Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

L’alfa e l’omega del Gattopardo di Giuseppe Tomasi

di Gaetano Barbella

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Illustrazione 1: Lampedusa, Piazza Brignone. Monumento al Pescatore dello scultore Andrea Ascella.

Illustrazione 1: Lampedusa, Piazza Brignone.
Monumento al Pescatore dello scultore Andrea Ascella.

“Nunc in hora mortis nostrae. Amen”. Con questa frase inizia la lettura di un discusso libro di un autore che non ebbe la gioia di vederlo licenziato alle stampe e, con esso altre sue opere letterarie. 
Il libro si intitola “Il Gattopardo” e chi lo scrisse, fu Giuseppe Tomasi nel 1957. Il tema riguarda “una confessione autobiografica trasposta in forme storiche, un’amara visione della realtà politica e sociale della Sicilia e in genere della vita contemporanea proiettata in un passato che viene vagheggiato con elegiaca trepidazione, come un “tempo perduto” e insieme giudicato e ironizzato con caustico distacco”. Così, a campione, viene espresso il giudizio su quest’opera di uno dei tanti letterati di prestigio che l’apprezzarono in modo speciale, Arnaldo Bocelli (1900-1974).

Ma fu questo il giusto “Gattopardo” nella mente di Tomasi di Lampedusa, secondo i suoi intenti? 
Me lo sono chiesto intensamente preso per tutta la trama del libro in questione. 
Tuttavia mi è parso di rintracciare, negli intrecci della narrazione, invisibili slegamenti che avvertivo vagamente. E se volessi intravedervi una velata profezia riguardante l’Italia, della quale se ne descrive l’episodio del suo ri-nascere a nazione, ebbene, concluderei che forse sta nelle impercettibili sconnessioni, da me percepite nel racconto di Tomasi di Lampedusa, l’esito attuale del seguito della sua storia. 
Ma non voglio precorrere il mio pensare che poi nella conclusione mi ha permesso di dar valenza a quanto appena percepito non in modo incisivo. E per venirne a capo ho preso tutt’altra strada, lontano da quella seguita da Tomasi che è stata oggetto di interesse dei critici, una incerta “formula storica” suggerita agli “studenti”, insomma un testo da seguire, ma anche intrinsecamente una personale “formula psichica” riferibile al Tomasi. 
Perciò non mi ha riguardato tanto il tema storico e tanto meno al “formula” anzidetta, che ho considerato come un certo contenuto dentro un involucro corporeo e solo quest’ultimo mi ha attratto per focalizzare la presumibile sua testa e coda. Forse neanche era tanto incisivo in Tomasi l’argomentato “contenuto”, ma occorreva che ci fosse per lui, giusto un’illusoria anima per tenerlo in vita, giusto il concretizzarsi di un ben altro “contenuto” cui probabilmente egli mirava.
Alla frase dell’Ave Maria del libro in questione, preceduta da una data, “Maggio 1860” (il tempo, il maestro della vita, un certo filo di Arianna), c’è il suo seguito: “La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Dolorosi; …”, di qui, quasi a concepire in me l’idea di una certa “alfa” apocalittica cui mancava, però, la corrispondente “omega”. Ovvero un immaginario inizio di un misterico esito di tutte le cose della via quotidiana come potevano sembrare, per mezzo di un narratore, un peculiare “isolano”, in Giuseppe Tomasi che sembra incarnarsi in me nel pensiero vagante del momento.

Proprio perché occorreva che fosse così ed esplorare la vera anima di Giuseppe Tomasi, forse nelle invisibili intercapedini delle sconnessioni vagamente avvertite.
Quella frase dell’Ave Maria, sappiamo in realtà, che non è la conclusione della relativa decima preghiera per dire che il Rosario si è concluso, giusto perché occorre che sia recitato il Pater Noster. Ma per Tomasi dovette costituire emblematicamente una certa “fine” provvisoria cui egli intendeva riferirsi, come a esorcizzare una ricercato “fine”, appunto, ovvero una sua personale “omega” che rincorre una vagheggiata “alfa” in eterno conflitto fra loro e solo così i due sposi si illudono di congiungersi. 
Ma è lo stesso Principe di Salina a riconoscere l’impossibilità di una simile unione di cui ne aveva fatto l'”assaggio” da giovane con la sua Stella, ma cade nel peccato. È ciò che traspare nel brano del I capitolo: « “sono debole e non sostenuto da nessuno. Stella! si fa presto a dire! il Signore sa se la ho amata: ci siamo sposati a vent’anni. Ma lei adesso è troppo prepotente, troppo anziana anche.” Il senso di debolezza gli era passato. “Sono un uomo vigoroso ancora; e come fo ad accontentarmi di una donna che, a letto, si fa il segno della croce prima di ogni abbraccio, e che, dopo, nei momenti di maggiore emozione, non sa dire che: ‘Gesummaria!’ Quando ci siamo sposati, quando aveva sedici anni, tutto ciò mi esaltava; ma adesso… sette figli ho avuto da lei, sette; e non ho mai visto il suo ombelico. È giusto questo?” Gridava quasi, eccitato dalla sua eccentrica angoscia. “È giusto? Lo chiedo a voi tutti!” E si rivolgeva al portico della Catena. “La peccatrice è lei!” »

È senza dubbio un evento impossibile da ottenere, l'”omega” cui vorrebbe aggrapparsi. Ed allora, non è forse uno straordinario modo per di riferirsi alla “resurrezione dei morti”, fondamento del cristianesimo? 
Era questo che bramava l’esule Tomaso che forse immaginava di sé la triste fine in un micidiale ricordo senza esito incoraggiante? 
E quale se non quello del cane Benedicò nella mente di Concetta del suo libro, negli ultimi attimi del volgere alla relativa pagina finale? 
Poi “ tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida”, quella di chi, se non di Benedicò, appunto?

Che drammatica contrapposizione se si riflette sulle due frasi, due poli, inizio e fine del libro in questione! 
Ma nessuno ha mai tanto badato a questi due pilastri simili a quelli del tempio massonico, preso per una storia interposta a mo’ di corpo quasi estraneo al vero “Gattopardo” in Tomasi di Lapedusa. Ecco, a cosa potrebbe portare la promessa cristica della “ resurrezione dei morti” se non si trova modo di legare saldamente in qualche modo laicismo e clericalismo. Si rincorrono all’infinito e tutto sembra posto nelle mani fragili di una donna, una misterica Concetta, la quale si trova legata alla natura dell’esistente, dunque alla vita dei sensi, ma anche alla morte relativa. E il “ritorno al Padre”, come fu quello del Cristo apparso a Maria di Magdala all’indomani della sua morte di croce, è sospeso con l’esile filo della fede, così tenue da rischiare di recidersi senza lasciare almeno in tanti uomini e donne, almeno una visione, se pur fuggevole, nell’attimo fatale di una personale “terra” dell’approdo. 
A quel Mosè biblico fu concessa questa “visione” ma fu anche così e a suo modo, per i tanti Giuseppe Tomasi della storia che non si contano? 
Quando morì nel luglio del 1957 aveva in cantiere un secondo romanzo, “I gattini ciechi”; forse avrebbe aggiunto uno o più capitoli al suo “Gattopardo”. Ecco una certa “luce”, se pur scaturita dalla materia fisica, che egli cercava ma si sentiva “cieco” : il suo “cane” (Benedicò) era morto e gli restavano degli inutili “gattini” (la cecità) come scialuppe di salvataggio.
Ed ecco anche la risposta sull’esito della storia d’Italia dei nostri giorni. Si avvicendano governanti simili a “gattini ciechi”, ma quel che è peggio, è anche tutta l’Europa ad essere guidata da altrettanti “gattini ciechi”.
A conclusione appena avvenuta delle mie impressione sul Gattopardo di Tomasi, ho voluto confrontarmi con un articolo del web che mi è capitato ad hoc fra le mani e che mi ha illuminato. Quelle “intercapedini” cui faccio menzione nel suddetto scritto quando dico: « Tuttavia mi è parso di rintracciare, negli intrecci della narrazione, invisibili slegamenti difficili da estrapolare, nondimeno li avvertivo vagamente. », ad un tratto si sono colmate per farmi capire la “materia” di cui era composta.
Mi riferisco alla “Conversazione sul Romanzo ‘Il Gattopardo’ con il prof. Andrea Badalamenti”, pubblicato sul sito II Centro Culturale “Il Sentiero”, il 29 marzo 20141.

Ho sorvolato sugli intrecci della narrazione e il prof. Badalamenti mi è venuto in soccorso, quasi avesse sentito il mio richiamo. « Peccato, amore, destino: sono questi, […] i problemi fondamentali della vita dell’uomo che Guitton ci segnala » dice lui, e me li porge su un vassoio d’argento. Sono rintracciabili nella “capacità” di Giuseppe Tomasi di inserire quella “verità”, quella “misteriosa semenza” cui allude lo scrittore francese Jean Guitton del quale Badalamenti si avvale nell’introduzione della sua “conversazione” in questione.
Sorvolando sul peccato e l’amore, peraltro già sfiorati da me, resta la morte, la chiave ultima cui dar importanza secondo lui.
« La morte è desiderabile perché è la porta del mistero, è la condizione inevitabile da attraversare perché l’uomo comprenda fino in fondo il mistero che la vita stessa rappresenta. Ed è riconosciuta come la sola possibilità che l’uomo ha – paradossalmente – per sperare in una consistenza duratura, in una parola: per sperare nell’eternità:
“Don Fabrizio quella sensazione la conosceva da sempre. Erano decenni che sentiva come il fluido vitale, la facoltà di esistere, la vita insomma, e forse anche la volontà di continuare a vivere, andassero uscendo da lui lentamente ma continuamente, come i granellini si affollano e sfilano ad uno ad uno senza fretta e senza soste dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia. […] Questa sensazione non era per nulla sgradevole: era quella di un continuo, minutissimo sgretolamento della personalità congiunto al presagio vago del riedificarsi altrove di una personalità (grazie a Dio) meno cosciente ma più larga. Quei granellini di sabbia non andavano perduti, scomparivano ma si accumulavano chissà dove, per cementare una mole più duratura. ” Perciò l’apparente inconsistenza delle cose non costituisce l’ultima parola: il nichilismo non vince del tutto.
Esso è combattuto da un estremo sussulto di realismo, che riafferma il desiderio inestirpabile di durata, di eternità, di consistenza del reale che costituisce il cuore dell’uomo.
Ma è proprio questa la “misteriosa semenza” che Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha voluto inserire nella sua opera?
Qui sta tutto il rischio dell’interpretazione. ».

No, non c’è alcun rischio dell’interpretazione, perché per due strade diverse, la sua e la mia, si è giunti alla stessa conclusione. Veramente Giuseppe Tomasi ha voluto inserire nella sua opera la “misteriosa semenza”, giusto per costituire un supposto “corpo” di sé stesso da far risorgere contro l’oscuro disegno del nichilismo. Un corpo che i filosofi d’altri tempi e i massoni di ieri e di oggi intravedono in una pietra che chiamano “filosofale”, che poi dovrebbe essere la stessa della religione di Cristo ritenuta appunto “pietra d’inciampo”. Dovrebbero essere la stessa cosa, è vero, ma invece no perché non c’è intesa fra le due schiere. A Lampedusa però si potrebbe scoprire la verità su questa contesa che mi è parso di intravedere nel Gattopardo, fra laicismo e clericalismo.

Al centro della Piazza di Brignone c’è un monumento più che strano, direi emblematico, che è dedicato al “Pescatore”. Quest’opera scultorea fu completata nel 1990 e, curiosa coincidenza con il libro di Giuseppe Tomasi, Il Gattopardo dato alle stampe in modo postumo alla sua morte, anche qui l’inaugurazione avvenne nel 1991 ma lo scultore che l’ideò, il maestro Andrea Ascella, morì prima.

Che dire poi di questa composizione scultorea fatta con il marmo di Botticino dalla Fabbrica dei Fratelli Lombardi di Brescia?2 
Guarda altro caso, diversi fratelli uno dopo l’altro, prematuramente anche per essi la signora morte ha avuto la meglio, e non solo, analoga sorte è toccata, nell’ormai lontano 1993, alla loro fabbrica così rinomata in tutto il mondo. Una delle loro opere, la più significativa, è stata la realizzazione del monumento al Re Vittorio Emanuele II e Tomba al Milite Ignoto, sul Campidoglio romano. 
Come a legare in un ideale fascio le sorti di molte cose a cominciare da Tomasi di Lampedusa fino alla dea Roma che troneggia al centro del monumento romano appena menzionato. Come a ipotizzare che le sorti d’Italia si decidono qui a Lampedusa. Ma il monumento al “Pescatore” perché è emblematico? Perché non è fatto in un sol pezzo, ma in più componenti armoniosamente uniti fra loro, cosa che non appare tanto osservandolo. Vi intravedo una simbolica rete con tanti grossi pesci appena pescati da un lato, e dall’altro lato una singolare “pietra” in relazione a quella “filosofale” e l’altra “d’inciampo” in contesa argomentate in precedenza. Direi in più, i vari pezzi di cui è composta questa pietra, portano alla significazione di un modo diverso di comporre il suddetto argomentato fascio. Ironia della sorte la stessa ipotetica rete è come se preconizzasse tante altre a mo’ di barconi stracolmi di strani pesci umani, i migranti provenienti dall’Africa che sbarcano a Lampedusa senza sosta negli ultimi tempi.

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Brescia, 5 giugno 2014

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1  http://www.ilsentieropa.it/eventi/presentazione-libri/100-presentazione-libri-2014/398-presentazione-del-romanzo-il-gattopardo-di-giuseppe-tomasi-di-lampedusa.htm
2  https://www.tanogabo.it/Inviati_speciali/Botticino.htm

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vedi anche: Il Gattopardo

 

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