Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

La Stele d’Inventario di Giza, la “sindone” della Grande Piramide

A cura di Gaetano Barbella

1.  La Stele d’Inventario di Giza

Sono state concepite molte teorie per far luce sulla Grande Piramide di Giza, in particolare connessioni con la matematica, e se non fosse per l’esistenza di un reperto posto in disparte, quasi nell’ombra, tutto rimarrebbe velato e rimandato al futuro, cioè non se ne saprebbe più nulla. Dal mio canto, disposto ad una buona conoscenza della geometria in particolare, ho concepito una mia ipotesi sulla piramide di Cheope suddetta e da poco preso per l’interesse per il reperto prima accennato, noto col nome di Stele d’Inventario, (illustr. 1) mi è parso di vederlo come un’ultima spiaggia per legarla alle mie teorie cheopiane difficili da accettare. In effetti mancava la prova che cercavo per confermare la validità delle mie concezione matematiche geometriche, ed ecco all’ultimo momento, mi si è parato innanzi il reperto suddetto che avevo sempre trascurato, non avendogli mai dato molta importanza. Invece, come farò vedere, questa Stele dimostra di costituire l’unico testimonio della geometria cheopiana da me supposta, mentre ora, paradossamente, è un reperto discusso e quasi nascosto in un angolo del museo Egizio.

Fu Auguste Mariette, nel 1858 a ritrovare nei pressi della Sfinge questa lapide calcarea che riporta una lista di oggetti sacri appartenenti al tempio di Iside e risalenti alla XXVI dinastia. Si desume che il testo del reperto sia stato compilato nel Nuovo Regno, ma si riferisce ad avvenimenti molto più remoti che avrebbero avuto luogo già durante il governo di Cheope all’epoca della IV dinastia, il Regno Antico. Fatto è che per le implicazioni derivanti da questi fatti antichi, gli studiosi, presi dall’imbarazzo di non poterli spiegare, hanno posto in dubbio la sua originalità, etichettando la stele come un falso privo d’importanza storica. In effetti la funzione della stele era probabilmente quella di rimpiazzare una lapide più vecchia andata in rovina, nell’intenzione di evitare così che gli avvenimenti remoti del tempo di Cheope fossero dimenticati.

In breve, la Stele d’Inventario attesta alcuni lavori di restauro eseguiti appunto durante l’Antico Regno per ordine di Cheope sulla piana di Giza, allo scopo di risanare la sua piramide, quella della principessa Henutsen e il tempio di Iside. Nel testo geroglifico, Iside viene detta “Signora delle piramidi”.

Questa lapide, osserva l’egittologa Christiane Zivie-Coche, è quindi un elemento importante, che può fornirci diversi dettagli sulla topografia del pianoro durante la XXVI dinastia. E veniamo così a sapere, osservando la zona dalla direzione sud, che accanto alla piramide di Cheope si levava allora il tempio di Iside, dinanzi al quale vi era la sfinge.

È ovvio che confermare la validità della stele, in quanto documento storico dell’Antico Regno, significherebbe ammettere che originariamente Iside era definita la Signora delle piramidi di Giza, e cioè sin dalle prime dinastie, e questo elemento nuovo non potrebbe essere al momento sufficientemente spiegato, tantomeno le implicazioni che esso porterebbe con sé. Eppure la stele parla chiaro come dice Christiane Zivie-Coche, traducendo alcune cose scritte sulla stela:

“Lunga vita ad Horus Madjid, re dell’Alto e del Basso Egitto, Cheope, il vivente. Egli trovò il tempio di Iside, Signora delle piramidi, presso il tempio della Sfinge a nord ovest del tempio di Osiride, Signore del Ro-Setau; egli edificò (restaurò) la piramide della principessa Henutsen accanto a questo tempio. Egli fece scolpire per sua madre, Iside, madre divina, Hathor, signora dei Cieli, un inventario sulla pietra. Egli rinnovò per lei le offerte sacre e costruì (restaurò)il suo tempio di pietra. Ciò che egli trovò in rovina, ora è restaurato, e gli dèi sono di nuovo al loro posto.”1.

 

2. Una parabola per il mistero della Grande Piramide

Il tema di questo studio, chiaramente, si incentra sul reperto presentato nel capitolo precedente, la Stele d’Inventario conservato nel Museo Egizio di Cairo. Ma dovendo dimostrare con essa la stretta relazione con la Piramide di Cheope, è necessario prima che io esponga la mia teoria matematica con la quale si spiega la sua probabile funzione. In questi termini poi verrà posta in relazione con la suddetta Stele d’Inventario e si dimostrerà la sua preziosità e naturalmente, l’enorme valore che così essa assume, quasi a paragonarla alla Sacra Sindone, l’unica testimonianza diretta di Gesù deposto nella tomba dopo la sua crocifissione sul Golgota.

Il punto fondamentale su cui ha origine la mia concezione sulla piramide di Cheope, che si idealizza in termini geometrici, prima d’altro si basa sul fatto che essa non può essere continuamente correlata soltanto a dati numerici, che non si contano, dedotti esclusivamente dalla struttura esterna, ignorando tutto il soppalco dell’impianto interno. C’è propensione che la piramide, col suo intero complesso, costituisca un ideale modello di una prodigiosa macchina energetica rivolta alla probabile rigenerazione vitale. Infatti il suo scopo era di costituire il sacello tombale del faraone Cheope per renderlo immortale, anche se in effetti non si è mai trovato alcuna prova in merito nel sarcofago della Camera cosiddetta del Re posta in sede della torre dello Zed. Dunque se la piramide è una ipotetica “macchina” deve pur rientrare in una concezione che possa essere formulata in termini matematici e naturalmente essere intravista con l’ausilio di una ipotetica geometria. Oltre a tutto ciò non si può trascurare il fatto che la piramide non è stata mai posta in relazione con la barca solare tramite la quale il dio Osiride stesso, sposo di Iside, viaggia per raggiungere Ra il dio Sole. Ed è vero anche che accanto alla piramide è stata trovata sotterrata la barca solare del faraone Cheope. Di conseguenza potremmo immaginare che la terra su cui poggia la piramide sia una sorta di barca che viaggia idealmente nel tempo. A ragione di ciò, dunque, non scandalizza intravedere il complesso piramidale unito ad una parabola sottostante, così come è stata considerata dal punto di vista della geometria dell’illustr. 2 con la quale immagino delle correlazioni funzionali con le due Camere del Re e della Regina.

Di gui, in un lampo ecco disporsi le cose in merito, associate alla ipotetica energia circolante nella piramide (su cui molti studiosi sono concordi), e tutto per merito di una prodigiosa parabola, reale configurazione geometrica della barca solare osiderea. Ma c’è di più sull’apporto di questa parabola, considerato che la piramide-macchina è “solare” e deve in qualche modo captare le energie solari del dio Ra e convertirle al suo centro focale, in sede della Camera della Regina, naturalmente la dea Iside. D’altro canto già sulla Stele d’Inventario di Giza anzidetta si nota una barca, quasi a intravederla messa a bella posta in evidenza per opera di chi l’ha segnata sulla pietra – mettiamo -, per dimostrare ben oltre il noto sapere su questa barca, nota come “solare”.

Intanto è d’uopo che io mostri ora i dati geometrici dell’illustr. 2, utilizzando la concezione del rapporto aureo su cui c’è concordanza:

y2 = 2 p x, dove p = 1 (equazione della parabola)

ya = V [2 / (1 + V5)] = 0,786151377…

xa = ya2 / 2 = 0,309016994…

phi = 38,17270763…°

180° – 4phi = 27,30916948…°

yi = tang (180° – 4 phi) = 0,516341175…

xi = yi2 / 2 = 0,133304104…

d = yR = 0,080615621…

xr = d2/ 2 = 0,003711446…

La luminosità è un requisito fondamentale delle gemme preziose e le loro studiate sfaccettature moltiplicano i giochi di luce scomposta nei suoi colori, cosiddetti dell’iride, all’interno per sprigionarsi in modo sfolgorante all’esterno (illustr. 3). Nulla allora che meravigli, dunque, vedere la piramide di Cheope come uno speciale cristallo e costatare subito una particolare proprietà dovuta a un ipotetico raggio di luce che interagisce in esso. Dalle illustr.ni 2 e 4 si può capire di che si tratta.

Il raggio IP, riferendoci all’illustr. 2, è normale alla parabola e si imbatte di ritorno sulla parete C’B’ riflettendosi in Q della parete opposta C’A’. Prosegue da qui la riflessione luminosa, supposta energetica, in modo verticale fino in fondo sulla parabola in R. Si sa che tutti i raggi verticali confluenti su una parabola si riflettono convergendo nel fuoco relativo, che nel nostro caso è il punto F. Naturalmente si è capito che il punto I di partenza del supposto raggio luminoso è unico in modo che la sua inclinazione riferita alla verticale sia 180° – 4 phi come indicato sull’illustr. 1. Phi è il semi-angolo al vertice della piramide. Il simbolo di phi è φ Nessun commento su questo raggio salvo a vedere ora il raffronto con lo spaccato della piramide di Cheope (illustr. 4), in cui si vedono i vari elementi che vi fanno parte: la tomba del Re e della Regina, la Grande Galleria ed altro. Ed ecco il fatto meraviglioso che spiega il titolo di questo capitolo: Una parabola per il mistero della Grande Piramide! Due cose in una: il fuoco F della parabola di arco A’OB’, su cui è posta la piramide A’B’C’, coincide con un certo punto della tomba della Regina e il raggio verticale QR della ipotetica luce, all’interno della piramide in questione, coincide con l’asse della tomba del Re.

In merito allo zed e alla funzione piezoelettrica del sistema dei ranghi di basalto, ritenuti la fonte di energia circolante nella piramide, in relazione al potere che serve per la rigenerazione vitale alla base del potere che vi deriva, mi fa pensare alla spiegazione in che modo le ossa si rigenerano.

Il modo con cui molti organismi viventi usano la piezoelettricità è molto interessante: le ossa agiscono come dei sensori di forza. Applicando una forza, le ossa producono delle cariche elettriche proporzionali alla loro sollecitazione interna. Queste cariche stimolano e causano la crescita di nuovo materiale osseo, rinforzando la robustezza della struttura ossea in quelle zone in cui la deflessione interna è più elevata. Ne risultano strutture con minimo carico specifico e, pertanto, con eccellente rapporto peso-resistenza2. Un’altra cosa è possibile suggerire come riscontro ideografico fra i geroglifici egizi, con il raggio energetico verticale QR delle illustr. 2 e 4, sopra analizzate. Mi viene di intravederlo nello Scettro o W3s nella mano del dio dei morti Osiride e di altri dei egizi, nonché in quella dei faraoni assisi sul trono (illustr. 5).

La cima di questo scettro termina con una sorta di maniglia di traverso particolarmente sagomata che può benissimo riferirsi alla parete della piramide dove il raggio si riflette; mentre la parte terminale è munita di una forcina a due punte che potrebbe riferirsi alla riflessione del raggio energetico.

 

3. L’affresco della cappela funeraria di Thutmose III (sec. XV a.C.)

Di altro, è interessante costatare che, osservando gli ideogrammi riportati sull’affresco della cappella funeraria di Thutmose III dell’illustr. 6, si nota che lo Scettro, oltre a quello impugnato dal faraone, è anche rappresentato (in alto, sullo Scettro del faraone) a fianco dell’ideogramma dello Zed (lo stesso della Camera del Re della Grande Piramide) e da altri segni importanti. Fra questi c’è una sorta di ciotola (presente in 9 esemplari), dal significato comune di cesto, che può benissimo correlarsi con la parabola esibita e così convalidare in cascata il resto delle argomentazioni sostenute sin qui. Un dettaglio importante fra i tanti della nutrita rappresentazione di geroglifici e ideogrammi, è il gonnellino dell’offerente davanti al faraone che ha la chiara foggia della piramide di Cheope. Non solo, ma la fascia pendente dalla cintola coincide con l’asse passante per lo Zed della piramide. In più l’offerente versa dell’acqua in due anfore, come per confermare due cose, un supposto potere duale dello scettro attraverso la relativa forcina terminale, e poi la forma parabolica dell’acqua. Di qui la concezione geometrica della parabola, elemento essenziale del presente lavoro sulla piramide-macchina di Cheope.

 

4. Il viaggio con la barca solare nella Grande Galleria

La particolare forma della Grande Galleria fa progredire il ragionamento per spiegare la reale funzione della piramide cheopiana. Considerato che l’impianto piramidale costituisca un centro misterico di iniziazione, più che sacello tombale del faraone Cheope, che può essere spiegato con l’ausilio del noto papiro di Ani. Vale l’ipotesi molto accreditata che in realtà la piramide in questione sia preesistita in relazione al regno di Cheope. Nel partic. dell’illustr. 7, Anubi, dalla testa di sciacallo, pesa il cuore di Ani, e nel partic. dell’illustr. 8, successiva, Ani è davanti al tabernacolo di Osiride per il giudizio finale dello scriba Ani. La prova è superata e Ani viene condotto alla presenza di Osiride, seduto in un tabernacolo a forma di sepoltura.

In queste due illustrazioni è chiaro come si svolge il rituale dell’esame di Ani, colui che è in procinto di essere iniziato ai misteri di Osiride. Perciò immaginando che questo rituale si svolge nella Grande Piramide, il neofita al posto di Ani, dopo essere stato giudicato idoneo all’iniziazione si prepara per un certo “viaggio” che avverrà sulla barca solare, ma da solo. Simbolicamente vediamo appunto nell’illustr. 8, Ani genuflesso su un piccolo piano di acqua (il mercurio filosofale) davanti al tabernacolo di Osiride.

In altro modo quest’acqua alchemica si spiega legandosi al noto “lago della verità” della dea Maat del giudizio, un argomento che sarà esaminato in seguito.

Nel nostro caso della piramide dell’iniziazione, tutto ciò che è rappresentato simbolicamente in questa fase è quanto si attua nella salita della Grande Galleria.

Di qui il concetto di ascesa e di preparazione all’impatto con la prova finale che avverrà nella Camera del Re. Ecco che si spiega la modulazione del flusso dell’acqua mercuriale determinata dalle serrande, davanti all’entrata della Camera del Re. Il numero delle serrande indica appunto la graduazione del processo di iniziazione. Questo sta facendo Ani davanti a Osiride, ossia lo vediamo “abbeverarsi” appunto con l’acqua fluente dalle serrande aperte, nel caso della Piramide, mentre si serra sempre più il plico della sua memoria del suo “sapere”. Di qui il parallelo al tema della supposta energia elettromagnetica fluente nello Zed, ossia tramite Osiride. Infatti osservandolo da vicino si è colpiti dalla trama del suo corpo che è come un ideale magnete. Nell’insieme ogni cosa è informata al suo orientamento. In alto all’esterno i 12 serpenti (i mesi dell’anno) rappresenterebbero le linee di forza magnetiche come quelle della Terra concepita similmente a una geodinamo.

L’illustr. 10 mostra la rappresentazione didattica di magneti elementari in un’asta di ferro raffigurati come aghi di bussola.

A destra è il caso di un’asta amagnetica; a sinistra l’asta è magnetica come il corpo di Osiride. (Tratto da «Corso di Elettronica», Istituto Svizzero di Tecnica di Luino).

Si capisce che il tabernacolo di Osiride è un modo diverso di rappresentare iconograficamente lo Zed, con la differenza sostanziale che va visto integrato con la concezione della Camera della Regina.

Nel papiro di Ani vediamo appunto alle spalle di Osiride Iside e la sorella, entrambe integrate nella rappresentazione della Camera della Regina.

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A questo punto non resta che prefigurare nella Piramide di Cheope il viaggio in questione, cosa che non difficile concepire, anche perché con l’occasione si spiega la ragione della concezione architettonica particolare della Grande Galleria dove si compie il viaggio di ascesa iniziatica. Naturalmente con un modello di barca solare non diversa, ma in proporzione ridotta, da quella di 47 metri di lunghezza di Cheope trovata accanto alla sua piramide di Giza.

L’illustr. 11 non ha bisogno di commenti eccetto far capire che il “viaggio” iniziatico è concepito per simulare l’altro “viaggio”, il vero che vi corrisponde e che si attua sul piano delle energie eteriche.

Perciò all’acqua, immaginariamente nell’invaso della Grande Galleria in fase iniziale, corrisponde il mercurio filosofale che è “acqua che non bagna le mani3. Per ragioni di simulazione, la barca perciò è sostenuta da una opportuna incastellatura di legno che è fatta scivolare sulle banchine laterali della Galleria. In questo modo si spiegano anche certe piccole buche a ridosso dei muri a intervalli regolari, fatti apposta per impedire con zeppe alla slitta porta-barca di retrocedere. Per convincerci di ciò che ho appena detto sul processo iniziatico, come concezione non differisce – mettiamo – dal rituale della comunione eucaristica della Santa Messa del Cristianesimo. La mimesi è alla base di tutti i rituali misterici.

Nelle arti mimetiche, vengono comprese in primis la pittura e la scultura che rappresentano la riproduzione visiva e plastica dell’uomo e la realtà mondana in cui egli soggiorna. Ma si capisce che a queste due arti, possono essere incluse anche la letteratura, la fotografia, il cinema, la televisione e la realtà virtuale. Ecco che la mimesi si fa arte di per sé, ovvero imitazione della realtà in cui va compreso «non solamente ciò che appare, bensì anche ciò che non appare pur “essendo”, ciò che è, ma non può ancora per sua natura manifestarsi pur “potendo” apparire. Questo concetto di mimesi, non ha il senso di copia più o meno fedele della realtà, quanto di rappresentazione, raffigurazione senza un particolare riferimento all’uguaglianza con la cosa imitata, imitazione quindi, della forma ideale [Cfr. a questo riguardo il testo di Gombrich Arte e Illusione] ».4 Questo modo di interpretare la mimesi, che è riferito alle espressioni delle Belle Arti secondo Gombrich appena citato, può servire egregiamente per orientare la comprensione del tema esoterico in corso di trattazione, che a buon ragione può essere definita mimesi sacrale.

 

5. La via della geometria sui poteri attribuiti alla dea Iside

Resta un ideogramma da spiegare perché è fondamentale per aprire la “porta” del segreto riposto nella Stele d’Inventario, tema di questo saggio. Non a caso il suo nome è Chiave di Iside nota in termini egizi come Ankh. L’ideogramma dell’Ankh, in virtù dei poteri attribuiti alla dea Iside, deve avere delle connotazioni di natura mercuriale che per forza hanno principio in regole auree, secondo le quali si attua la sua divina proporzione.

Questo è possibile con la geometria di una particolare curva, la «Lemniscata di Bernoulli», che mi è sembrata ideale per estrapolarne il possibile “segreto” matematico relativo.

La «Lemniscata di Bernoulli» (da lemniscato: lemnisco, corona, palma) è il nome di una particolare ovale di Cassini. Si tratta del luogo dei punti di un piano per i quali il prodotto delle distanze PF’, PF da due punti fissi F’, F (illustr. 12) è costante e precisamente è uguale al quadrato della semi-distanza dei due punti; ha equazione cartesiana: (x2 +y2) = 2 a (x2 -y2); e polare: p = a V (cos 20).

Perché la lemniscata di Bernoulli si confà all’ideogramma dell’Ankh? Perché se si osserva il nuovo disegno (illustr. 13) che ho fatto conforme quello dell’illustr. 12, ci rendiamo conto che essa è generatrice della geometria della piramide di Cheope. Il segmento vettore OP è la semibase della piramide anzidetta, la cui altezza è determinata OA. Di qui la piramide in questione è posta in evidenza col triangolo isoscele ABC. Su questa base, poi, è concepibile l’ideogramma dell’Ankh conforme il disegno dell’illustr. 14.

Illustro di seguito il percorso grafico che vi attiene:

  1. Una delle curve delle due lemniscate, quella in alto identifica l’anello a forma di uovo capovolto;
  2. dall’equazione polare della lemniscata di B. ρ = a √ (cos 2θ), si perviene al valore di θ = 25°, 91364623… che permette di verificare, appunto, l’esattezza di F’O = FO = 1 / V 2;
  3. si traccia un cerchio passante per i fuochi delle due curve di Cassini (con r = 1 V 2);
  4. sapendo che il semiangolo angolo al vertice della piramide di Cheope è 38,17270763…°, che è conforme il rapporto aureo corrispondente, √ 1/φ = 0,786151377…
    , si ha modo di disegnarla e così identificare i punti di incontro sul cerchio tracciato prima. Le apoteme delle quattro piramidi di Cheope poste in croce corrispondono ai tre bracci della Croce di Iside, così come si vede nell’illustr. 14.

 

6. Il Fuoco di Ruota della Grande Piramide

E proseguendo la citazione in rosso dell’illustr. 15 del “fuoco di ruota” della Grande Piramide, Eugèn Canseliet, l’autore di questa locuzione, «e che il divino Teofrasto scoprì. Si forma in questo globo una polvere solare, che poiché si è purificata da sé medesima, con la mescolanza con altri elementi; ed essendo preparata secondo l’arte, diventa in poco tempo, superlativamente adatta ad esaltare il fuoco che è in noi; ed a farci diventare, per modo di dire, di natura ignea.»5.

I sacerdoti del tempo in cui la Grande Piramide era per essi il Santuario dei Misteri di Osiride, forse prefiguravano il “fuoco di ruota” come io l’ho disegnato con l’illustr. 15. Ora si comprende la reale funzione delle 10 ciotole presenti nella cappella funeraria di Thutmose III, sparse in punti diversi stampate sul muro dell’illustr. 6. E si capisce in pieno anche ciò che ha detto sul Mare dei Filosofi Fulcanelli (Le dimore Filosofali, vol.1, pag. 181), cioè: «La donna adatta alla pietra e che con essa si deve unire è quella fontana d’acqua viva, la cui sorgente, totalmente celeste, che ha il suo centro in particolare nel sole e nella luna, produce questo chiaro e prezioso ruscello dei Saggi, che si versa nel mare dei filosofi che, a sua volta, circonda tutto il mondo.». Quindi non senza ragione, questa divina fontana, è chiamata da questo autore femmina della pietra; alcuni l’hanno anche rappresentata sotto le spoglie d’una ninfa celeste; alcuni altri le hanno dato il nome della casta Diana, la cui purezza e verginità non è macchiata dal legame spirituale che l’unisce alla pietra. Ed è in questo ideale bacile che si raccoglie, la virtù, posseduta dal mercurio o luna dei saggi, capace di captare, a mano a mano che viene prodotta durante l’immersione o il bagno del re, la tintura che questi abbandona e che la madre conserverà nel suo seno per il tempo richiesto. Si tratta del Graal, che contiene il vino eucaristico, liquore di fuoco spirituale, liquore vegetativo, vivente e vivificante introdotto nelle cose materiali.

E si capisce anche il senso del tempo richiesto, il cui scadere è dettato, secondo i piani astrologici, dai due condotti di aerazione attraverso i quali giunge la luce delle due stelle di Beta dell’Orsa Minore e Sirio, alla Camera della Regina, la Luna, e punto focale del Santuario piramidale. In quel tempo il “viaggiatore” si mente in azione e sale sulla barca ormeggiata all’inizio della Grande Piramide e ascende al piano superiore dove l’attende la porta della Camera del Re, il tabernacolo di Osiride (del papiro di Ani). Qui le operazioni si svolgono in più fasi e le varie serrande che modulano il flusso dell’acqua mercuriale attendono a questo scopo. Ma sappiamo che il tempo è nelle mani della stella Alpha Draconis e successivamente della Zeta Orionis che completa l’opera.

Si capisce, a questo punto, che il flusso energetico che transita per la Camera del Re, a saturazione avvenuta del bagno di Meti, allude alla forza kundalini della cultura yoga. Sin da questo momento la gran ruota disegnata nell’illustr. 15 si mette a girare e questo comporta soggiacere all’azione di un fuoco interiore che è quello degli atanor alchemici da tenere sempre sotto controllo. Chi ha la mente versata per l’ingegneria intravede immediatamente nell’illustr. 15 una gran ruota che funge da turbina che è attivata dall’azione energetica dei raggi solari, dimodoché tutto si mette in moto. L’arte ermetica impone che l’adepto sin dal primo momento in cui si mette all’opera non cessi mai di farla fermare.

 

7. La Grande Piramide che si converte in un magnete

La comparsa della Remora alchemica

Riferendomi ad uno dei libri di Fulcanelli, Le dimore filosofali , a pag. 115 del II vol., viene interpretata una decorazione di un cassettone riportato sul soffitto di una stanza del castello di Dampierre-sur-Boutonne. (illustr. 16). Si tratta di un antico simbolo usato spesso:

Il delfino attorcigliato sul bracciolo di un’ancora marina: l’epigrafe che funge da insegna, ne spiega il motivo:

.SIC. TRISTIS. AVRA. RESEDIT.

Che vuol dire: Cosi si calma questa terribile tempesta.

È inevitabile che l’incostanza sopraggiunge quando si scatena la tempesta in chi si avventura per l’impresa alchemica, ma, è imperativo che il fuoco di ruota che ha avuto principio nell’alchimista non sia compromesso. « Ma la lunga operazione che permette di realizzare la progressiva condensazione e la fissazione finale del mercurio, presenta una notevole analogia con le traversate marittime e con le tempeste che ad esse si accompagnano. L’ebollizione costante e regolare del compost ermetico si presenta in piccolo, come un mare agitato e ondoso. In superficie le bolle scoppiano e si succedono senza sosta; dei pesanti vapori addensano l’atmosfera del vaso; delle nubi torbide, opache, livide, oscurano le pareti, si condensano in goccioline che scorrono sulla massa in agitazione. Tutto contribuisce a produrre lo spettacolo d’una tempesta in proporzioni ridotte. Sollevata da tutti i lati, sballottata dai venti, l’arca, tuttavia, galleggia sotto la pioggia del diluvio. Asteria si prepara a formare Delo, terra ospitale e salvatrice dei figli di Latona. Il delfino nuota alla superficie dei flutti impetuosi, e questa agitazione dura finché, alla fine, la remora, invisibile ospite delle acque profonde, non ferma, come un’ancora poderosa, la nave che va alla deriva. Allora torna la calma; l’aria si purifica, l’acqua sparisce, i vapori si riassorbono. Una pellicola ricopre tutta la superficie, e, addensandosi e consolidandosi ogni giorno di più, indica la fine del diluvio, lo stadio dell’arca che tocca terra, la nascita di Diana e di Apollo, il trionfo della terra sull’acqua, dell’asciutto sull’umido, e l’epoca della nuova Fenice. Nello sconvolgimento generale e nel combattimento degli elementi, s’acquisisce quella pace permanente, quell’armonia che risulta dal perfetto equilibrio dei principi, simbolizzati dal pesce fissatosi all’àncora: sic trìstìs aura resedit.».

A questo punto, non a caso ho ripreso il suddetto passo di Fulcanelli, poiché l’immagine dell’ancora saldamente assicurata al fondo marino simbolizzata dalla presenza della remora alchemica mi permette di concepire la giustapposizione alla Grande Piramide posta come su un vascello tramite una parabola. Abbiamo ipotizzato che è in questa sede che avvenivano le operazioni alchemiche messe in pratica dagli antichi sacerdoti egizi. E così, passo dopo passo, si è fatta luce su molte cose del processo alchemico in discussione e per ultimo ci convince la prefigurazione del fuoco di ruota che si innesca nel neofita iniziato ai misteri di Osiride del precedente capitolo.

Ora è di scena la famosa lotta fra la Salamandra e la Remora in relazione la compost in fase piuttosto critica che si evolve nella grossa ciotola, la parabola su cui è posta la Grande Piramide. Si capisce chi sia la Salamandra impersonata dal fuoco sulfureo prodotto dai raggi solari che si riflettono sul fondo della parabola. E la Remora è chiaramente impersonata dalla Luna, ossia la Regina, meglio ancora la dea Iside, che troneggia nella sua Camera nel fuoco della parabola-ciotola (illustr. 17). È qui che convergono tutti i raggi solari perché la legge della fisica ottica che ce lo assicura. Ecco spiegato il potere della Remora che fa da calamita attirando a sé lo sperma sulfureo solare e non c’è verso per la Salamandra di opporvisi (di qui il concetto di utero cosmico, in senso più ampio del termine). Si ha così occasione di intravedere nei raggi sulfurei della Salamandra che confluiscono nella Camera della Regina.

Se si riflette sullo scettro in mano agli dei e i faraoni egizi, si nota che la parte terminale è costituita da una forcina, come a suggerire la natura del flusso energetico supposto passante per esso. Di qui si può ipotizzare che il sistema piramidale in relazione al quaternario, in realtà conico riferito alle apoteme, sia concepibile per rotazione, tale da poter essere immaginato secondo l’illustr. 18.

Essa mostra la perfetta armonia geometrica per averla ipotizzata all’insegna della sezione aurea. Se fosse stata concepita in relazione al rapporto π / 4 (pi greco / 4), non si sarebbe ottenuta questa armonia. Ossia con la semi-base della piramide uguale a n / 4 e l’altezza uguale a 1. Questa situazione spiega lo stato primario di caos degli elementi.

Ma ciò che maggiormente ci interessa evidenziare è intravedere nel sistema cilindrico di rotazione del raggio di potere QR, un formidabile sistema magnetico.

Ecco che tutto concorda con la concezione di un potere magnetico attribuito alla Regina in sede del punto focale della parabola-ciotola, ossia della dea lunare Iside. Di qui, viene da ipotizzare che abbiamo a che fare con il tema misterioso della resurrezione dei morti da capire.

E guarda caso, poco sopra il fondo della parabola-ciotola dove impatta il raggio dello scettro QR, è posta la camera sotterranea dove si svolge, presumibilmente, la fase alchemica, cosiddetta Nigredo.
Si tratta del sito della “mortificazione”, ossia del “mondo dei morti” in attesa della resurrezione, appunto.

Ecco che si fa luce su di essa ed è il potere di Iside a permettere che ascendano al cielo i morti qui in attesa.

Altra fantastica idea sorge nella mia mente con l’ipotesi che suggerisce un immaginario sistema di teletrasporto legato alla Grande Piramide come prefigurato con l’illustr. 19.

 

8. La misura di Maat

Ed ora, pur di giungere a far luce sulla Stele d’Inventario di Giza, appena presentata all’inizio del saggio, resta da esaminare un geroglifico che riveste un ruolo essenziale in tutto il sistema simbolico dei geroglici facenti capo alle divinità egizie. Si tratta della misura di Maat che riguarda, naturalmente la dea astratta Maat, antico concetto egizio della verità, dell’equilibrio, dell’ordine, dell’armonia, della legge, della moralità e della giustizia. Maat in realtà è considerata la stessa dea Iside ed è inoltre personificata come una dea antropomorfa, con una piuma in capo, responsabile della disposizione naturale delle costellazioni, delle stagioni, delle azioni umane così come di quelle delle divinità, nonché propagatrice dell’ordine cosmico contro il caos. La sua antitesi teologica era Isfet.6In aggiunta, per quel che ora ci interessa è che Maat è il fondamento della religione egizia, è l’ordine universale, una legge pubblica e privata, che va tenuta in grande conto perché nel giudizio dei morti si veniva giudicati proprio su quella legge e sulla corretta applicazione di 42 norme di vita. Esse non avevano una funzione punitiva, ma erano considerate un modo per vivere bene e rispettare gli altri. Esse sono: 1) Non uccidere e non permettere che nessuno lo faccia. 2) Non tradire la persona che ami o il tuo coniuge. 3) Non vivere nella collera. 4) Non spargere terrore nelle persone. 5) Non assalire e non provocare dolore al prossimo. 6) Non sfruttare il prossimo e non praticare la schiavitù. 7) Non fare danni che possano provocare dolore all’uomo o agli animali. 8) Non causare spargimento di lacrime. 9) Rispetta il prossimo. 10) Non rubare ciò che non ti appartiene. 11) Non mangiare più cibo di quanto te ne spetti. 12) Non danneggiare la Natura. 13) Non privare nessuno di quello che ama. 14) Non dire falsa testimonianza. 15) Non mentire per far del male ad altri. 16) Non imporre le tue idee agli altri. 17) Non agire per fare del male agli altri. 18) Non parlare dei fatti altrui. 19) Non ascoltare di nascosto fatti altrui. 20) Non ignorare la Verità e la Giustizia. 21) Non giudicare male gli altri senza conoscerli. 22) Rispetta tutti i luoghi sacri. 23) Rispetta e aiuta chi soffre. 24) Non arrabbiarti senza valide ragioni. 25) Non ostacolare mai il flusso dell’acqua. 26) Non sprecare l’acqua per i tuoi bisogni. 27) Non inquinare la terra. 28) Non nominare il nome dei Neteru invano. 29) Non disprezzare le credenze altrui. 30) Non approfittare della fede altrui per fare del male. 31) Non pregare né troppo né troppo poco gli Dei. 32) Non approfittare dei beni del vicino. 33) Rispetta i defunti. 34) Rispetta i giorni sacri anche se non credi. 35) Non rubare le offerte fatte agli Dei utilizzandole per te stesso. 36) Non disprezzare i riti sacri anche se non ti aggradano. 37) Non uccidere gli animali senza una ragione seria. 38) Non agire con insolenza. 39) Non agire con arroganza. 40) Non vantarti del tuo benessere di fronte ad altri. 41) Rispetta questi principi. 42) Rispetta la legge se non contrasta con questi principi.

 

9. Il geroglifico di Maat

Maat è davvero un rompicapo per tutti coloro che si sono accostati al suo presunto geroglifico geometrico, e alla sua raffigurazione del tutto analoga a quella della dea Iside, (illustr. 21) nel tentativo di pervenire ai suoi segreti reconditi.

Maat è raffigurata come una donna alta che indossa una corona sormontata da una piuma di struzzo enorme. Il suo simbolo totem è una piattaforma o una fondazione in pietra, che rappresenta la base stabile su cui viene costruito l’ordine.

Maat o Mayet, è stata concepita per costituire nell’antico egiziano il concetto di verità, equilibrio, ordine, legge, moralità e giustizia. Talvolta è personificata come una dea che regola le stelle, le stagioni e le azioni di entrambi i mortali e le divinità, che hanno posto l’ordine dell’universo dal caos al momento della creazione. Più tardi, come dea in altre tradizioni del pantheon egiziano, dove più dee erano accoppiate con un aspetto maschile, la sua controparte maschile era Thoth e i loro attributi sono gli stessi. Dopo l’ascesa di Ra furono descritti come guida della sua Barca Solare, entrambi posti ai suoi lati. Dopo il suo ruolo nella creazione e impedendo continuamente all’universo di tornare al caos, il suo ruolo primario nella mitologia egiziana riguardava la pesatura delle anime che avveniva in seno alla terra, in Duat. Di qui il ruolo della sua piuma, Shu, che era la misura che determinava se le anime (che intravedevano nel cuore) dei defunti avrebbero raggiunto il paradiso dell’avifauna con successo.

Oltre a questa importanza di Maat, si generarono altri essenziali principi nell’antica legge egiziana, tra cui l’adesione alla tradizione rispetto al cambiamento, l’importanza del ricorso all’arte del dire, e più specificatamente del persuadere con le parole e la comprensione dell’importanza di raggiungere l’imparzialità e l’uguaglianza sociale. Di qui, nella mente egizia, è Maat che lega saldamente tutte le cose in un’unità indistruttibile: l’universo, il mondo naturale, lo stato e l’individuo, tutti considerati come parti dell’ordine più ampio da lei generato.

Poiché era anche il dovere del faraone di assicurare verità e giustizia, molti di loro sono stati chiamati Meri-Maat (Amato di Maat).

 

10. L’origine della misura con Maat

Senza Misura non ci sarebbe nè Giustizia, nè Verità, nè Equilibrio, nè Armonia e nè Centralità. Insomma senza la Misura non sarebbe esistito il “Maat”. Il “Maat” rappresentava anche il supremo ordine cosmico di perfezione ed equilibrio, attributi già ampiamente esaminati.

La felicità sulla Terra poteva essere vissuta solo seguendo il “Maat”, senza eccessi e nella giusta Misura. E questo “Maat” non era un qualcosa di irragiungibile, ma era possibile approssimandovisi nella vita di tutti i giorni sulla Terra, tanto è vero che all’origine del significato della parola “Maat” vi era proprio una asta per misurare. Questa asta per misurare è raffigurata infinite volte nelle immagini pittoriche egizie principalmente di Iside e Nephtys aventi in una mano l’asta misuratrice del “Maat” e nell’altra mano il simbolo della vita, l'”Ankh”. Il “Maat” era anche un concetto di religione poichè quando si moriva si veniva giudicati nella hall, o salone, o stanza, del “Maat”, presieduta da Osiride, affiancato da Iside e dalla sorella Nephtys, oltre ad altre 42 divinità. Il “Maat” quindi era un concetto immortale, realizzabile e valevole sia nella vita quotidiana di tutti i giorni e sia nell’eternità dopo la morte.

L’origine del “Maat” pertanto é anche l’origine della Misura perchè nessuno dei due poteva fare a meno dell’altro.

Come il “Maat” esprimeva un concetto di centralità dell’Uomo nel suo mondo, fisico, morale e metafisico e nel cosmo intero, così la Misura esprimeva un sofisticato concetto di centralità dell’Uomo al centro del suo Universo, con i suoi tre principali parametri di MISURE TEMPORALI, MISURE ANGOLARI e MISURE LINEARI, tutti scaturenti ed incernierati sull’Uomo e tutti, opera chiaramente di un pensiero sublime e geniale, interconnessi fra di loro, assieme alle dimensioni della Terra e quelle del Cosmo, mettendo in relazione lo spazio con il tempo e con il movimento della Terra e del Cosmo, con l’Uomo al suo centro e a sua percezione. Un capolavoro di architettura perfetto secondo il noto arcaico postulato “Tutto é Uno”.7

 

11. Lo scarabeo che sostiene il “mattone” di Maat.

Ma senza la geometria con linee e curve a iosa non si ha modo di svolgere la funzione agrimensoria della Misura contemplata nel precedente capitolo. Di qui riaffiora il lavoro svolto dai sacerdoti di Iside “tenditori di corde”: « In quell’epoca, per tracciare questa base occorreva ottenere gli angoli retti e per far questo, si adoperava il cosiddetto metodo della corda e i geometri-sacerdoti in questione erano noti come “tenditori di corde”, appunto. È un metodo che risale almeno al 2900 a.C.».

E abbiamo potuto capire quanta geometria si sia rivelato in tutta la trattazione sulla piramide di Cheope e sul geroglifici della chiave di Iside. E se tutto ciò fa capo al Maât, vuol dire che se, per esempio, si parla dell’Ankh, ossia l’anzidetta chiave di Iside, si può ben capire perché Iside e Maât siano la stessa persona. Come a dire che Maât si rivela in tanti modi. Dunque a cominciare dai gradini più alti dell’esistenza umana, che nella simbologia egizia si esplica con lo scarabeo sacro che sostiene il “mattone” di Maât illuminata dal Sole di Ra, il cartiglio del faraone Thutmosi III dell’illustr. 22 lo dimostra (lo scarabeo, nell’antico vocabolario egiziano indica l’uomo); oppure con la funzione svolta dalla pietra del trono del faraone anzidetto che cela in sé il segreto simbolico del numero 8 e 24. Si tratta di un cubo in un altro cubo che ne contiene 8; ma se per ogni faccia ce sono 4, per le sei facce totali ce ne sono 24.

Si notino i colori: nero per il “tutto” del seggio e rosso per il “piccolo” quadrato. Come a simboleggiare il risultato dell’opera alchemina del Nigredo con la pietra filosofale.

Il “mattone”, o “rettangolo” di Maat si rivela in un altro caso nell’affresco della cappella di Thutmosi III, dalla quale ho estratto i particolari 23 e 24.

Ne parlo ora per mostrare la polifunzione di Maat, argomentata in precedenza.

Il particolare dell’illustr. 24 si trova sull’estremo lato sinistro della cappella in questione ed è in stretta relazione con due altri simboli, l’ansa della chiave di Iside (l’Ankh) con dentro la stella del pentagramma e il simbolo astrologico della bilancia ripetuto due volte.

Del simbolo della bilancia sappiamo che è proprio del segno di Maat, infatti il rettangolo che è posto fra i due suddetti segni lo conferma.

Con l’Ankh, con l’illustr. 25, si ha modo di far rivelare il pentagramma senza molte difficoltà con “righello e compasso”. Riferendoci alle linee blu, si ricava il rettangolo BCDE, i cui lati BC e DE sono tangenti alla lemniscata.

Poi si congiunge D con G e successivamente si traccia il cerchio passante per H. Le corde tangenti a questo cerchio, relative al cerchio esterno passante per a A e A’ generano il pentagramma ricercato.

 

12. Maàt in relazione con il serpente cobra e alla parabola della piramide di Cheope.

Poco per volta si avrà modo di avere a che fare col rettangolo geometrico appropriato di Maàt, considerato che compaiono qua è là rettangoli che sembrano riguardarle. Come quello appena esaminato sul conto dell’affresco della cappella del faraone Thutmosi III.

Ora nell’intrattenerci sul serpente cobra, è utile avvalerci dei concetti di Alchimia in relazione a ideogrammi che vanno associati a questo ideogramma.

Uno di questi lo troviamo in bella mostra nell’affresco di Thutmosi III più volte esaminato. Si tratta del serpente cobra, per altro presente in 12 esemplari sul tetto del tabernacolo del dio Osiride del papiro di Ani dell’illustr. 8.

Ma nel caso dell’illustr. 26, il cobra è posto sul noto vassoio associato alla parabola della Grande Piramide e in parallelo al bagno di Meti alchemico (vedi “Fuoco di ruota” della grande Piramide).

E il “bagno di Meti” dimostra che il vassoio-parabola non è altro il mare dei filosofi, o mare ermetico, ma chiamato anche in molti altri modi. Come già spiegato, è qui che nascerà “figlio del re” che, nel caso di Osiride e Iside, è Horus.

Ma occorre precorrere i tempi per associare questo evento con Maàt che presiede al famoso giudizio coadiuvata da 42 giudici. Questo per capire che in caso di buon giudizio, il defunto (ma anche il neofita disposto per l’iniziazione) è destinato a risorgere dai morti. Questo fatto comporta la nascita in lui di Horus. Ecco dimostrato che il “bagno di Meti”, ossia il mercurio filosofico, sia il “lago della verità” o il “lago di fuoco” di Maàt. Il passo è breve, a questo punto, per correlare la ciotola su cui è posto il cobra dell’illustr. 26, al rettangolo di Maàt (illustr. 27). Questo rettangolo compare in un papiro di Ani ai cui lati orizzontali sono posti 4 cinocefali creature di Toth. In quanto al serpente cobra non sorprenderà intravederlo con un altro cobra e vederlo correlato al caduceo con i due serpenti in amore, poiché si tratta della soluzione del processo alchemico. In quanto al caduceo, sappiamo che era il bastone sacro o lo scettro del dio greco Hermes, che lo esibiva come simbolo per dirimere le liti, poiché tale bastone era la manifestazione fisica dell'”Equilibrio” che doveva esserci in tutte le cose. Il caduceo con due serpenti indica anche il potere di conciliare tra loro gli opposti, creando armonia tra elementi diversi, come l’acqua, il fuoco, la terra e l’aria. Secondo la cultura orientale il caduceo illustra chiaramente il concetto base del Corpo sottile. Le vorticose energie ascendenti dei serpenti producono un vortice di potenza che viene usato nel tantra per la trasformazione personale.

I due serpenti sono associati alle grandi energie solari e lunari e rappresentano la parte destra e sinistra del corpo. Si intersecano tra di loro e attraversano in continuazione il Grande Fiume centrale, giusto in correlazione col “lago della verità” di Maat. Ma ora a noi interessa vedere queste cose correlate alla geometria, così come è avvenuto per la Grande Piramide, per l’Ankh: infatti vedremo veramente l’avverarsi di prodigi con l’intreccio dei due serpenti in amore. Ma è un prodigio che può valere anche per un sol serpente ed è da qui che inizierò a palarne.

 

13. Curva di poligoni stellati

La curva di poligoni stellati non è nota nei testi universitari, in realtà è come se non esistesse per la cultura matematica, poiché l’ho concepita io; ma pur avendola divulgata su internet nessuno vi ha fatto riscontro.

Questa curva la generano tutti i poligoni stellati e perciò ora mostro alcuni esempi con grafici relativi alle figure di poligoni stellati più semplici e comuni: con un pentagramma, con un esagramma e con un ottagramma.

Il primo caso di curva di poligono stellato è quello dell’ottagramma mostrato con l’illustr. 28, che si ricava così:

Si tracci il cerchio di raggio OB uguale a 1 e si costruisca l’ottagramma inscrivendovi due quadrati sfasati di un angolo retto, come in figura.

Il punto A è l’inizio della curva in questione e i punti C e D individuano ulteriormente la stessa curva. Poi sull’asse orizzontale passante per il centro O si rintraccia il punto E della curva, la cui tangente è sempre di 60° rispetto l’asse orizzontale. Infine l’asintodo della curva, che idealmente si congiunge all’infinito con la curva, segnato in verde, dista dal centro O tre volte il raggio OA. Ed ecco infine l’abaco di calcolo della curva che vale per tutti i casi di poligoni stellati, in relazione ai simboli segnati sull’illustr. 28. Equazione polare della curva: ρ = ρ0 / cos (θ / 3)…….vettore generico della curva (p. esempio nel punto F); ρ0 = r sen (360° / 4 n)……..raggio del cerchio OA; r = 1………raggio esterno del poligono stellato (OB); n = numero delle divisioni del poligono stellato; δ = arctan 3 cotan (θ / 3)………angolo di tangenza generica della curva.

Fa seguito il caso della curva dell’esagramma con l’illustr. 29.

E poi, con l’illustr. 30, viene mostrato il caso della curva del pentagramma che si ricava dalla curva dell’esagramma dell’illustr. 29.

Non è difficile questa operazione grafica. Basta puntare col compasso in E, con raggio EF e tracciare un cerchio per rintracciare il punto G. Poi si centra il compasso in O e si traccia il cerchio entro il quale farà delineare il punto I di una delle punte del pentagramma ricercato. Poi si prolunga LM agli estremi fino a P e Q per congiungere I con S in tangenza col cerchio interno dell’esagramma e così tutti gli altri punti: S con R, ed R con Q.

Come si può vedere l’esagramma è il poligono stella che più si confà alla curva che potremmo definire del “cobra”, giusto in relazione ai punti nodali D e C dei due assi cartesiani. Vedremo i seguito, quando si avrà modo di far delineare il rettangolo che si addice a Maat, allora si capirà in pieno il nesso fondamentale con l’esagramma e la curva del “cobra” con cui si sposa in modo esemplare. Ma anche l’ottagramma si delinea in modo esemplare con la curva di riferimento per dar valenza al seggio del trono del faraone Thuhmosi III dell’illustr. 23: un cubo di pietra in cui è in evidenza un quadrato che è la quarta parte del suo quadrato, ma è l’ottava parte del tutto.

 

14. Le due stelle dell’alchimista

Aver fatto apparire il pentagramma e l’esagramma, grazie alla curva del “cobra”, inventata da me, mi permette di approfondire questo “evento” (è un mio modo di vedere le cose che sto presentando, considerandomi, non tanto uno studioso che fa ricerche, ma un certo uomo in cammino intento ad evolversi) per legarlo a concezioni di ermetismo noti agli addetti ai lavori. Si tratta dell’apparizione alchemica delle suddette due stelle.

A pag. 19 del libro di Fulcanelli, I misteri delle Cattedrali, ci si trova di fronte a ben due stelle: andiamo a leggere.

<< La nostra stella è unica, eppure è doppia. Sappiate distinguere la sua impronta reale dalla sua immagine, e noterete ch’essa brilla con più intensità alla luce del giorno che nelle tenebre della notte. Dichiarazione, questa, che convalida e completa quella di Basilio Valentino (Douze Clefs) non meno categorica e solenne:

«Gli Dei hanno accordato agli uomini due stelle per condurli verso la grande Sapienza; osservale, o uomo! e segui con costanza il loro chiarore, perché è in esso che si trova la Saggezza».

E si tratta certo delle due stelle rappresentate in una delle piccole illustrazioni alchemiche del convento francescano di Cimiez, accompagnata da una leggenda in latino che riguarda la virtù salvatrice inerente l’irraggiamento notturno delle stelle.

«Cum luce salutem; con la luce, la salvezza». ln ogni caso, anche se si possiede solo in minima parte il significato filosofico e se si prende la briga di meditare sulle già citate parole di Adepti incontestabili, si avrà la chiave con cui Ciliani apre la porta del tempio. Ma se ancora non si comprende, allora si rileggano le opere di Fulcanelli e non si vada a cercare altrove un insegnamento che nessun altro libro potrebbe fornire con altrettanta precisione.

Esistono, dunque, due stelle, che, nonostante la poca verosimiglianza, formano in realtà un’unica stella. Quella che brilla sulla Vergine mistica, – che è contemporaneamente nostra madre ed il mare ermetico,8 – annuncia il concepimento e non è altro che il riflesso dell’altra che precede il miracoloso avvento del Figlio. Perché se la Vergine celeste è chiamata anche « stella matutina », stella del mattino;9 se si può contemplare su di lei lo splendore d’un segno divino; se la riconoscenza per questa sorgente di grazie procura gioia al cuore dell’artista; non si tratta, pero, che d’una semplice immagine riflessa dallo specchio della Saggezza. Questa stella visibile ma inafferrabile, malgrado la sua importanza ed il posto che occupa nelle opere di vari autori, attesta la realtà dell’altra, di quella che incorona alla nascita il Bimbo divino.

San Crisostomo ci fa sapere che il segno che condusse i Magi alla grotta di Betlemme, prima di sparire, si posò sul capo del Salvatore e lo circondò d’un’apoteosi di luce. >>

L’esagramma è fra i simboli, quello che piace a molti riferire al sigillo di Salomone. Ma è anche il segno che gli alchimisti vagheggiano di “vedere” per rincuorarsi sulla buona condotta delle fasi dell’opera da loro intrapresa. È il segno della Stella dei Saggi o chiamata in altri modi. Il simbolo di questo segno racchiude in sé i quattro elementi della materia, il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra, come si vede nell’illustr. 31. Detto questo non si creda che siano apparse in realtà, a me per primo, le due stelle per far capire che l’opera alchemica in relazione alle cose della piramide di Cheope, è così giunta al termine. Non è così anche perché, rientrando nel tema in corso per dar luogo alla fase del giudizio di Maat, non abbiamo ancora sfiorato la spiaggia del “lago della verità” e i 42 giudici che dovranno dare il loro benestare. Tuttavia la prima stella, quella del pentagramma, che fa da guida al viandante, l’abbiamo già veduta per via geometrica, poiché la lemniscata della chiave di Iside ce l’ha mostrata con l’illustr. 30. Quindi stiamo procedendo sotto la sua protezione, come se avessimo la sua Ankh nella nostra mano. Ma la fulgida stella di Salomone non è tanto lontana dall’essere notata.

 

15. La perfezione e i suoi numeri in Maàt

15.1 Importanza del numero sette nella Bibbia

Il numero sette è decisamente importante nella Bibbia, esso è il simbolo di Dio e della Sua perfezione e completezza. Fin dal racconto della creazione con cui si apre il Sacro Libro, si nota come il settimo giorno di riposo, carico della benedizione divina, sia dato come un sigillo alla creazione stessa. In Egitto vi furono, al tempo di Giuseppe, sette anni di abbondanza, seguito da sette anni di carestia.

Quando Gerico fu conquistata dagli Israeliti, dopo l’esodo, il popolo e sette sacerdoti, che portavano sette trombe, marciarono intorno alla città per sette giorni consecutivi; il settimo giorno marciaronointornon alla città per sette volte. Ogni sette anni la terra in Palestina non doveva essere coltivata (il settimo anno era chiamato appunto “anno sabatico” perché la terra veniva fatta riposare) e, dopo sette cicli di sette anni, il cinquantesimo anno era un giubileo. Naaman, generale del re di Siria, che andò a consultare il profeta Eliseo a causa del fatto che era malato di lebbra, fu da questi mandato a bagnarsi nel fiume Giordano per sette volte. Salomone impiegò sette anni a costruire il tempio all’Eterno e, alla sua inaugurazione, indisse una festa che durò sette giorni.

Nell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, tutto si svolge attorno a questo numero: sette chiese, sette candelabri, sette suggelli, sette trombe, sette coppe, sette stelle, sette spiriti.

Ma è stato detto in precedenza: «Senza Misura non ci sarebbe nè Giustizia, nè Verità, nè Equilibrio, nè Armonia e nè Centralità. Insomma senza la Misura non sarebbe esistito il “Maàt”. Il “Maàt” rappresentava anche il supremo ordine cosmico di perfezione ed equilibrio, attributi già ampiamente esaminati. », Dunque il numero sette, a ben ragione, può valere anche per Maàt, infatti questo numero raddoppiato compare nel Papiro di Hunefer per il giudizio dei defunti dell’illustr, 32. Come a suggerire che il sette presiede alla misura di Maàt: infatti nel papiro dell’illustr. 32 il sette trova relazione con i 7 colorati in bianco che è anche il colore di Osiride e del piedistallo della bilancia. Ma è anche il colore della comparsa della fase cosiddetta al Bianco, Albedo. Ecco che si comincia a capire come va visto il rettangolo ricercato di Maat, cioè deve poter mostrare una proprietà geometrica che fa rivelare addirittura il numero 14.

Ora, per prima cosa comincio a mostrare la geometria del rettangolo Maat.

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15.2 Il rettangolo di Maat che si rivela con le due curve del “cobra”

Strada facendo si è capito in che modo si può rintracciare il rettangolo di misura di Maat, avendo fatto ricorso alla curva generatrice di poligoni stellati, assimilato al serpente cobra. Perciò, con illustr. 33, vediamo all’opera questa curva mostrata in coppia con un’altra simmetrica in grado di generare direttrici relative ad un poligono stellato con 14 punte. A questo punto si presentano due casi di rettangoli di Maat, uno ideale relativo ad una raggiera di 14 direzioni poste con ogni 360°/14, e l’altro approssimato poiché, come si sa dalla scuola che il cerchio non si può dividere in sette o 14 parti in modo preciso. Nel nostro caso si fa conto che sia buono far coincidere il lato DC con la tangente alle due curve, – mettiamo – nel punto P che è molto prossimo alla direzione ideale OF. Il lato opposto, segnato in modo simmetrico ha i suoi limiti A e B sulle due curve.

Facendo i calcoli di verifica in merito, in relazione all’angolo POM segnato in rosso, ossia $ dell’abaco del capitolo 16.6, l’angolo di tangenza 6 si calcola con questa formula:

δ = arctan 3 cotan (0 / 3)

per ϑ = (2/7) 360° = 102,8571429…°

δ = arctan 3 cotan 102,8571429…°/3 = 77,19627377…°, che è l’angolo FPD, quindi l’angolo interessato è FPC che dovrebbe essere eguale a ϑ ma non lo è in effetti.

Infatti è invece 180°-77,19627377…°= 102,8037262…° ≠ a 102,8571429…°, ma è comunque l’approssimazione richiesta.

 

15.3 Il Maat dei 14 Giudici

Esserci approssimati alle due curve del “cobra”, volendo correlarci all’Alchimia significa esserci approssimati alla fine dell’Opera del Nigredo per poter poi sperimentare l’entrata all’Opera al Bianco. Il papiro di Hunfer dell’illustr. 34 ce lo dice. Mentre la comparsa dei 42 giudici di Maat comporta il consenso di “perfezione” del neofita, un fatto che si risolve con la fase alchemica dell’Opera al Bianco, ossia dell’Albedo. L’illustr. 34 mostra chiaramente come si risolve geometricamente la comparsa dei 14 Giudici, facendo apparire una sorta di ruota a palette di un’ideale ventola. Di qui il rimando all’effetto del Fuoco di Ruota della Grande Piramide del “bagno di Meti” alchemico (Il “fuoco di ruota” dell’illustr. 15,). Il rettangolo di Maat è il mercurio filosofico, non va dimenticato, ossia è la materia mercuriale che è continuamente in cottura nell’Atanor che, nel nostro caso, è la Grande Piramide. A questo punto dobbiamo aspettarci la nascita del figlio Horus di Osiride e Iside, ma è il segno della stella che lo deve annunciare, ossia l’esagramma come ci avvisa il maestro di alchimia Fulcanelli.

 

15.4 La comparsa dell’esagramma e poi dei 42 Giudici di Maat

Questa è una sorpresa per chi ha sempre tentato di arrampicarsi sugli specchi, per cercare di scoprire l’arcano di Maat; ed è grave non aver pensato come legare il rettangolo del “lago della verità”, sia con i 14 Giudici ben rappresentati con papiro di Hunefer, sia con i 42 Giudici di un altro papiro abbastanza noto che ora farò vedere.

Ora mostrerò l’arcano dell’astro seguito dai magi d’oriente per approssimarsi alla capanna di Gesù, che nel nostro caso è di Horus.

Nessuno sa quando la stella compare, ma l’alchista pazientemente aspetta scrutando il cielo, e ad un tratto finalmente essa compare per premiarlo, e così avviene per il neofita nel “lago della verità” di Maàt. L’illustr 35 ce la mostra indicando la direzione da seguire, quella del raggio OKY. Ma è sufficiente per far apparire anche i 42 Giudici dai quali il neofita si aspetta la benedizione?

Tuttavia è vero pure che è la stessa dea Maàt a darcene conferma con la sua penna che sfiora la suddetta direzione OKY. Di qui, si scopre l’arcano del rettangolo con lei che vi fa capolino!

Così si spiega il geroglifico di Maàt, col rettangolo da cui fa capolino la dea, quello espresso nel papiro della regina Kamara, conservato nel Museo del Cairo10 mostrato con l’illustr. 36.

Infatti è così, ammirando il gioco della giostra dei divertimenti organizzato dai 42 Giudici Maàt, giusto la garanzia del papiro di Enfankh dell’illustr. 37. Nell’illustr. 38 conta la direzione OY indicata dalla stella dell’esagramma, perché si inizia da qui rintracciando l’intersezione col cerchio esterno. Poi si cominciano a tracciare, una dopo l’altra, le corde di tangenza col cerchio interno (che era dell’esagramma), fino a intersecare dall’altro lato il cerchio esterno. Di qui, con l’illustr. 38, inizia la girandola geometrica con lo stesso procedimento per altre 41 volte e il gioco geometrico è fatto, contenti tutti!

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16. I rotolatori del sole

16.1 Le pietre ermetiche del lago di Maat

Come, più di ogni altro modo, si rivela la divina Maat in relazione alla edificazione Grande Piramide? In tutto ciò che finora è stato esaminato in termini geometrici e particolarmente quando è apparsa la stella a sei punte nel suo “lago della verità”, quello dell’illustr. 35? La risposta ce la offre il disegno che ho fatto di questo “lago”, sulle cui acque mercuriali è come se galleggiassero tante pietre cubiche viste in assonometria isometrica. Ognuna di esse rivela il segno della stella suddetta, come si può vedere. Quando si stava erigendo la Grande Piramide furono disposte in altro modo, ma non si poteva fare diversamente, ogni pietra andava posta come si vede nell’illustr. 41 e che io ho delimitato entro il rettagolo di Maat.

Ma la riflessione che ora sto imbastendo mi porta il pensiero al lavoro di tutti gli alchimisti, poiché sappiamo che l’Alchimia di Trismegisto è nata in Egitto. 

La materia che essi devono lavorare è proprio quella per portare a perfezione, pietra su pietra perché diventi come il “lago della verità” dell’illustr. 39, per ottenere poi l’approvazione dei 42 Giudici di Maat. E se in effetti, le pietre cubiche non potevano essere rotolate nel cantiere edile allestito per erigere la Piramide di Cheope, per simulare il lavoro suggerito dallo scarabeo sacro, il Rotolatore del Sole (illustr. 40), tuttavia assumendo forme esagonali (come quelle del lago di Maat) allora la cosa è concepibile. Ma è un modo di dire poiché si tratta di un lavoro di natura eterica la cui spiegazione è stata già esaminata nel capitolo 10 del Fuoco di Ruota.

E vale ancora di più ora, ciò che ho già detto sul Mare dei Filosofi di Fulcanelli in precedenza: «La donna adatta alla pietra e che con essa si deve unire è quella fontana d’acqua viva, la cui sorgente, totalmente celeste, che ha il suo centro in particolare nel sole e nella luna, produce questo chiaro e prezioso ruscello dei Saggi, che si versa nel mare dei filosofi che, a sua volta, circonda tutto il mondo.». Quindi non senza ragione, questa divina fontana, è chiamata da questo autore femmina della pietra; alcuni l’hanno anche rappresentata sotto le spoglie d’una ninfa celeste; alcuni altri le hanno dato il nome della casta Diana, la cui purezza e verginità non è macchiata dal legame spirituale che l’unisce alla pietra. Ed è in questo ideale bacile che si raccoglie, la virtù, posseduta dal mercurio o luna dei saggi, capace di captare, a mano a mano che viene prodotta durante l’immersione o il bagno del re, la tintura che questi abbandona e che la madre conserverà nel suo seno per il tempo richiesto. Si tratta del Graal, che contiene il vino eucaristico, liquore di fuoco spirituale, liquore vegetativo, vivente e vivificante introdotto nelle cose materiali. E si capisce anche ora il senso del tempo richiesto, il cui scadere è dettato dall’apparizione della stella esagramma. Ma a questo punto si chiariscono molte cose in merito ai colori dei 14 Giudici di Maat del papiro dell’illustr. 32 e per la fase progressa dei 42 Giudici di Maàt del papiro dell’illustr. 37. In entrambi i casi i colori sono il verde, il rosso e il bianco che non si distinguono bene nel secondo papiro che è di Enfankh, mentre il primo è di Hunefer.

16.2 I colori dei Giudici di Maàt

Traggo queste citazioni dal libro Divo Sole: La teurgia solare dell’alchimia, a cura di Alessandro Boella, Antonella Galli, Edizioni Mediterranee.

Scrive Fulcanelli: «Catturate un raggio di Sole, condensatelo in una forma sostanziale, nutrite di fuoco elementare questo fuoco spirituale, e avrete il più grande tesoro di questo mondo.».

Nei trattati La tintura dell’oro o il vero oro potabile e Dei nuovi forni filosofici (quarta parte) Johann Rudolph Glauber menziona il fatto di poter trasformare i raggi del Sole in una sostanza mercuriale e corporea, per mezzo di un certo strumento che li raccoglie (uno specchio concavo11 o una lente) e parla di fissazioni e calcinazioni di minerali e di fusioni di metalli realizzati grazie al calore del Sole concentrato tramite specchi concavi12 o lenti, di cui dà diversi metodi di costruzione.

Friedrich herbort (1764-1833), ermetista e discepolo di Echartshausen, dichiara nel trattato Compendium hermeticum:

«L’acqua di sale della materia prima è il magnete che attira abbondantemente i raggi solari; grazie alla sua azione essi possono coagularsi così fortemente, che si forma come un carbone incandescente: se si tiene questa prima acqua di sale racchiusa in una sfera di vetro e vi fanno concentrare i raggi del Sole, essa diventa a poco a poco rossa e si può trarne la polvere solare rossa o zolfo di Aphar, la terra secca.

[…] La terra pura necessaria alla nostra Opera deve essere davvero limpida come il cristallo; non ha nulla in comune con alcunché, tranne il puro etere vitale; essa lo attira a sé e il suo agire la ingravida. Gli Antichi chiamavano questa terra magnetica e cristallina nitrum et uitrum. Per Pitagora essa era fissazione dei raggi del Sole. Gli ermetisti chiamavano questa fissazione dei raggi solari Sigillo di Ermete, perché la luce inestensione si concentrava nell’Opera e l’ha, per così dire, sigillata».

I raggi che discendono dal Sole portano con sé lo zolfo solare, il Fuoco Divino. Al contatto con i raggi lunari questi raggi si cristallizzano. I raggi solari sono così toccati dalle emanazioni che risalgono dalla superficie terrestre e sono poi ancora cristallizzati in una sostanza parzialmente tangibile, solubile in acqua pura. La cristallizazione dei raggi solari e lunari in acqua (rugiada) produce terra vergine: una sostanza pura, invisibile, incontaminata da sostanze materiali. Quando i cristalli di terra vergine sono bagnati, appaiono verdi; quando sono asciutti, bianchi.

Nella Chiave della Grande Opera o Lettere di Sancelrien Tourangeau à Madame L.D.L.B., si afferma che la produzione vegetale può essere enormemente accresciuta «grazie alla nostra medicina, che è Sole terrestre, che diffonde senza sosta i suoi fertili raggi dal centro alla circonferenza, e che fortifica a tal punto la natura dei misti e che essi superano in vigore lo stato normale a ogni produzione.

[…] Questa terra e quest’acqua preparate non sono altro che il primo e il secondo Cielo magico, l’oro superiore e inferiore, che essendo uniti tutti e due insieme, in quanto principio di tutti i misti sono la prima esistenza dell’oro valgare […].

Nel paragrafo dedicato alle virtù della Pietra è detto che tramite questo microcosmo si può vedere tutto ciò che è nel macrocosmo. I Filosofi possono vedervi come in uno specchio tutte le cose future; grazie a questa scienza divina, e soprattutto all’elisir al rosso, i Filosofi si sono innalzati al di sopra degli uomini, poiché hanno conosciuto le cose accadute fin dalla creazione del mondo e visto quel che deve accadere fino alla fine. Ed ancora sui colori:

A pag. 25 del libro Le Dimore Filosofali di Fulcanelli, viene spiegato il regime dei colori in alchimia condensato in un motto di un cassettone della galleria alta del Castello di Dampierre-Sur-Boutonne:

.NVTRI.ETIAM.RESPONSA.FERVNTVR.

La descrizione è questa:
“Quattro fiori sbocciati e eretti sui loro steli sono in contatto con la lama affilata di una sciabola”. Che vuol dire: Sviluppa in tal modo gli oracoli annunciati.

Questi oracoli, in numero di quattro – dice Fulcanelli – , corrispondono ai quattro fiori o colori che si manifestano durante l’evoluzione del Rebis e mostrano così esteriormente, all’alchimista, le fasi successive del lavorio interno. Queste fasi, diversamente colorate, hanno il nome di Regimi o di Regni. Ordinariamente se ne contano sette.

Ad ogni regime i filosofi hanno attribuito una delle dibinità superiori dell’Olimpo, ed anche uno di pianeti celesti la cui influenza si esercita parallelamente alla loro, nel medesimo tempo della dominazione. […] Al regno di Mercurio (Hermes, base, fondamento), primo stadio dell’Opera, succede quello di Saturno (Chronos, il vegliardo, il folle); poi Giove governa in seguito (Zeus, unione, matrimonio), poi Diana (Artemide, intero, completo), o la Luna, la cui veste scintillante è a volte tessuta da capelli bianchi, a volte da cristalli di neve; Venere, votata al verde (Afrodite, bellezza, grazie), eredita allora il trono, però Marte la caccia ben presto (Ares, adatto, fissato), e questo principe bellicoso, dalle vesti macchiate di sangue coagulato, è egli stesso rovesciato da Apollo (il trionfatore), il Sole del Magistero, imperatore vestito di lucentezza scarlatta, la quale stabilisce definitivamente la sua sovranità e la sua potenza sulle rovine dei suoi predecessori.

Alcuni autori, assimilando le fasi colorate della colorazione ai sette giorni della creazione, hanno designato il lavoro intero attraverso l’espressione Hebdomas hebdomadum, la Settimana delle settimane, o semplicemente la Grande Settimana, per il fatto che l’alchimista deve seguire quanto più strettamente, nella sua realizzazione microcosmica, tutte le circostanze che accompagnarono la Grande Opera del Creatore.

Alcuni autori, assimilando le fasi colorate della cottura ai sette giorni della creazione, hanno indicato l’intero lavoro con l’espressione Hendomas hedbomadum, la Settimana delle settimane, o semplicemente la Grande Settimana perché l’alchimista deve seguire assai dappresso, nella sua realizzazione microcosmica, tutte le circostanze che accompagnarono la Grande opera del Creatore.

Ma questi vari regimi sono più o meno liberi e variano molto, sia per la durata che per intensità. Così i maestri si sono limitati si sono limitati a segnalare solo quattro colori, essenziali e preponderanti, perché essi sono i più netti e più durevoli degli altri, e cioè: il nero, il bianco, il giallo o citrino ed il rosso. Questi quattro fiori del giardino ermetico devono essere tagliati uno dopo l’altro, seguendo l’ordine ed alla fine della fioritura, cosa che spiega la presenza dell’arma del nostro bassorilievo. Compiendo questo lavoro, bisogna temere di affrettarsi troppo e, ciò facendo, d’oltrepassare i gradi di fuoco richiesti dal regime i quel momento, nella vana speranza d’abbreviare il tempo, talvolta assai lungo. […].

16.3 Il geroglifico di Maat nei cartigli dei faraoni

Entriamo ancora di più nell’antica dialettica egizia per ottenere la prova di aver ben percorso la via dei geroglifici per interpretare il senso che nell’antico periodo egizio si aveva di Maat.

Torna utile farsi un’idea dell’insieme di cartigli relativi ad alcuni faraoni, sopra mostrati, che ho tratto dalla pag 28 di un libro già consultato in precedenza, “Come leggere i Geroglifici egizi” di Mark Collier e Bill Manley, Edizione Giunti.

Ed entrando nel particolare della suddetta serie, riesaminiamo il cartiglio del faraone Thutmosi III già passato al vaglio con l’illustr. 22 (capitolo 17) e che mostro di lato ingrandito.

Qui il primo segno indica il sole (pronuncia rv) è ra o re (il dio Re o Ra). Il secondo segno (pronuncia mn) è men, ossia stabilito, fissato. Il terzo segno è il noto scarabeo (pronuncia hpr) che sta per kheper ossia essere vivente/forma.

Questi significati sono stati tratti alle pagine 28 e 29 del libro prima citato. Ora quel che maggiormente interessa approfondire è il secondo segno che è formato dal noto rettangolo da me attribuito a Maat, ma non se aveva la certezza.

Però, la giustapposizione è riposta nel suo significato, ossia stabilito/fissato che combacia con il parallelo alchemico della fase di “Fissazione”, riconosciuta relativa al “lago della verità” di Maat, dove effettivamente, avviene questo processo di trasmutazione alchemica. In più notandosi sul rettangolo in visione, giusto sette raggi che sporgono superiormente, il passo è brevissimo per attribuirli alle sette fasi di Sublimazione alchemiche, ovvero alla Fissazione graduale che avviene sette volte, come è risaputo, ormai con certezza.

 

17. Il rotolatore del Sole nell’Alchimia

Prima di riprendere la tematica sulla Stele d’Inventario in sospeso all’inizio del saggio, non resta che comprendere appieno i nessi alchemici che legano la materia prima dei Filosofi al mitico Rotolatore del Sole, lo scarabeo sacro egizio che rotola la palla di escrementi.

Fulcanelli fornisce una descrizione dettagliata del minerale in questione associandola ad una delle vie seguite dagli alchimisti per conseguire la pietra filosofale, la Via secca relativamente rapida da seguire ma molto rischiosa (Les Demeures Philosophales, A Paris, chez Jean-Jacques Pauvert, 1965).13 La Via secca è seguita dalla maggioranza degli Alchimisti che pure l’hanno velata sotto le descrizioni della Via Umida. Le tappe e le elaborazioni principali delle due vie naturalmente coincidono; ciò che essenzialmente cambia sono le sostanze chimiche di partenza che vengono utilizzate.

«Tutti i minerali, secondo la voce ermetica, gli hanno apportato l’omaggio del loro nome. Lo si chiama ancora drago nero coperto di squame, serpente velenoso, figlia di Saturno, la più amata dei suoi bambini. Questa sostanza primitiva ha visto la sua evoluzione interrotta dall’interposizione e dalla penetrazione di uno zolfo infetto e combustibile che ne appesantisce il puro mercurio, lo trattiene e lo coagula. E, sebbene sia interamente volatile, questo mercurio primitivo, corporificato sotto l’azione essiccante dello zolfo arsenicale, assume l’aspetto di una massa solida, nera, densa, fibrosa, fragile e friabile, che la sua poca utilità rende meschina, abietta e disprezzabile agli occhi degli uomini. In questo soggetto, – parente povero della famiglia dei metalli, – l’artista illuminato trova tuttavia tutto quanto di cui necessita per cominciare e finire il suo grandioso lavoro, perché, dicono gli autori, entra all’inizio, a meta’ ed alla fine dell’Opera.»

«È la ragione per la quale hanno rappresentato simbolicamente la loro materia, nella sua forma primitiva, con la figura del mondo che contiene in se i materiali del nostro globo ermetico o microcosmo, raccolti senza ordine, senza forma, senza ritmo né misura.»14

 

18. La geometria cheopiana della Stele d’inventario

E finalmente siamo giunti in porto per occuparci in modo confacente della Stele d’Inventario di Giza. Tutto ciò che occorre per rapportarla alla Grande Piramide è stato posto in bella mostra e siamo perciò all’anteprima della fase d’indagine geometrica.

Per cominciare ho disegnato la Stele (illustr. 42) nelle medesime proporzioni della foto dell’illustr. 1, mostrata all’inizio, indicando con lettere i suoi punti salienti. Il tutto poi sarà oggetto di un nuovo grafico che porrà in mostra i chiari segni dello stesso disegno elaborato all’inizio con l’illustr. 2, cioè la piramide posta su una parabola. Per l’esecuzione della geometria derivante dalla Stele egizia sono fondamentali le linee intermedie della lapide, ossia MM’, NN’, Q,Q’ ed R,R’ e vedremo come.

Con l’illustr. 43 vediamo inserita la lemniscata di Bernoulli che è generatrice della chiave d’Iside, ossia l’Ankh. Di questo se ne è parlato nel capitolo 5, La via della geometria sui poteri attribuiti alla dea Isidt.

Non c’è altro modo per provare l’autenticità della Stele in trattazione, poiché se la piana di Giza con la Sfinge e la Grande Piramide, erano dedicati dalla dea Iside, come essa attesta, di certo essa rivelerà con la sua “chiave” la geometria rivelatrice che ci si aspetta.

L’illustr. 12 e 13 del capitolo 5 menzionato, dimostra infatti la proprietà della leminiscata di generare la geometria della piramide di Cheope informata alla sezione aurea. E infatti vediamo con l’illustr. 43, che il rettangolo ABCD che ricalca la sagoma della Stele, è anch’esso proporzionato per dar luogo a due piramidi di Cheope poste in modo speculare fra loro: quella in alto è il triangolo isoscele di altezza OL e di lato OP generato dal vettore OP della lemniscata. Con l’illustr. 43 si dimostra che è il semilato di base della piramide anzidetta. Vi consegue anche che intradosso EG della cornice della Stele, rispetto al centro O, è tangente al cerchio (blu) che passa per P e P’. E adesso vediamo la funzione dei tratti interni alla cornice suddetta EGIH, ossia MM’, NN’, QQ’ ed RR’, che saranno posti in relazione con la lemniscata di Bernoulli. Si tratta della generazione della sagoma della piramide di Cheope (in verde) che sarà determinata tramite, il vertice L’ e i due estremi di base L” ed L”’, con il cerchio (blu) passante per U e U’ della lemniscata. Tracciando poi il cerchio (blu) passante per i punti T e T’ della lemniscata, notiamo che è tangente ai lati inclinati della piramide anzidetta L’L’L”’. Questo cerchio poi rintraccia il fondo della parabola nel punto V’. Non ho evidenziato che il centro O della Stele è anche il fuoco della piramide e che naturalmente individua anche il centro della Camera della Regina. Infine resta da individuare il percorso energetico dell Zed (in rosso) che si ottiene con il tratto NN’ che interseca la lemniscata nei punti J e J’. Ma il percorso del circuito energetico è segnalato da diverse punti nodali evidenziati nel grafico appena esaminato.

 

19. Conclusioni sulla Stele d’inventario di Giza e il segno vincente della chiave Iside

La Stele d’Inventario di Giza risalente al 1500 a.C., in cui si rivela una trama geometrica di una matematica nota solo 3200 anni dopo, pone la domanda se gli antichi egizi, che realizzarono questo reperto, non senza a priori l’edificazione della Grande Piramide, conoscessero la matematica e conseguentemente la geometria che io vi ho fatto derivare con questo studio? La ragione non può che far affermare che non dovevano conoscerla se non nei termini che sappiamo in base alle ricerche storiche, per esempio tramite i reperti del papiro di Rhind e di Mosca in cui si evidenziava il carattere pratico delle discipline scientifiche. Infatti sappiamo quanto empirismo si rivelavano in questi antichi documenti, pur riconoscendo notevole il saper usare le frazioni, le radici quadrate e determinare la superficie e l’area di molti solidi (tra cui, appunto, le piramidi), ma però, senza dimostrazioni per i procedimenti che usavano.

Tuttavia il resoconto del presente studio dimostra invece che gli antichi egizi avevano le idee chiare sulla matematica di millenni più avanti del loro tempo, come si spiega? L’unico modo per darvi spiegazione è chiederlo agli alchimisti, come il noto Fulcanelli del quale il presente saggio è ricco di citazioni in stretta relazione alle concezioni fatte sui geroglifici egizi e principalmente sulla piramide di Cheope. Ed è vero pure che nelle locuzioni di Fulcanelli non compare mai alcuna spiegazione riferentesi alla matematica e geometria, così come io ho fatto in questo studio, sia con i reperti egizi antichi, sia con l’alchimia. Nè posso fare la parte di un alchimista, non avendone la statura ma solo una certa conoscenza, e se in qualche caso ho commesso delle manchevolezze, chiedo scusa agli alchimisti dei quali ho preso a prestito i loro detti.

È chiaro a questo punto che la scienza matematica scorre invisibile, “guidandoli”, nel pensiero eterico in relazione alle facoltà extrasensoriali degli alchimisti e così dovette essere anche per gli antichi sacerdoti egizi. Potremmo arguire, senza sbagliare che la “guida” fondamentale in questione non poteva essere che l’antica chiave di Iside che è servita egregiamente a decifrare la Stele d’Inventario di Giza. E non ci si sbaglia a capire che la stessa chiave si è poi disposta, con l’avvento del Cristianesimo, a rivelarsi prodigiosa con la Croce cristica, tant’è che essa si è rivelata vincitrice con il detto «In hoc signo vinces». È la storica frase latina, dal significato letterale: “con questo segno vincerai”, traduzione del greco év todtw vÌKa (letteralmente: “con questo vinci”). La comparsa in cielo di questa scritta accanto a una croce sarebbe uno dei segni prodigiosi che avrebbero preceduto la battaglia di Ponte Milvio, vinta da Costantino imperatore di Roma.

In quanto al titolo di questo scritto, si sarà capito perché la Stele d’Inventario è la sindone della Grande Piramide. Cioè, come la Sacra Sindone, che tutti conoscono, è il lenzuolo che reca l’impronta del corpo martoriato di Gesù, deposto nella tomba dopo la sua crocifissione sul Golgota, così la pietra (che fa da “lenzuolo”) della Stele reca l’impronta geometrica della piramide di Cheope.

 

Brescia, 23 maggio 2017

 

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NOTE

1  http://storia-controstoria.org/antiche-culture/la-sfinge-e-la-stele-di-inventario/
2  Sito Internet http://www.hbm-
italia.it/custserv/SEURLF/ASP/SFS/ID.813/MM.4.36.34/SFE/techarticles.htm
3  Mare ripurgato e mare ermetico (Le Dimore Filosofali, vol.II, pag.126):
In greco, ermellino si dice novxiKÓq, parola che deriva da nóuixoq o nóuixioq, il precipizio, l’abisso, il mare, l’oceano; cioè l’acqua pontica dei filosofi, il nostro mercurio, il mare purgato due volte col suo zolfo, e talvolta semplicemente l’eau de notre mer che dev’esser letto eau de notre mère, cioè l’acqua della materia primitiva e caotica chiamata soggetto dei saggi. I maestri ci insegnano che il loro mercurio secondo, quest’acqua pontica di cui stiamo parlando, è un’acqua permanente, che, contrariamente ai corpi liquidi “non bagna le mani” ed è la loro sorgente che cola nel mare ermetico. Essi dicono che per ottenerla bisogna percuotere tre volte la roccia, per estrarne l’onda pura mescolata all’acqua grossolana e solidificata, in genere raffigurata da blocchi rocciosi emergenti dall’oceano. Il vocabolo nóuixioq esprime in particolare tutto ciò che vive nel mare.
4  http://www.mimesis.info/4_2.html
5  Passo tratto da Intretiens sur le Sciences del Conte de Gabalis. Da Le Dimore Filosofali di Fulcanelli a p. 22. Edizioni Mediterranee.
6  https: //it .wikipedia.org/wiki/Maat
7 https://beautiful41.wordpress.com/2011/01/06/lorigine-della-misura-e-lorigine-del-maat-giustizia-ed-amore-cosmico-ancora-akhenaten/
8  In francese mère (madre) e mer (mare) si pronunciano allo stesso modo e sono dello stesso genere. Quindi notre mère (nostra madre), secondo la cabala fonetica, ha il significato di «nostro mare» (N.d.T.).
9  La stella del mattino è detta anche “Lucifero” che era il simbolo della “pietra angolare”-. « La pietra che i costruttori hanno scartata, scrive Amyraut (vedi: La Croix avant Jésus-Christ, Paris V. Retaux, 1894), è diventata la pietra maestra d’angolo, sulla quale si basa tutta la struttura dell’edificio; ma essa è anche un ostacolo e pietra della scandalo, contro la quale essi si scagliano andando incontro alla propria rovina. »
10  È quando riferisce il dr. Vasile Droj nel suo articolo di cui al link http://www.universology.com/sarcomaat.html
11  La parabola della piramide di Cheope.
12  La parabola della piramide di Cheope.
13  http://tpissarro.com/alquimia/valquimi-i.htm
14  http://www.tpissarro.com/alquimia/materie-i.htm

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