(revisione febbraio 2026)

Tra le figure più inquietanti della mitologia greca, Lamia occupa un posto particolare: non nasce come creatura mostruosa, ma come donna. Secondo la tradizione, era figlia di Belo, re di Libia, e la sua sorte fu segnata dall’amore di Zeus, dal quale ebbe numerosi figli.

Proprio questo legame, però, attirò su di lei l’ira di Era.
Gelosa e vendicativa, la moglie di Zeus avrebbe fatto morire i figli di Lamia, strangolandoli.
Il mito, in alcune versioni, salva una sola creatura: Scilla, destinata a diventare il celebre mostro dello stretto di Messina. Un dettaglio che rivela quanto le tradizioni antiche siano spesso stratificate e contraddittorie, capaci di far confluire in un’unica genealogia personaggi molto diversi tra loro.
Per Lamia, la perdita dei figli non fu soltanto una tragedia, ma una frattura definitiva. La donna si sarebbe rifugiata in una caverna e, consumata dal dolore e dalla follia, si trasformò in un essere mostruoso. Da quel momento, la sua storia assume i tratti tipici dell’incubo: Lamia diventa una creatura che invidia le madri felici e, spinta da un rancore senza fine, spia i loro bambini per rapirli.
Alcune testimonianze aggiungono un dettaglio ancora più crudele: Era avrebbe privato Lamia del sonno, condannandola a una veglia eterna. Zeus, in un gesto ambiguo, a metà tra compassione e magia, le avrebbe allora concesso un privilegio singolare: la possibilità di togliersi gli occhi e riporli in un vaso, così da poter finalmente riposare. Secondo questa leggenda, Lamia era pericolosa soltanto quando aveva gli occhi: quando ne era priva, non poteva nuocere.
Con il passare del tempo, il mito arricchì ulteriormente le sue capacità. Lamia, infatti, non era soltanto un mostro: poteva trasformarsi in animale o assumere l’aspetto di una donna bellissima. E non sempre compariva da sola: talvolta veniva descritta come una creatura plurale, presente in più esemplari (spesso tre), quasi fosse un’intera “specie” di demoni femminili.
In alcune tradizioni, le lamie vengono accostate alle Empuse, figure spettrali legate ai crocicchi e alle apparizioni notturne. Insieme, avrebbero adescato giovani uomini per sfinirli con rapporti sessuali e poi berne il sangue. È una rappresentazione che unisce erotismo e terrore, e che rivela una delle grandi paure del mondo antico: la donna predatrice, seducente e mortale, capace di rovesciare i ruoli tradizionali di potere.

Un elemento particolarmente interessante è l’intreccio tra mito greco e tradizioni nordafricane. In Libia, infatti, Lamia sarebbe stata identificata con Neith, divinità associata all’amore e alla guerra, e talvolta avvicinata anche ad Anatha e ad Atena. Secondo questa lettura, Lamia potrebbe essere il riflesso deformato di un’antica dea, il cui culto fu progressivamente soppresso dagli achei. In questo processo, una figura divina avrebbe perso la sua dignità religiosa per trasformarsi in uno spauracchio, utile a terrorizzare i bambini e a controllare il comportamento sociale.
Anche l’etimologia del nome ha alimentato interpretazioni suggestive. “Lamia” viene talvolta collegato a laimos, cioè “gola”, e a una radice che richiama l’ingordigia. Da qui deriverebbe l’idea di una creatura famelica e lasciva, definita non solo dalla violenza ma anche dal desiderio. Il suo volto orribile, in alcune ipotesi, sarebbe persino collegato alla maschera apotropaica della Gorgone, usata in contesti rituali e protettivi. Non manca, in questa prospettiva, una lettura più radicale: Lamia sarebbe stata associata a riti misterici in cui l’infanticidio aveva un ruolo simbolico o reale, una tesi controversa ma rivelatrice della complessità con cui questi miti sono stati interpretati.
Infine, anche la celebre leggenda degli occhi “rimovibili” potrebbe avere un’origine diversa da quella puramente narrativa. Secondo alcuni studiosi, essa potrebbe derivare da raffigurazioni della dea nell’atto di conferire a un eroe capacità divinatorie, offrendo un occhio come simbolo di visione oltre il mondo umano.
Così Lamia, nel corso dei secoli, ha smesso di essere soltanto una figura mitologica: è diventata un contenitore di paure, trasformazioni culturali e memorie religiose.
Regina, madre, mostro, demone notturno e spauracchio infantile: poche creature del mito greco mostrano in modo così evidente quanto una leggenda possa mutare, stratificarsi e sopravvivere reinventandosi.
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