Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

La morte di Cola di Rienzo

Un anonimo del Trecento, probabile testimone oculare degli avvenimenti romani del 1347-1354, ci ha tramandato, in volgare romanesco, un racconto vivo e di grande potenza descrittiva, dei fatti di Cola di Rienzo e della sua morte. L’anonimo, benché ammiri il Tribuno per la facondia e le sue qualità positive di capo, che avrebbero potuto fare di lui il restauratore delle libertà del popolo romano, vede però anche, con occhio disincantato, tutte le deficienze dell’uomo e le mette in rilievo con oggettiva, se pure addolorata obbiettività. Il testo è stato leggermente ammodernato nell’ortografia e corredato di qualche necessaria spiegazione tra parentesi, per renderlo più facilmente comprensibile.

Hora voglio contare la morte dello Tribuno. Haveva lo Tribuno fatta una gabella de vino e d’altre cose. Póseli nome Sussidio; colze sei denari per soma de vino. Coglievase molta moneta. Romani se lo comportavano per havere stato. Anche stregneva lo sale (aggravava la gabella del sale) per più moneta havere; anche stregneva sua vita e sua famiglia nelle spese. Onne cosa penza per soldati. Repente prese uno citatino de Roma nuobile assai, perzona sufficiente, saputa: nome haveva Panalfuccio de Guido. Homo virtuoso assai desiderava la signoria dello Puopolo; e si li troncào la testa senza misericordia e cagione alcuna. Della cui morte tutta Roma fu turbata. Staiévano (stavano) Romani come pecorella quieti; non osavano favellare; così temevano questo Tribuno come Demonio. In loco consilii (nel consiglio) obtinebat omnem suam voluntatem, nullo Consiliatore contradicente. Ipso instanti ridens plangebat, et emittens lacrymas et suspiria ridebant, tanta inerat ei varietas et mobilitas voluntatis. Hora lacrimava, hora sgavazzava. Puoi se déo (dette) a prennere la iente (gente): prenneva questo e quello, revennévali (li ricattava). Lo muormorito (mormorio) quetamente per Roma sonava. Perciò a fortezza de se, sollao (assoldò) cinquanta pedoni Romani per ciasche Rione, priesti ad onne stuormo (richiamo). Le paghe non li dava. Prometteva. Onnie die tenevali in spese; promettévaoli abbunnantia de grano e cose assai. Novissime cessao (da ultimo depose) Liccardo della Capitanin e fece nitri Capitani). Questa fu la sua sconfittura. Allhora lassóo Liccardo lo predare e lo sollecito guerriare (guerreggiare),mormorànriose debitamente de così ingrato homo. Era dello mese de Settiemro a dij otto. Staiéva Cola de Rienzi la dimane in suo lietto. Havevase lavata la faccia de grieco (vino dolce). Subitamente veo(corse) voce gridanno: « Viva lo Puópolo! Viva lo Puópolo! ». A questa voce la iente traie per le strade de là e de cha.

La voce ingrossava, la iente cresceva. Nelle capocroci de Mercato accapitao iente armata, che veniva da Santo Agnilo e de Ripa, e iente che veniva de Colonna e de Treio (Trevi). Come se ionzero inziemmori(insieme), così mutata voce dissero: «Mora lo traditore Cola de Rienzi! mora! ». Hora se fionga (affolla) la ioventute senza ragione: quelli proprio che scritti haveva in sussidio. Non fuóro tutti li Rioni, sarvo quelli, li quali ditti soco (ho detto). Cursero allo Palazzo de Campituoglio. Allhora se aijónze lo molto Puopolo, huomini e femine e zitielli (bambini). Iettavano prete (pietre); faco (fanno) strepito e rumore; intrórniano lo Palazzo de onni lato dereto e denanti, dicenno : «Mora lo traditore che hano fatto la gabbella! mora!». Terribile éne (è) loro furore. A queste cose lo Tribuno repàro non fece: non sonào la Campana; non se guarnió de iente. Ancho da prima diceva : « Essi dico : — Viva lo Puopolo —, e ancho noa lo dicémo. Noa per alzare lo Puopolo qua simo; miei scritti soldati sò; la lettera dello Papa della mea confermatione venuta ene. Non resta se non piubicàrela in conziglio ». Quanno all’ultimo vidde che la voce terminava a male, dubitào forte. Specialemente che esso fu abbandonato da onne perzona vivente che in Campituoglio staiéva. Judici, Notnri, fanti et onne perzona havea procacciato de campare la pelle. Solo esso con tre perzone remase, fra li quali fu Locciolo Pellicciare, suo parente. Quando vidde lo Tribuno puro (pure) lo tumulto dello Puopolo crescere, véddese abbannonato e non proveduto, forte se dubitava. Domannàva alli tre que era da fare.

Lo Tribuno desperato se mise a pericolo della fortuna. Staiénno allo scopierto lo Tribuno denanti alla Cancellaria, hora se traieva la barbuta, hora se la metteva. Questo era cha habbe (ebbe) davéro doi openione. La prima openione si era de volere morire ad honóre armato con l’arme, con la spade in mano fra lo Puopolo a muodo de persona magnifica e da imperio. E ciò demostrava quanno se metteva la barbuta e tenévase armato. La secùnna openione fu de volere campare la perzona e non morire. E questo demustrava quanno se cacciava la barbuta. Queste doa volontate combattévano nella mente sua. Vinse la volontate de volere campare e vivere. Homo era come tutti l’altri, temeva dello morire. Puoi che deliverào per lo meglio de volere vivere per qualunque via potéo, cercào e trovào lo muodo e la via; muodo vetuperoso (modo vituperoso) e de poco animo. là li Romani havéano iettato fuoco nella prima porta, lena (legna), vuoglio (olio) e pece. La porta ardeva, lo solaro della loija (loggia) fiariava (divampava); la secunna porta ardeva e cadeva lo solaro e lo lename a piezzo a piezzo. Horribile era lo strillare.

Penzào lo Tribuno devisato (travestito) passare per quello fuoco e misticàrese (mescolarsi) con l’altri e campare. Questa fu l’ultima sua openione. Altra via non trovava. Dunque se spogliào le inzegne della Baronia, l’arme pose ijo (giù) in tutto. Dolore éne de recordare! Forficàose (si sforbiciò) la barba e ténzese la faccia de tenta nera. Era là da priesso una caselluccia (una casetta) dove dormiva lo Portanaro (portinaio). Entrao là a torre uno viecchio tabarro de vile panno, fatto allo muodo pastorale campanino (ciociaro). Quello vile tabarro vestio; poi se mise in capo una coltra (coltre) de lietto, e così devisato (travestito) ne veo ioso (andò giù). Passa la porta, la quale fiariava; passa le scale e lo torrone dello solare, che cascava; passa l’ultima porta liberamente. Fuoco non lo toccào; misticàose con l’altri desformato (travestito). Desformava la favella, favellava campanino e diceva: «Suso, suso a gliu traditore!». Se le ultime scale passava era campato: la iente haveva l’animo suso allo Palazzo. Passava l’ultima porta. Uno se li affece donanti e si lo reaffigurào. Déoli de mano (lo colpì con la mano) disse: « Non ijre. Dove vai tu? ». Levaoli quello piumaccio (coltre) de capo, e massimamente che se pareva allo splennóre che daiéva (dava) li braccialetti che teneva. Erano naorati (dorati): non pareva opera de ribalto (ribaldo). Allhóra come fu scopierto pàrzese (apparve) lo Tribuno manifestamente: mustrào che esso era. Non poteva più dare la volta. Nullo remedio era se non de stare alla misericordia, allo volere de altri. Preso per le braccia, liberamente fu addutto per tutte le scale senza offesa fi (fino) allo luoco dello Lione, dove l’altri la sententia vuodo (odono), dove esso sententiati altri haveva. Là addutto, fu fatto uno silentio. Nullo homo era ardito toccàrelo. Là stette per meno d’hora, la barba tonnita (tosata), lo volto nero come fornaro, in iuppariello (giubbetto) de seta verde sciento (discinto) con li musacchini inaorati (con pezzi d’armatura dorati), con calze de biade a muodo de Barone. Le braccia teneva piegate. In esso silentio mosse la faccia, de là et de chà guardào. Allhóra Cecco dello Viecchio impuniào mano ad uno stuócco e déoli nello ventre.

(Dalla Vita di Cola di Rienzo,
ed. Ghisalberti, Roma, 1928).

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