(revisione dicembre 2025)
Secondo il racconto biblico, fu a Babele che gli uomini smisero di comprendersi. La tradizione identifica questo luogo con Babilonia, nel cuore della Mesopotamia, anche se non tutti gli studiosi moderni concordano su questa sovrapposizione.
In ogni caso, la perdita di una lingua comune non fu presentata come una colpa umana, bensì come una decisione divina.
La Genesi racconta che tutta la terra parlava un’unica lingua e che gli uomini, uniti, decisero di costruire una città e una torre la cui cima toccasse il cielo, per “farsi un nome” e non disperdersi.
Dio, osservando quell’opera collettiva, scorse in essa una potenza senza limiti: un’umanità compatta, capace di realizzare qualunque progetto. La risposta fu drastica. Le lingue vennero confuse, la comunicazione spezzata, e la grande costruzione rimase incompiuta. Gli uomini si dispersero, obbedendo a una volontà che li superava.

La Torre di Babele secondo Athanasius Kircher – 1679 – Wikipedia, pubblico dominio
Ma la Torre di Babele non appartiene soltanto alla Bibbia. Il suo eco risuona già in un antico poema sumero e riaffiora nei testi di Erodoto, per poi attraversare la letteratura dell’epoca romana. Segno che dietro il mito si nascondeva qualcosa di più concreto di una semplice parabola morale.

La confusione delle lingue di Gustave Doré, una xilografia raffigurante la Torre di Babele – Wikipedia, pubblico dominio
Per gli ebrei la torre era il simbolo dell’arroganza umana; per gli storici moderni, invece, il racconto biblico sembra ispirarsi a una costruzione reale: la più grande e maestosa ziqqurat di Babilonia, chiamata Etemenanki. Il suo nome significava “la casa-fondamento del cielo e della terra”, e dal basso appariva come una gigantesca scala a gradoni che sembrava salire verso le nuvole. Non fino al paradiso, forse, ma certamente fino a un’altezza impressionante: circa 91 metri.

Ricostruzione dell’Etemenanki, che era alto 91 metri (300 piedi) – Wikipedia, pubblico dominio
Avvicinarsi agli dèi era lo scopo dichiarato dell’edificio. I babilonesi lo avevano eretto nel punto che ritenevano il centro esatto dell’universo, là dove il dio Marduk aveva creato il mondo. Solo in quel luogo cielo e terra potevano comunicare, e la soluzione appariva evidente: costruire una scala sufficientemente alta.
L’aspirazione a superare i propri limiti, a toccare l’infinito, è una tensione antichissima. Secondo alcune fonti, fu il sovrano Hammurabi a dare inizio alla grande ziqqurat nel secondo millennio a.C. Nel corso dei secoli, però, la piramide a gradoni fu più volte distrutta e ricostruita, come se la sua stessa esistenza fosse una sfida continua al tempo e alla storia.
Il livello più alto dell’Etemenanki ospitava l’aspetto forse più sorprendente: una serie di camere sontuose, vere e proprie stanze da letto riservate agli dèi. Ogni ambiente portava il nome della divinità a cui era destinato ed era arredato con divani e letti lussuosi. Una stanza era per Marduk e la sua sposa Hammurabi , e altre ancora per le divinità dell’acqua, della luce e del cielo. Erano spazi sacri, vietati agli uomini, che, secondo i sacerdoti babilonesi, gli dèi utilizzavano come luoghi di riposo e di soggiorno.

Torre di Babele, dipinto di Pieter Bruegel del 1563 (Wikipedia – Pubblico dominio)
Ancora più in alto si trovava un tempio, con una camera centrale dedicata alle nozze sacre. Al suo interno, solo un divano e un tavolo d’oro massiccio. Poteva entrarvi una sola donna, scelta direttamente da Marduk. I sacerdoti annunciavano alla prescelta l’onore ricevuto, ed ella saliva fino al tempio, quasi al limite del cielo, per attendere il dio. Nessuno poteva sapere cosa accadesse lassù, tra le nuvole; ma al ritorno sulla terra la donna era certa di aver condiviso l’unione con la divinità.
La costruzione dell’Etemenanki fu un’impresa colossale, ripetuta più volte perché più volte interrotta dalla distruzione. Anche Alessandro Magno, affascinato dallo splendore di Babilonia, fece abbattere ciò che restava della ziqqurat, già in rovina, promettendo di ricostruirla. Non ne ebbe il tempo: morì proprio a Babilonia, a soli trentatré anni.
Per quasi due millenni, i resti della ziqqurat rimasero sepolti sotto la sabbia, mentre la Torre di Babele sopravviveva soltanto come leggenda, simbolo della collera divina e dell’orgoglio umano.
Poi, gli archeologi riportarono alla luce la sua base: un quadrato perfetto di 91 per 91 metri, collocato al centro di un’area sacra di circa 500 metri. Esattamente come la descrivevano gli antichi testi.
La Torre di Babele rappresenta uno dei punti di contatto più affascinanti tra mito e storia. Da un lato, la narrazione biblica mette in guardia contro l’eccesso di ambizione e l’illusione di un potere umano senza limiti; dall’altro, l’Etemenanki rivela una civiltà che cercava nel dialogo con il divino una legittimazione cosmica. In questa tensione tra cielo e terra, tra desiderio di ascesa e paura della caduta, si riflette una domanda universale: fino a che punto l’uomo può spingersi senza perdere se stesso?
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