di Sandro Boccia

L’ACCECAMENTO DI POLIFEMO

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Quando sorse il mattino il Ciclope accese il fuoco, munse gli animali
e sbrigate tutte le faccende, ghermì e divorò altri due compagni;
rimosso il gran macigno spinse fuori le greggi, chiuse la grotta tra i lagni
dei Greci e Ulisse, chiamando a raccolta tutti i suoi pensieri meditava, con i sali
della rabbia, la vendetta. Scorto un tronco d’ulivo, che il gigante voleva usare
come bastone, ne tagliò un pezzo di sei piedi, lo ripulì con estrema cura
sgrossandolo in punta e dopo averlo fatto arroventar sotto il letame
lo nascose. Quindi estrasse a sorte quattro compagni per aiutarlo a sollevare
il palo e cacciarlo nell’unico occhio del mostro una volta addormentato con usura.

Verso sera Polifemo, ch’era figlio del dio Nettuno, arrivò con tanta fame
tanto che, come al solito, divorò altri due Greci; tale circostanza spinse l’itacese
a farsi avanti per offrirgli una coppa di dolce vino fingendo con dignità lese
di volerlo impietosire per la propria sorte. Il mostro senza ringraziare prese la coppa
e tanto gli piacque lo squisito nettare da volerne ancora e con il vento in poppa
chiese il nome dell’eroe promettendo di dargli finalmente il sospirato dono ospitale.
Tre volte Ulisse gli riempì la coppa e quando s’avvide che i fumi del vino
l’avean preso disse di chiamarsi “Nessuno” (come la canzone di Mina), tale e quale,
pregandolo di consegnargli il regalo. Ma il figlio del dio del mare con animo furbino
gli rispose che sarebbe stato, come dono, l’ultimo degli Achivi ad esser divorato.
Ciò detto cadde supino, con il collo piegato sulla spalla, in preda, addormentato,
a un sonno profondo mentre dalla bocca gli usciva orrendamente vino, pezzi di carne
e orribili rutti. Allora Ulisse spinse subito il palo in mezzo alla bollente brace
per arroventarlo rincuorando i compagni, lo trasse dal fuoco, come sempre sagace,
e aiutato dai quattro lo conficcò nell’unico occhio del Ciclope, non con charme,
mentr’egli alzandosi in punta di piedi lo faceva ben roteare. E come un esser umano
lavora con il trapano un legno di nave, mentre gli altri tirano con mano
d’ambo i lati le cinghie di cuoio, così l’eroe fece girare l’infuocato palo
nell’occhio del Ciclope. Apocalitticamente il sangue sgorgava da ogni parte,

la pupilla bruciava, la palpebra e il ciglio distrutti come un tritacarte
e simil al fabbro che immerge nell’acqua fredda una scure per temprarla a calo,
così l’occhio strideva intorno al legno. A questo punto Polifemo cacciò un terribile
urlo,  facendo balzare i Greci indietro e mentre si cavava in maniera febbrile
il palo dalla cavità lanciandolo lontano, chiamò i Ciclopi a gran voce
che abitavan vicino ,e che accorsero chiedendo la causa di tante grida;
e Polifemo rispose che Nessuno con l’inganno lo stava per uccidere.
Loro risposero dato che alcun gli stava recando offesa, senza il peso della croce,
il mal che l’affliggeva proveniva da Zeus-Giove e quindi , prendendo a ridere,
lo consigliaron d’interessar suo padre dio del mare. Sì dicendo, tra l’orrende grida
del gigante, ritornaron nelle loro case mentre Ulisse rideva nel suo cuor in quanto
aveva ingannato Polifemo e i Ciclopi con un semplice nome: questo è quanto!

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vedi, nella sezione “mitologia”: