte fasi della procedura, le deposizioni e le testimonianze: a garanzia di trasparenza assoluta.
L’inquisitore, giunto in un luogo noto per essere infestato di eretici, si presentava subito al vescovo. Poi riuniva il popolo e teneva una predica sulla fede, scongiurando gli eretici di presentarsi spontaneamente. A tal fine veniva loro concesso il tempus gratiae, da quindici giorni a due mesi. Chi si fosse confessato era senz’altro assolto. Spesso la confessione avveniva in segreto per evitare che il penitente andasse incontro a difficoltà.
In pari tempo, gli eretici professi venivano invitati a presentarsi sulla parola. Gli imputati potevano ricusare i testimoni se dimostravano che questi avevano motivo di essere malevoli nei loro confronti. L’inquisitore non poteva giudicare un imputato, ove costui in passato gli avesse nociuto.
Giunge qui opportuna qualche considerazione intesa a dissipare tenaci equivoci sull’uso della tortura. Pratica diffusissima nei tribunali secolari durante gli ultimi secoli del Medioevo, in concomitanza col rifiorire degli studi di diritto romano (che ne faceva largo uso, specialmente nei confronti degli schiavi e per delitti particolarmente efferati), la tortura non fu, contrariamente a quel che si ritiene, quasi mai adoperata dall’Inquisizione. Su 636 processi celebrati a Tolosa dal 1309 al 1323, ad esempio, fu usata una sola volta verso un imputato notoriamente pericoloso e già reo confesso. “Ecclesia abhorret a sanguine” è una frase che ricorre spesso nei documenti. Dalle fonti si ricava inoltre che gli inquisitori non nutrivano alcuna fiducia nelle confessioni estorte, perché quasi mai veritiere.

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Le pene inflitte

Da ultimo, era sempre presente il rischio per l’inquisitore di incorrere in gravissime responsabilità, poiché l’imputato poteva sempre appellarsi al Papa. Diversi inquisitori finirono i loro giorni in carcere a causa della loro eccessiva severità. Emblematico il caso di Roberto il Bulgaro, Inquisitore Generale, rimosso dall’incarico e severamente punito. Si trattava di un cataro convertito che si dedicò a estirpare l’eresia con una durezza che dal Papa venne giudicata abnorme. In più, l’imputato aveva diritto a un avvocato e i testimoni dovevano essere almeno tre. Inoltre, la testimonianza di gente notoriamente malfamata era considerata nulla. Le pene erano esclusivamente spirituali: pellegrinaggi, penitenze, preghiere; i più facoltosi potevano essere condannati a elargire somme di denaro a enti di beneficenza.
Se all’eresia era connesso qualche reato, interveniva il braccio secolare, ma l’inquisitore aveva facoltà di mitigare, commutare e anche condonare le pene. Al riguardo merita rilevare che fu l’Inquisizione a introdurre la “licenza” a favore dei carcerati, per malattia loro o dei congiunti, per attendere al lavoro dei campi, per buona condotta. Sul trattamento dei detenuti, valgano le osservazioni dello storico Firpo all’inizio di queste note.
Il “carcere” dell’Inquisizione si configurava tuttavia in modo diverso dal nostro. Le espressioni latine che si rinvengono nei documenti – “carcere perpetuo”, prigione irremissibile” – stanno a significare in realtà un periodo di detenzione dai cinque agli otto anni, da scontarsi spesso in convento o addirittura a casa propria.
Agli arresti domiciliari sulla parola fu messo, come è noto, Galileo, di cui diremo più avanti. L’istituzione dell’ergastolo verrà infatti introdotto nelle legislazioni europee solo dopo la Rivoluzione francese. L’ideologia della libertà e dell’eguaglianza, come valori assoluti astrattamente intesi, ravvisava nel carcere la pena ideale: il carcere era “umanitario” (si pensi all’opera dell’illuminista Beccaria), toglieva il bene per eccellenza – la libertà – ed era egualitario perché uguale per tutti, nonché perfettamente graduabile all’entità del crimine.
Jean Dumont, forse il massimo storico dell’Inquisizione, riporta un curioso episodio accaduto nell’àmbito territoriale dell’Inquisizione spagnola (favolisticamente nota per essere stata la più terribile di tutte), che testimonia negli inquisitori una mitezza al limite della dabbenaggine. Pablo de Olavide, intellettuale illuminista (siamo nel 1778), venne condannato dall’Inquisizione al “carcere perpetuo” (cioè a otto anni di convento). Dopo pochi giorni il detenuto cominciò a protestarsi malato e chiese di essere inviato alle terme, in Castiglia. Subito accontentato, continuò a lamentarsi perché le cure prestate erano insufficienti ad assicurargli la guarigione. Fu allora mandato ad altri bagni termali, questa volta in Catalogna. Naturalmente, una volta vicino al confine, l’Olavide non tardò a fuggire in Francia, dove venne accolto come “martire” dell’Inquisizione. In quel Paese Pablo de Olavide terminò la sua esistenza – dopo aver visto il Terrore rivoluzionario – scrivendo in difesa della religione.
Forse molti ignorano che in Spagna, sul finire del secolo XVIII, l’abolizione dell’Inquisizione suscitò un numero impressionante di petizioni popolari volte al suo ripristino.
Le pene comminate dai tribunali civili erano, all’opposto, veramente inumane. Nell’età dell’assolutismo, specialmente, il condannato veniva torturato in più modi anche mentre era condotto al patibolo. Le confraternite religiose, istituite all’occorrenza dalla Chiesa, avevano la funzione di accompagnare il condannato al luogo del supplizio non solo per assicurargli i conforti religiosi, ma soprattutto per evitare che gli fossero inflitte ulteriori sofferenze.
Tutti i documenti evidenziano una mitezza a volte eccessiva dei tribunali inquisitoriali, di contro all’inflessibilità dei Pontefici nel perseguire i giudici troppo severi. E ciò non solo per ragioni di carità, ma anche per motivi politici: i rapporti tra la Chiesa e il potere civile furono quasi sempre tesi durante i secoli in cui fu in vigore l’Inquisizione. Così, ad esempio, in Italia i comuni ghibellini proteggevano ben volentieri i catari, che avevano le loro roccaforti a Venezia e specialmente a Orvieto.
In questa città Cristoforo Tosti, due volte assolto e altrettante volte ricaduto nell’eresia, arrivò a invadere con i suoi il convento dei Domenicani e a picchiare a sangue l’inquisitore. Nuovamente inquisito, la pena si limitò al bando.
Per parte sua Giovanni Boccaccio, nel Decamerone, mise alla berlina l’inquisitore di Firenze e non ebbe alcun fastidio. Qualche tempo prima, nel 1258, le autorità fiorentine avevano addirittura espulso l’inquisitore Giovanni Oliva, impedendogli persino di predicare.
Come si può osservare, la vita dell’inquisitore non facile, stretto tra gli eretici e l’autorità civile da un lato, e la severa vigilanza pontificia dall’altro. Nessuna meraviglia che l’ufficio fosse accettato sempre con riluttanza. Tuttavia, con le armi della misericordia, il catarismo andò progressivamente estinguendosi. La predicazione incessante degli Ordini religiosi e la protezione del tribunale dell’Inquisizione liberarono la gente dalla paura e dall’ignoranza, le due principali cause che favorirono la grande espansione dell’eresia.

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Altro luogo comune che accompagna l’Inquisizione è quello della presunta connessione con la stregoneria.

La Chiesa considerò sempre magia, sortilegi e negromanzia nient’altro che pratiche superstiziose. E per il peccato di superstizione erano competenti, così come per gli altri, il vescovo e il confessore. L’inquisizione se ne occupava soltanto se quelle attività lasciassero sospettare eresie.
D’altronde, nei Paesi cattolici anche l’autorità civile puniva le pratiche magiche solo se comportassero reati veri e propri.
La diffusione della stregoneria nel Medioevo è stata in realtà esagerata da certa letteratura moderna. Come ha acutamente osservato di recente il cardinal Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’irruzione del cristianesimo nella storia ha avuto l’effetto di liberare l’uomo da antiche millenarie paure. Non a caso Cristo dichiara di essere la “luce” del mondo. Il lieto annunzio che tutta la creazione è sotto l’imperio del Dio unico, Padre buono, fuga le tenebre della superstizione e dissolve l’incubo delle potenze malvagie operanti a danno dell’umanità. Non a caso sono proprio le epoche di maggior indebolimento dei valori cristiani a registrare il puntuale riaffiorare delle vecchie superstizioni, il ritorno alle pratiche esoterico-magiche, al determinismo astrologico e persino alle suggestioni del demoniaco.
Parimenti inquinata da disinformazione e faziosità ideologica è la questione degli Ebrei nel loro rapporto con l’Inquisizione.

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Il problema degli Ebrei

Si è già rilevato come l’ebraismo fosse sottratto all’Inquisizione. Gli Ebrei godevano da parte della Chiesa di molteplici garanzie e protezioni; rinomata era la scienza di alcuni di loro e gli stessi Pontefici non disdegnarono di averli spesso come medici personali. Persino l’Inquisizione se ne giovò non di rado come giurati nel corso di processi contro Ebrei convertiti al cristianesimo e caduti in eresia.
In effetti i rapporti tra Ebrei e cristiani furono, a livello di popolo, sempre difficili. Sì consentiva agli Ebrei quel che ai cristiani era vietato, cioè il prestito a interesse o “usura”, praticato a un tasso fisso di circa il trenta per cento. Trascorsero secoli rima che i teologi moralisti ammettessero anche per i cristiani la legittimità dell’interesse sul presto.
Spesso i principi cristiani attiravano gli Ebrei sui territori con la promessa di privilegi, per poter fruire dei loro crediti, di rado in verità rimborsati. In tempo di carestia erano sufficienti due o tre usurai per ridurre in miseria intere comunità rurali, essendo l’agricoltura la principale risorsa dell’economia medioevale. Di qui le sporadiche esplosioni della furia popolare, che le autorità riuscivano ad arginare con fatica. A ciò si aggiunga che i cittadini di religione ebraica non erano tenuti – proprio perché non cristiani – all’osservanza della chiusura festiva delle botteghe, la qual cosa veniva vissuta come concorrenza intollerabile, se si considera che nel Medioevo le festività religiose erano innumerevoli. I ghetti vennero istituiti proprio per motivi di ordine pubblico, così da ridurre al minimo i contatti tra le due comunità. La situazione era estremamente delicata in Spagna, dove gli Ebrei costituivano all’incirca il trenta per cento della popolazione. La propaganda negava sull’Inquisizione spagnola ha inizio con l’invasione napoleonica. Prima, al contrario, gli sforzi dei governi francesi – da Richelieu in poi – erano tesi a dimostrare l’insufficiente severità del Tribunale spagnolo, onde accreditare l’opinione che sola Francia difendesse energicamente la fede.
Per inquadrare correttamente la questione occorre considerare che nella Spagna del tardo Medioevo, appena liberatasi dai Mori dopo una lotta plurisecolare, molti Ebrei si erano convertiti al cristianesimo per mera convenienza, giungendo pressoché a dominare nella cultura, nell’economia e nella finanza. Non di rado importanti uffici erano ricoperti da Ebrei convertiti (conversos). Il già citato storico Jean Dumont riferisce che in Spagna la situazione arrivò al punto che in numerose chiese si celebravano riti giudaizzanti, con cerimonie che in taluni casi non avevano quasi più nulla di cattolico. Così che il popolo insorgeva con tumulti improvvisi accomunando in un solo linciaggio Ebrei, conversos veri e conversos falsi. Il compito precipuo dell’Inquisizione spagnola fu appunto quello di stabilire con esattezza secondo giustizia quali fossero i falsi convertiti. Avocando a sé la questione, si può dire che l’Inquisizione abbia avuto in Spagna il merito storico di aver preservato gli Ebrei dalle invidie di quanti in essi ravvisavano solo il ceto sociale economicamente più forte, e di averne garantito la prosperità.
Per ragione d’assoluta imparzialità l’Inquisizione fu affidata proprio a conversos, uno dei quali fu il famigerato Tommaso di Torquemada. Questi, che i romanzi “gotici” ci hanno tramandato come in personaggio torvo e sanguinano, fu in realtà uno dei più grandi mecenati del suo tempo, instancabile promotore di amnistie proprio a favore di imputati ebrei. In sintesi è doveroso dire che l’Inquisizione spagnola, perseguendo solo chi simulava di essere cristiano per motivi di carriera, assicurò pace sociale e risparmiò al Paese gli orrori delle guerre di religione che di lì a poco, con l’esplosione protestante, avrebbero insanguinato tante regioni d’Europa.

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I Templari e santa Giovanna D’Arco

In queste rapide considerazioni sui più diffusi luoghi comuni intorno all’Inquisizione non va taciuta la dolorosa vicenda dei Templari.
Come è noto, l’Ordine dei Cavalieri del Tempio venne sanguinosamente soppresso agli inizi del 1300. Gli storici sono ormai concordi nel ritenere l’orrendo crimine sia stato ordito dal sempre indebitato Filippo il Bello, re di Francia, al fine di impossessarsi delle ingenti ricchezze dell’Ordine. Clemente V venne praticamente raggirato da uomini al soldo di Filippo, che accusarono i Templari stregoneria e di perversioni sessuali. Siamo al tempo della cattività avignonese, quando la Chiesa era in completa balia dei sovrani francesi.
Fu davvero una vicenda oscura nella storia dell’Inquisizione, così come tale fu in seguito la condanna di Giovanna D’Arco, canonizzata poi da Benedetto XV. Si trattò tuttavia di processi “politici” promossi, nell’un caso, dal re di Francia e, nell’altro, dal sovrano d’Inghilterra, i quali si servirono di figure di comodo nell’assoluto dispregio delle procedure canoniche. I Papi furono tenuti all’oscuro della realtà dei fatti, e in entrambi i processi gli appelli interposti dai condannati non furono nemmeno portati a conoscenza della somma autorità della Chiesa.

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Savonarola, Bruno e Campanella

Controversa rimane a tutt’oggi la figura di Girolamo Savonarola, la cui storia non s’intende qui ripercorrere. C’è solo da precisare – ove fosse necessario – che egli mai ebbe a che fare con l’Inquisizione, non essendo eretico. Come è noto, il Savonarola venne impiccato e arso dalle autorità fiorentine (che prima lo avevano protetto, nella complessa vicenda che vide contrapposte le fazioni cittadine) sotto l’accusa di sobillare il popolo.
Diverso è il caso di Giordano Bruno. Il discusso pensatore ebbe il suo momento di maggior fulgore nel secolo scorso, durante il lungo contrasto che oppose i governi liberal-massonici del neonato Regno d’Italia alla Santa Sede. Al filosofo nolano Crispi fece addirittura erigere a Roma un monumento, in piazza Campo dei Fiori.
Nei manuali di liceo ancor oggi Bruno è presentato come “martire del libero pensiero”, ma il domenicano Tito Centi, uno dei maggiori tomisti contemporanei, confessava qualche anno fa di non capire in che cosa consista tutta la supposta “profondità filosofica” del pensiero del Nolano. Più rilevanti sono le opere di Tommaso Campanella, ad esempio, che pur viene spesso associato a Giordano Bruno. A proposito di Campanella è da dire che, nonostante la sua posizione dottrinale quanto meno eterodossa, pure fu protetto dal Papa Urbano VIII, che ne favorì la fuga dal Regno di Napoli ove era stato implicato in una congiura. Dopo una vita ricca di peripezie, a motivo delle ostilità che la sua concezione utopica di palingenesi universale suscitava, il filosofo calabro riparò a Parigi dove pubblicò tranquillamente le sue opere. Contrariamente a quanto i più ritengono, morì in terra francese senza subire alcuna persecuzione. Ma torniamo a Giordano Bruno, la cui vicenda è per molti versi esemplare ai fini del nostro discorso. Questo frate domenicano si segnalò subito per le sue opinioni decisamente eretiche sulla verginità della Madonna, sulla transustanziazione, sul culto dei santi, sull’inferno. Si spinse addirittura a sostenere la liceità della fornicazione e della bigamia, perdendosi in confuse teorie sulla trasmigrazione delle anime. Ovviamente le sue posizioni dottrinali richiamarono l’attenzione dell’Inquisizione (siamo nella seconda metà del ‘500: non si è ancora spenta l’eco della rivoluzione protestante e i massacri conseguenti). Deposto l’abito religioso, Bruno fuggì, peregrinando senza sosta per l’intera Europa.
Fu a Ginevra, dove si fece calvinista. Qui pubblicò un libello giudicato blasfemo e finì in carcere. Dopo esserne uscito, passò prima in Francia e poi in Inghilterra, dove cercò di introdursi alla corte di Elisabetta. Alla regina non piacquero i suoi scritti adulatori, così che Bruno dovette riparare in Germania. In terra luterana indirizzò sermoni celebrativi a Lutero (l’ “Ercole” che aveva sconfitto il “lupo” di Roma), ma il suo carattere ombroso e polemico lo costrinse a cambiare più volte città.
Fuggito anche dalla Germania, riparò a Venezia che proteggeva volentieri gli eretici. Qui fu ospite per un certo tempo di Giovanni Mocenigo, al quale aveva promesso di insegnare l’arte della memoria di cui si proclamava maestro. Ma il patrizio veneziano, giudicando insoddisfacente il profitto che traeva dalle lezioni e preoccupato per i discorsi eretici religiosi del filosofo, lo denunciò all’Inquisizione. Il governo della Serenissima colse l’occasione per liberarsi dell’incomodo ospite ordinandone l’estradizione a Roma. In questa città ebbe come inquisitore Roberto Bellarmino, poi santo e Dottore della Chiesa. Posto di fronte alle sue tesi erronee, Giordano Bruno ritrattò dichiarandosi colpevole e pentito.
Quasi immediatamente però, spinto forse dal suo carattere orgoglioso, rinnegò tutto. Allora, nonostante le suppliche di Bellarmino, fu consegnato governatore di Roma che lo reclamava quale eversore dell’autorità costituita (Bruno aveva sempre disdegnato la disputa coi teologi, preferendo predicare direttamente sulle pubbliche piazze). L’autorità civile si premurò di avviarlo velocemente al patibolo, senza dar tempo agli ecclesiastici di reiterare i tentativi (del resto inutili) per indurre Bruno al pentimento.

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Galileo

Per la vicenda giudiziaria senz’altro più famosa e meno conosciuta, quella cioè relativa a Galileo Galilei, si rimanda al mio scritto “La verità su Galileo” (Fogli, n. 90, settembre 1984). Qui mi limiterò a osservare che la leggenda ha talmente enfatizzato quel processo da trasformarlo arbitrariamente in una requisitoria della religione contro la scienza. Da allora, infatti, nella coscienza molti credenti è radicato un certo complesso colpa e d’inferiorità nei confronti del sapere fisico-matematico.
Purtroppo solo gli epistemologi, cioè i filosofi della scienza, sanno che Galileo fu processato per le sue posizioni teologiche decisamente eretiche, e non perché asseriva che fosse la terra a girare intorno al sole. Questo era noto fin dal secolo VI avanti Cristo, e Copernico l’aveva teorizzato matematicamente prima di lui. Del resto, il moto della terra poté solo essere intuito da Galileo. La dimostrazione scientifica effettiva fu molto più tarda.
Si ravvisa ancor oggi nella Chiesa della riforma tridentina la massima espressione dell’intolleranza, ma pochi sanno che Galileo aveva diversi figli (tra cui una suora) avuti da una donna che non sposò mai e che nelle fonti non v’è alcuna traccia di critica al riguardo da parte ecclesiastica. Anzi, la Curia pontificia lo teneva in gran conto, elargendogli a più riprese onori e somme di denaro. Carattere turbolento, passò la vita in perpetuo contrasto coi colleghi (che disprezzava apertamente), invidiosi della sua fama e del suo genio.
Furono gli astronomi gesuiti a difenderlo e a confermare le sue prime scoperte astronomiche. E furono i colleghi dell’Università a spingerlo a dichiarare pubblicamente che la Sacra Scrittura dovesse essere corretta sulla scorta delle sue scoperte.
Ma la Bibbia non è un libro scientifico: Bellarmino, che gli era amico e per più anni l’aveva protetto, cercò di comporre la controversia suggerendo a Galileo di insegnare le sue teorie per quel che erano, cioè mere ipotesi matematiche, strumenti inadeguati per trattare di teologia.
Dapprima Galileo acconsentì e la Curia lo colmò di onori e privilegi. Tuttavia in seguito, reso forse più sicuro dalla sua fama ormai universale, fece circolare il Dialogo dei massimi sistemi in cui la teoria eliocentrica era riproposta in modo a dir poco offensivo per lo stesso Pontefice Urbano VIII (adombrato nella figura di Simplicio).
Inquisito ancora, inviò certificato medico in cui denunciava malesseri e depressione. Il processo fu rinviato. Quando non fu più possibile differirlo, l’Inquisizione gli permise di alloggiare in casa dei vari cardinali che se ne contendevano la compagnia. La condanna di Galileo consisté nel recitare per tre anni i Salmi penitenziali una volta alla settimana nella sua villa di Arcetri. La pena fu quasi subito commutata, e lo scienziato ricominciò indisturbato a insegnare le sue teorie.
Tuttavia da quel momento si incrinò l’unità di fede e ragione che san Tommaso e altri pensatori della Scolastica avevano perseguito, e la scienza cominciò a rivendicare quell’autonomia assoluta che rischia oggi di produrre la paventate aberrazioni dell’ingegneria genetica.

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Alcune osservazioni di metodo

Si è qui cercato non tanto di denunciare una mentalità profondamente radicata in molte coscienze, quanto di offrire spunti volutamente provocatori in merito all’Inquisizione, tali da stimolare e indurre ad approfondire la verità storica. La verità infatti libera, e la Chiesa non ha nulla da nascondere odi cui vergognarsi nel suo passato. Additare per venti secoli agli uomini d’ogni tempo, con mentalità e passioni molteplici e contrastanti, sempre il medesimo messaggio dovrebbe stupire e far riflettere sull’origine dell’istituzione ecclesiale. E tuttavia, sul piano della mera storicità, non è possibile parlare a uomini di secoli diversi e di molteplici nazionalità senza adottare un linguaggio loro conforme. D’altronde, è antico vezzo cercare di dare giudizi di valore avendo come misura la propria mentalità. Gli uomini di oggi subiscono il fascino di concetti quali “democrazia”, “libertà”, “uguaglianza”; solo pochi “addetti ai lavori” sono consapevoli che tali idee non avevano alcun significato, ad esempio, per gli uomini del XIII secolo (o ne avevano uno del tutto diverso). Così com’è per noi senza significato il gesto di un cavaliere crociato che passava anni di stenti, di fatiche e di privazioni, solo per avere il diritto di aggiungere al suo blasone gentilizio le insegne del proprio re.
Come argutamente osservava Chesterton, chi non crede più in Dio, lungi dal non credere in niente, finisce col credere a tutto. E, sull’onda della “demitizzazione”, si continua a dare per scontata la “secolare connivenza tra Chiesa e potere”, dimenticando l’ingiuria di Anagni, la cattività avignonese, la lotta per le investiture, il rifiuto del Papa di sciogliere il matrimonio di Enrico VIII (che provocò lo scisma anglicano), e analoghi altri fatti. Così come si continua a ritenere che i “diritti dell’uomo” siano una conquista della Rivoluzione francese e si dimentica il Terrore, o che prima del 1789 non esisteva neppure la leva militare obbligatoria o, ancora, che i concetti di “persona” e di “dignità umana” sono valori affermatisi con il cristianesimo.
Altra grave deformazione della verità è quella di ritenere che sia stato il messaggio evangelico a minare dall’interno le strutture dell’impero romano, laddove fu il cristianesimo a salvarne l’idea, la cultura e lo spirito delle istituzioni; o che le Crociate siano state promosse per motivi commerciali e di espansione… coloniale, dimentichi di quanti sovrani, cavalieri e semplici fedeli persero vita e beni nel tentativo di recuperare alla cristianità i Luoghi Santi. Al riguardo canta T. S. Eliot: «Solo la fede poteva aver fatto ciò che fu fatto bene, I l’integra fede di pochi,! la fede parziale di molti./ Non avarizia, lascivia, tradimento,/ invidia, indolenza, golosità, gelosia, orgoglio: / non queste cose fecero le Crociate,/ ma furono queste cose che le disfecero». Ciò che questa digressione ha inteso riaffermare è che non si dà convivenza sociale senza difesa di quelli che si considerano valori comuni. Che il regime democratico, fondato sul pluralismo e sulle “regole del gioco”, reprima gli eversori di destra e di sinistra, è cosa che non stupisce nessuno. Orbene, c’è stato un tempo in cui gli uomini si riconoscevano nella Res publica christiana e chiedevano alla Chiesa di essere difesi dai falsi profeti, propagatori di idee non di rado aberranti, tali da minacciare gravemente i fondamenti dottrinali, culturali e istituzionali della società religiosa e civile. Fu a questo compito che sovrintese con mitezza e buonsenso il tribunale dell’Inquisizione.
La “leggenda nera” dell’inquisizione nasce con l’Illuminismo, con quegli ideologi che, portando alle estreme conseguenze l’infatuazione umanistica per un mitico mondo precristiano, si denominarono “illuministi”, cioè coloro che rischiarano l’intelletto liberandolo dall’errore. Essi intesero i secoli fra l’età classica (quale l’immaginavano nei loro slanci letterari: si pensi all’insistenza sulle vantate virtù civiche dei Romani o alla fantasiosa età dell’oro e al mito del buon selvaggio) e quella dei “lumi” come epoca di tenebre, di mera barbarie, favorita dalla “superstizione” cattolica.
L’Inquisizione venne considerata – e additata – come la carceriera dell’umanità, come un “comitato di salute pubblica” incaricato di scovare ed eliminare il “dissenso”, applicando quelle che di volta in volta erano le “direttive” di un presunto Consiglio segreto.
Ma ovviamente né il cristianesimo è una concezione del mondo, né l’Inquisizione fu un tribunale ideologico. Eppure poté tanto la propaganda che i protagonisti della Rivoluzione francese si affrettarono a emanare un decreto che “liberava” le suore dai conventi. Grande dovette essere la loro sorpresa (soprattutto dopo la lettura dei romanzi di Diderot sulla condizione di plagio in cui si sarebbero trovate le monache) quando si avvidero che solamente una decina di suore accettava la “liberazione”, preferendo le altre piuttosto la ghigliottina. La storia attesta che là dove la Chiesa ha perduta la sua incidenza sulla società, il sangue è scorso fiumi. Dove invece fu operante l’Inquisizione, e per tutto il tempo in cui lo fu, ai popoli furono risparmiati gli orrori delle guerre di religione.
Ricordavo all’inizio l’equivoco in cui spesso s’incorre non distinguendo opportunamente fra Inquisizione cattolica e Inquisizione protestante.

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L’Inquisizione protestante

Proprio lo scisma luterano offre agli storici un proficuo termine di paragone. Si pensi a quel che accadde ai cattolici nei Paesi separatisi da Roma: in Inghilterra, i “papisti” erano impiccati e arsi (l’ultimo fu bruciato nel 1696, e la discriminazione civile proseguì fino alla prima metà dell’Ottocento; in Germania, i contadini trucidati venivano allineati lungo le strade a monito contro ogni tentativo di emancipazione sociale; a Münster, gli anabattisti di Giovanni da Leyda arrivarono al cannibalismo sotto l’influsso delle “profezie” del loro capo; in Francia, gli ugonotti (vittime poi a loro volta, ma per ragioni politiche) si resero responsabili di inauditi massacri.
Si consideri altresì il regime teocratico di Ginevra, dove in poco più di un ventennio Calvino mandò a morte una sessantina di persone per bestemmia, idolatria, adulterio. Squadre di “santi” ispezionavano le case, fustigando gli oziosi e arrestando i peccatori. Un fanciullo di dieci anni fu decapitato perché aveva percosso i genitori. Il medico e letterato Michele Servet fu arso vivo avendo modificato – per sbaglio – una parola del simbolo di fede redatto da Calvino. I processi per stregoneria del Massachusetts (i “puritani” del Mayflower portarono in America anche la loro Inquisizione) sono infine troppo famosi perché vi si accenni.
Rotta insomma la comunione con Roma, e di conseguenza l’unità di dottrina che l’Inquisizione cattolica aveva per secoli preservato, le “Chiese cristiane” si moltiplicarono immediatamente scindendosi, separandosi e inquisendosi l’un l’altra, in un processo che si è espanso in progressione geometrica fino ai nostri giorni. Come i sociologi della religione hanno giustamente rilevato, questa moltiplicazione in sètte e gruppi che si proclamavano unici depositari della verità ha dischiuso la via allo scetticismo e all’incredulità, nonché al materialismo e a tutte le filosofie che comunque vi si sono ispirate. Come da tempo non manca di sottolineare un insigne filosofo, Augusto Del Noce, oggi l’idea stessa di una verità da ricercare è stata rimossa: il problema di Dio non è più neanche un fatto privato; è un “non problema”. Il risultato è che la morte di Dio coincide con quella dell’uomo. È questo l’avvertimento che percorre tutto il Magistero dell’attuale Pontefice.

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Verità senza pregiudizi

In anni in cui la Dottrina sociale cattolica conosce un promettente rigoglio e il laicato cattolico viene provvidenzialmente maturando la consapevolezza che una fede che non diviene cultura assomiglia al fico sterile del Vangelo, sembra più che mai necessario che ognuno contribuisca alla edificazione di una società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio. Per questo, secondo l’alta parola di Giovanni Paolo II, “nel suo più nobile significato la cultura è inseparabile dalla politica, intesa come arte del bene comune, di una giusta partecipazione alle risorse economiche, di una ordinata collaborazione nella libertà”. Ma in quest’opera di edificazione non va rinnegato né taciuto il proprio passato. Una civiltà cristiana c’è stata, non è da inventare. Pur con i loro limiti gli uomini del Medioevo concepirono e dispiegarono un grandioso sforzo per fondare l’esistenza su valori trascendenti. Scrisse Leone XIII nell’Enciclica Immortale Dei (1885): «Fu già tempo che la filosofia del Vangelo governava gli Stati, quando la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato, quando la religione di Gesù Cristo, posta solidamente in quell’onorevole grado che le conveniva, fioriva all’ombra del favore dei principi e della dovuta protezione dei magistrati; quando procedevano concordi il sacerdozio e l’impero, stretti tra loro per amichevole reciprocanza di servizi. Ordinata in tal modo la società recò frutti che più preziosi non si potrebbe pensare, dei quali dura e durerà la memoria, affidata a innumerevoli monumenti storici, che niuno artifizio di nemici potrà falsare od oscurare».
Ecco dunque la necessità di riproporre incessantemente, in nome della solidarietà tra le generazioni, una storia dei secoli cristiani libera da preconcetti e opportunismi. Una storia – e un fare storia – che non sia più solo trastullo d’alto livello per intellettuali, ma che appaghi quella fame di chiara e semplice verità a ragione pretesa dai più giovani. Nell’indirizzarsi a loro, durante una celebre omelia del novembre 1974, il cardinal Stepan Wyszynsky esortava: «È venuto il tempo in cui dovete dire ai vostri educatori e professori: insegnateci la verità e non ci distruggete. Non strappateci la fede. Non annientate il nostro modo di vivere cristiano e morale attraverso uno stolto laicismo del quale nessuno comprende il senso e per il quale viene speso tanto denaro. Non ci togliete la fede nel Dio vivente. […] È venuto il tempo in cui voi, giovani, nelle università e nelle case degli studenti, dovete avere l’ardire di esigere: non ci strappate la fede perché non ci potete dare nulla di più prezioso in cambio».
Conformemente a una massima del tempo, gli uomini della cristianità medioevale pensavano sé stessi come nani appollaiati sulle spalle di giganti. Nani sì, ma che potevano veder più lontano proprio perché tenevano nel giusto conto la tradizione. L’Inquisizione fu un istituto storicamente necessario. Se viene studiata correttamente, basandosi cioè sui fatti e non muovendo da pregiudizi o mettendo “le mani avanti” come il Ciampa pirandelliano” la fede del credente avrà un’ulteriore conferma.

(*) Comparso in Fogli n. 131/32 – Agosto/Settembre 1988

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