Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

La lotta antisimoniaca del 1066 e il «Giudizio di Dio» di Settimo.

Non vi sono episodi altrettanto significativi, per darci il senso preciso di quella che fu effettivamente la lotta per la riforma della Chiesa nel secolo XI, con l’intensità delle passioni che scatenò, con la vastità del suo dilagare in tutti i ceti della società, con gli eccessi nei quali spesso degenerò, con le conseguenze notevoli che portò nella costituzione e nelle concezioni della società religiosa e civile degli ultimi secoli del Medioevo, delle vicende milanesi e fiorentine del 1066. Nel «giudizio di Dio» di Settimo, nel quale il monaco Pietro affrontò la prova del fuoco per dimostrare la presunta simonia del proprio vescovo, sono caratterizzati mirabilmente un ambiente e un’età.  Il termine simonia viene utilizzato più in generale per indicare l’acquisizione di beni spirituali in cambio di denaro o prestazioni sessuali. Nella, folla di fiorentini accesi da fanatismo religioso, già appare lo spirito popolare che darà vita all’imminente istituzione del Comune.

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Il 1066 fu un anno particolarmente agitato per quello che ri­guarda gli sviluppi della rivoluzione religiosa popolare contro il clero mondano e corrotto.
Tale lotta era degenerata a Milano in una spietata caccia al­l’uomo ed era giunta agli eccessi più crudeli e inumani della guerra civile.
Morto Landolfo, aveva preso il suo posto di capo della Pataria, vicino al chierico Arialdo, il fratello di Landolfo, Erlembaldo, nobile cavaliere senza macchia e senza paura che nella lotta contro il clero mondano portava tutto l’ardore della sua fede religiosa.
Erlembaldo guidava i suoi seguaci nella lotta quotidiana contro i nemici della Pataria agitando il vessillo di San Pietro che gli era stato dato da Ildebrando, e, con parola infiammata, scatenava contro il clero simoniaco le passioni più violente della folla.

Erlembaldo Cotta, collaboratore di Sant’Arialdo da Carimate. Rilievo da cappella “neomedievale” nella chiesa di san Calimero a Milano. Foto di Giovanni Dall’Orto

Avendo l’arci­vescovo Guido, dopo il concilio di Mantova, aderito all’antipapa Ca­dalo, la guerra fra le due parti si riaccese con maggiore accanimento. Un giorno i Patarini invasero perfino la basilica di Sant’Ambrogio, malmenarono l’arcivescovo che pontificava, e lo lasciarono ferito ai piedi dell’altare. Allora una nipote di Guido, donna Oliva, che i contemporanei paragonarono alla biblica Diezabel e ad Erodiade, riuscì ad avere nelle mani il chierico Arialdo e, fattolo trasportare in una isola del lago Maggiore, lo fece suppliziare con ferocia raffi­nata. Il misero ebbe strappati gli occhi, la lingua, le orecchie, mentre incrollabile nella sua fede seguitava a proclamare la simonia e l’indegnità dell’arcivescovo Guido.
Quando i Patarini vennero a co­noscere la fine atroce di Arialdo, il tumulto scoppiò irrefrenabile. Salvatisi a stento dal furore popolare e stretti d’assedio nel loro palazzo, Guido o donna Oliva dovettero cedere alla folla il corpo straziato della loro vittima, che fu portato processionalmente in città e venerato come la reliquia di un martire.

Sant’Arialdo viene mutilato prima di essere ucciso. Altare nella Basilica di San Calimero. Foto di Giovanni Dall’Orto

Anche a Firenze, forse in rapporto a quanto era già avvenuto in Milano, la crisi scoppiò violentissima nel 1066, quando i fedeli del vescovo Pietro, dato l’assalto al monastero di San Salvi a Settimo, sottoposero quei monaci a violenze gravissime, suscitando le più vive reazioni dei fautori della riforma. Il monaco Andrea, discepolo di Giovanni Gualberto, ci ha lasciato un racconto quanto mai vivo e pittoresco delle tumultuose vicende di quei giorni nei quali, in­sieme con le manifestazioni di fervore religioso, si palesano nel popolo fiorentino uno spirito di indipendenza e una coscienza della propria forza, che ci fanno presagire con certezza la temperie spirituale dell’imminente comune.

Rinsaldati nella loro fede dalla prova subita, i monaci di San Salvi si erano gettati nella lotta senza esitazione. Si recarono a Roma a denunciare il vescovo Pietro come simoniaco e si offrirono di pro­vare l’accusa con un giudizio di Dio. E per quanto più volte, e sempre invano, chiedessero al papa il permesso di tentare la prova, essi non abbandonarono più questa loro idea, di chiamare lo stesso Iddio a giudice della verità, con uno di quegli spettacoli che tanta suggestione dovevano suscitare nell’anima di quegli uomini appas­sionati e fanatici.
In breve la marea dell’opposizione popolare contro il vescovo si fece cosi minacciosa che lo stesso clero secolare di Fi­renze, in un primo momento favorevole a Pietro, finì per piegare dalla parte avversa e per aderire all’idea di risolvere una buona volta, con un giudizio di Dio, la grave situazione che si era creata. Lo spirito della rivolta popolare prese così il sopravvento sulla stessa autorità del pontefice. Non a torto Pier Damiani diceva amaramente dei Patari fiorentini che essi non riconoscevano «né papa, né re, né arcivescovo, né sacerdote».
La prova del fuoco fu decisa con il consenso unanime dei monaci, del popolo e dello stesso clero fiorentino, che dava poi notizia al pontefice dell’avvenimento. Il monaco Pietro, che per essere passato illeso tra le fiamme si chiamò poi Pietro Igneo e, elevato al cardinalato, fu uno degli uomini più venerati alla corte di Gregorio VII, si era salvato a stento dalla furia fanatica della folla che voleva a tutti i costi baciare le sue mani e i suoi piedi, e toccare i lembi delle sue vesti non offese dal fuoco.

Marco Palmezzano – Pietro Igneo che attraversa le fiamme – Museo del Louvre, Parigi

A ben guardare, tutte queste manifestazioni dello spirito popo­lare, dalle processioni tumultuose e dalle cerimonie solenni, agli assalti in massa contro le case dei preti simoniaci, sono l’indice di uno stesso stato d’animo, d’un identico atteggiamento di spirito. Sulla base di elementi etici e mistici propri di una ingenua espe­rienza religiosa, attinta direttamente dal Vangelo, senza la media­zione della millenaria tradizione di cultura e di azione pratica della Chiesa, si andava formando una tipica religiosità di carattere laico e antigerarchico, ispirata prevalentemente a motivi di coerenza mo­rale e di interiorità, religiosità che avrà poi così grande importanza nell’imminente civiltà del Comune e nella formazione dello spirito laico europeo dell’età moderna.

(da R. Morghen, Gregorio VII, Torino, 1942, pp. 124 sgg.)

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