Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

L’antica Norba Latina fu fondata dalla civiltà extraterrestre di ‘Norca’?

di Cinzia Palmacci

Prima di parlare della mia teoria sulla fondazione della città di Norba Latina (“Norca-Norba-attuale Norma”), per distinguerla da Norba Apula in Puglia fondata forse dalla stessa civiltà), e delle sue strutture megalitiche ad opera di civiltà extraterrestri che colonizzarono il pianeta Terra millenni fa, è opportuno riportare la storia di un contattista con un alieno “norcano”.
Questa introduzione è necessaria a dare supporto alla mia intuizione secondo la quale furono i norcani del pianeta Norca del sistema di Tau Ceti, a dare origine all’antica civiltà di Norba che poi prese il nome di Norma (“Norca-Norba-Norma”).

immagine tratta da: http://rune.galactic.to/norcacontact.html

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Un ingegnere meccanico quale Albert Coe, con una reputazione ottima sul lavoro, noto tra i colleghi per la sua sanità mentale, mai oggetto di ricovero in ospedali psichiatrici, nel caso in cui avesse voluto inventare di sana pianta una storia di contatti con extraterrestri, di sicuro si sarebbe accorto che gli sarebbe giunto solo forte nocumento dallo scrivere un saggio di quel tipo, in cui ogni aspetto sembra urlare a gran voce la propria non veridicità. 

Le motivazioni sono dunque da ricercare altrove e richiedono, in parallelo, la formulazione di alcune considerazioni approfondite sulla stessa vicenda. Nel corso dei vari incontri, Albert apprende da Zret (questo il nome dell’individuo extraterrestre), tutta una serie di informazioni che ricalca fortemente i vari resoconti dei contattisti degli anni Cinquanta e Sessanta: l’equilibrio dell’Universo (o semplicemente della Terra) è messo in pericolo dall’utilizzo inopinato che l’uomo fa delle tecnologie che acquisisce, per questo una razza di Fratelli dello Spazio (Venusiani, Norcani, Itibi Raiani, W56) si è dovuta attivare per avvisare l’uomo dell’imminente pericolo al fine di evitare conseguenze nefaste.

Ignorare queste testimonianze è certamente errato, così come è ugualmente sbagliato ascoltarle in maniera fideistica pensando che esse possano contenere dei messaggi di buoni maestri superiori che vogliono aiutarci nel nostro percorso.

Di conseguenza, solo la multidisciplinarietà, intesa come ricerca di informazioni da ogni ambito dello scibile (mitologia, antropologia, tradizioni, folklore, letteratura, fisica quantistica, demonologia, spiritualismo, mistica, agiografia, archeologia, storia), può permetterci di trovare la chiave per comprendere un fenomeno che non solo è illusorio, ma è pure altamente sfaccettato e rifugge una classificazione che lo voglia inquadrare nelle ristrette categorie di una singola disciplina.

Per chi si interessi alle tematiche ufologiche, un dato che dovrebbe balzare subito agli occhi è che le cronache passate sono ricolme di resoconti relativi a incontri con entità percepite come non appartenenti al consesso umano. 
Che si tratti di satiri, driadi, ninfe, gnomi, elfi, demoni piuttosto che di alieni, grigi, rettiliani, nordici od orange, poco importa, dal momento che i comportamenti e le caratteristiche di questi esseri presentano fortissime similitudini, a prescindere da un aspetto esteriore che può presentare maggiori o minori affinità con l’uomo.

Emblematica in questo senso la vicenda di Coe iniziata nel 1920 e ricca di elementi sia di modernità sia strettamente connessi al passato.

Giugno 1920, Ontario, Canada, Albert Coe, ragazzo sedicenne, si trovava in vacanza con un suo amico, tale Rod. 
Un giorno, durante una gita nei pressi delle rive del fiume Mattawa, l’attenzione di Albert venne improvvisamente attratta da un grido che squarciò il silenzio del luogo. Stupito, Albert si guardò intorno, senza riuscire a scorgere da dove fosse provenuta la richiesta d’aiuto. Egli, seguendo la voce della persona in difficoltà, giunse a un crepaccio largo quasi due metri all’interno di un basamento di roccia e nella cui fessura vi era un giovane dai capelli biondi che emergeva di mezzo metro dalla superficie. Vedendo che aveva il braccio bloccato, prese un tronco col quale fare leva e, legatolo a una corda, riuscì non senza fatica a liberare il ragazzo. 
Per prima cosa, questi chiese ad Albert di portargli dell’acqua. Albert si affrettò verso il fiume, prese dell’acqua e procedette poi a fasciare la gamba del giovane. Fu allora che Albert notò alcune stranezze nel ragazzo che aveva appena liberato: per prima cosa il vestiario era estremamente insolito, dal momento che era costituito da una tuta aderente grigio-argento luccicante, dalla consistenza del cuoio, senza cintura né allacciature visibili e con una sorta di piccolo pannello sotto il petto, con vari pulsanti. Incuriosito, Albert gli chiese da dove venisse e come si fosse verificato l’incidente. 
Il misterioso ragazzo gli rispose che era giunto sul posto con un aereo che aveva lasciato in una radura a circa 300 metri da lì e che al mattino, andando a pescare, era scivolato in quel crepaccio.

Considerando a quali livelli primitivi si trovasse l’ingegneria aeronautica nel 1920 e, ancor più, l’asperità del terreno in quell’area, Albert pensò che il ragazzo stesse vaneggiando a seguito di un trauma alla testa. A ciò si aggiunse ulteriore stupore allorquando vide la sua canna da pesca: diversa da tutte quelle viste in vita sua, di colore blu luminescente, priva di guide e di mulinello, con il filo che usciva direttamente dall’interno. Sorpreso, Albert chiese al ragazzo dove l’avesse trovata e questi gli rispose che l’aveva realizzata suo padre che era un inventore. 
A questo punto, costui cercò di mettersi in piedi per tornare al proprio velivolo, ma non era in grado di sorreggersi per via delle ferite riportate nella caduta. Albert si offrì di accompagnarlo all’aereo e, con evidente riluttanza, il ragazzo accettò, facendogli però promettere che non avrebbe rivelato a nessuno, nemmeno al suo amico Rod e ai suoi genitori, l’incontro avuto né, soprattutto, avrebbe descritto il velivolo che di lì a poco avrebbe visto, dal momento che si trattava di un aereo sperimentale segreto progettato e costruito dal padre. 
I due giunsero nella radura, non più larga di 25 metri, in cui si trovava l’aereo: diversissimo da qualsiasi apparecchio noto all’epoca, di forma discoidale, di circa 6 metri di diametro e un metro e mezzo in altezza, con una piccola cupola centrale, privo di oblò, poggiato su un tripode. Il ragazzo si posizionò sotto l’apparecchio, premette un pulsante e comparve una scala a pioli sulla quale si adagiò, ringraziando Albert e rammentandogli la promessa fatta di mantenere il più assoluto riserbo su quanto visto. Albert confermò che non ne avrebbe parlato con nessuno e si allontanò.

UFO-mothershipPochi secondi dopo il velivolo si sollevò di qualche metro, producendo una fastidiosa vibrazione e allontanandosi vieppiù alla vista per poi scomparire. 
Albert, piuttosto turbato dall’accaduto, tornò indietro, raggiunto un’ora dopo dal suo amico Rod cui, come promesso allo strano individuo incontrato in precedenza, non raccontò nulla. 
I due proseguirono la vacanza, ma gli eventi bizzarri non erano terminati. 
Due settimane dopo, a poche miglia da Ottawa, di notte Albert vide in cielo lo strano aereo del misterioso visitatore che compiva evoluzioni in cielo in chiaro segno di saluto (o perlomeno tale venne percepito dallo stesso Albert).

All’inizio di maggio dell’anno successivo, il 1921, Albert Coe venne nuovamente contattato da Zret. Questi gli disse di essere estraneo al mondo moderno in cui viveva Albert (sic) e di fare parte di un gruppo il cui compito era quello di valutare i progressi scientifici fatti dall’uomo, specialmente quelli in campo militare, dal momento che le recenti invenzioni erano state tutte utilizzate per scopi bellici. 
Zret continuò dicendo che era dal 1904 che erano stati formati gruppi di scienziati per un totale di circa 100 persone da infiltrare in varie nazioni della Terra per monitorare le scoperte scientifiche. Albert, comprensibilmente stupefatto, chiese a Zret da dove provenisse di preciso. Questi gli rispose che aveva due domicili differenti, uno su Marte e uno su Venere.

Immagine tratta da: http://www.scribd.com/doc/12702365/The-Shocking-Truth-by-Albert-Coe

Immagine tratta da: http://www.scribd.com/doc/12702365/The-Shocking-Truth-by-Albert-Coe

Nel corso di incontri successivi, Zret gli spiegò che la sua razza aveva avuto origine su Norca, un pianeta nel sistema di Tau Ceti, a circa 11 anni luce dalla Terra; nel corso dei millenni questo pianeta si sarebbe disidratato e avrebbe costretto i suoi abitanti a cercare rifugio in un altro sistema stellare.
Circa 243.000 abitanti di Norca, stando a quanto raccontato a Coe, avrebbero abbandonato il pianeta dirigendosi verso il nostro sistema solare, ma a seguito di un grave incidente ne sopravvissero solo 3.700 che atterrarono su Marte e diedero vita a una nuova civiltà.

Successivamente, i Norcani avrebbero colonizzato la Terra riproducendosi con i terrestri e dando vita alla civiltà di Atlantide, a quella di Cuzco, e di Lemuria, costruendo varie basi sotterranee per poi spostarsi su Venere, pur mantenendo sempre degli avamposti sul nostro pianeta. 

Gli incontri tra Zret e Albert proseguirono numerosi nei decenni successivi, fino alla fine degli anni Settanta.

Nel 1958 Zret lo autorizzò a raccontare alla moglie le sue esperienza, ed ella rimase estremamente sorpresa e desiderosa di conoscere Zret, il quale tuttavia si rifiutò. 

Alla fine degli anni Sessanta, Coe ottenne il permesso di rendere pubblica la propria storia: fu così che rilasciò numerose interviste e, nel 1969, giunse a pubblicare a proprie spese un libro, The Shocking Truth, in cui raccontava nel dettaglio la sua storia a partire dal primo contatto nel 1920, menzionando anche l’interesse mostrato fin dagli anni Cinquanta da alcuni presunti agenti federali statunitensi che lo seguivano ovunque andasse.

 

ITALIA: PATRIA DEI BIBLICI “GIGANTI”

Sul territorio italiano esistono gigantesche mura megalitiche e strutture poligonali realizzate con enormi blocchi, alcune delle quali risalgono all’età del bronzo. 
Le leggende tramandano che siano opere realizzate dai ciclopi, gigantesche divinità che abitarono la terra nella notte dei tempi. 
E’ possibile che queste costruzioni siano le vestigia di un’antica stirpe italica di giganti o civiltà aliene altamente evolute?

Chilometri di muri costruiti con enormi blocchi di pietra poligonale ancora sopravvivono in Italia.
Si tratta di rovine molto antiche, straordinariamente uniche nel loro genere, realizzate con una tecnica simile a quella utilizzata dalle popolazioni Inca e Pre-Inca del Perù: enormi pietre sagomate per essere incastrate perfettamente senza malta e, come in Perù, queste straordinarie opere hanno resistito a secoli di abbandono e al successivo saccheggio per fini costruttivi da parte degli Etruschi e dei Romani.

Purtroppo, sono pochi gli studiosi italiani che si interessano a questo meraviglioso patrimonio culturale e antropologico, tanto che sono in pochi anche a conoscerne l’esistenza. “Di mura megalitiche è ricca l’Italia”, spiega Giulio Magli, docente di archeoastronomia al Politecnico di Milano. “Si tratta di capire perché si costruivano queste mura con questi blocchi enormi utilizzati come fossero semplici mattoni”.

Come spiega il ricercatore italiano, si tratta di monumenti ‘muti’, nel senso che chi li ha costruiti o non aveva ancora la scrittura o non ha scritto di loro. Ora si tratta di capire, attraverso l’archeoastronomia perché li hanno realizzati e se c’erano legami con fenomeni astronomici.

Si sa molto poco sui costruttori preistorici di queste grandi strutture. La maggior parte dei siti si trova nell’Italia centrale, in particolare nel Lazio meridionale. 
Sono opere che da secoli incuriosiscono studiosi e viaggiatori, e che per il loro aspetto bizzarro e futuristico, la leggenda ne attribuisce la costruzione ad una stirpe estinta di umani giganti chiamati Ciclopi.

Una qualche verità storica riguardo all’esistenza di una popolazione o tribù che rispondesse al nome di “Ciclopi” ci viene data da Tucidide nel libro VI delle sue Storie allorquando si accinge a parlare delle popolazioni barbare esistenti in Sicilia prima della colonizzazione greca.

Così scrive:

«Si dice che i più antichi ad abitare una parte del paese fossero i Lestrigoni e i Ciclopi, dei quali io non saprei dire né la stirpe né donde vennero né dove si ritirarono: basti quello che è stato detto dai poeti e quello che ciascuno in un modo o nell’altro conosce al riguardo».

Molti altri scrittori e storici classici, tra cui Omero, Esiodo, Plutarco e Diodoro Siculo hanno attribuito la costruzione delle strutture megalitiche italiane (e d’Europa in generale) ai Ciclopi. Costoro erano descritti come molto più alti, forti e intelligenti dell’uomo, tanto da avere la capicità e la forza di spostare enormi massi e costruire opere ‘ciclopiche’. 
Così scriveva nel 1848 Louisa Caroline Tuthill, nella sua Storia dell’Architettura:
«In tempi remoti, prima della nascita di Roma, l’Italia era abitata da popoli che hanno lasciato monumenti indistruttibili a testimonianza della loro storia. Quelle meravigliose e precoci città d’Italia, che sono state definite ciclopiche, sono fittamente sperse in molte regioni, e spesso appollaiate sulle creste delle montagne come nidi d’aquila, ad una tale altitudine che viene da chiedersi cosa abbia spinto gli uomini ad edificare in luoghi tanto inaccessibili».

Eppure, nonostante la vastità delle rovine ciclopiche presenti sul territorio e le numerose testimonianze letterarie, si ha l’impressione che gli studiosi contemporanei non prendano sul serio queste testimonianze antiche, anzi, si ha l’impressione che per gli archeologi italiani la storia antica della penisola italiana cominci con gli Etruschi, e tutto ciò che c’era prima non è degno di essere studiato. Perchè?

In realtà, non sembra una forzatura affermare che nel secolo scorso in Italia (e in Europa) sembra esserci stato un sottile cover-up su questi siti archeologici, ignorandoli e facendoli cadere nel dimenticatoio. E’ come se l’elite che governa il mondo non volesse che il mistero delle antiche rovine megalitiche venga ampiamente divulgato. Ancora, perchè?

Un indizio del sottile cover-up è il fatto che la maggior parte delle persone, soprattutto gli italiani, non sono affatto a conoscenza dell’esistenza di tali rovine. Molti ci vivono accanto senza capirne l’importanza, né la valenza storica ed esistenziale. E ciò è davvero molto strano considerata il grado di complessità di queste rovine preistoriche.

Un’altra stranezza è che in ambito accademico, anche se vengono menzionati in opere importanti del passato, si afferma che i costruttori di tali opere, i ciclopi, non siano mai esistiti. Più in generale, quando si cerca di parlare con uno studioso di oggi di una possibile stirpe di giganti vissuta in tempo remoto sul nostro pianeta, questi reagisce o con il sarcasmo, smorzando il confronto con una risata, oppure utilizzando la tecnica dello struzzo, e cioè mettere la testa sotto la sabbia per non percepire il pericolo che minaccia le sue granitiche convinzioni.

Certamente, uno studioso di epoca vittoriana non avrebbe riso. A proposito, molti degli studiosi vittoriani erano donne, creature dalla mentalità più aperta e libera.

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STRUTTURE CICLOPICHE ITALIANE 

Di seguito proponiamo una serie di strutture megalitiche presenti sul territorio Italiano, almeno quelle di cui siamo venuti a conoscenza fino ad adesso. L’idea potrebbe essere quello di realizzare un database in rete dove raccogliere il materiale scientifico e fotografico che riguarda le strutture ciclopiche italiane. La maggior parte delle strutture megalitiche presenti sul territorio italiano si trovano proprio nel Lazio, e quelle di Alatri, Atina, Norba Latina, S. Felice Circeo e Segni sono tra le più interessanti e imponenti.

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Alatri (Lazio)

Alatri-Mura_megalitiche

E’ un comune della provincia di Frosinone ed è una delle principali città della Ciociaria. È l’antica Aletrium, che fu uno dei centri principali del popolo italico degli Ernici. Nota soprattutto per l’acropoli preromana cinta da mura megalitiche.

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Atina (Lazio)

Atina (FR)

La leggenda attribuisce ad Atina origini antichissime: sarebbe stata fondata da Saturno nella mitica età dell’oro, insieme ad altre 5 città del Lazio che cominciano con la lettera A. Le fonti storiche e letterarie attestano con ragionevole certezza la sua esistenza in età preromana: è noto che in un passo dell’Eneide Virgilio la inserì tra le città che prepararono le armi in soccorso di Turno contro Enea.

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Norba Latina (Lazio)

Norma_Latina

Norba latina, fu un’antica città sui monti Lepini, in posizione dominante sulla pianura pontina a sud di Roma, presso l’attuale Norma, in provincia di Latina. 
La leggenda ci narra che Norba fu fondata da Ercole o dai ciclopi. 
La dottoressa Stefania Quilici Gigli, che da anni dirige le attività di scavo del parco archeologico, ha fornito uno studio per cercare di ricostruire la storia di Norba. 
Già dalla fine del IX secolo a.C. la zona circostante alla città di Norba conobbe un cospicuo popolamento, di cui sono testimonianza la necropoli di Caracupa, alcune tombe nell’area attigua all’Abbazia di Valvisciolo e le mura megalitiche sul Monte Carbolino.

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Segni (Lazio)
E’ un comune italiano della provincia di Roma. I primi insediamenti nel territorio di Segni risalgono all’età del bronzo, ma l’abitato si sviluppò solo in epoca romana, tempo in cui Segni rivestì una posizione strategica sulla valle del fiume Sacco.

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LE CITTA’  “SATURNIE” 

Con la definizione di Città saturnie si fa riferimento alle città della provincia di Frosinone unite nell’archeologia dell’ottocento per una comune mitica fondazione durante l’età dell’oro.

L’aspetto peculiare della Ciociaria preromana è caratterizzato dalla presenza di città completamente cinte da mura in opera poligonale e indicate dalla tradizione popolare come le città dei Ciclopi, fondate secondo il mito dal dio Saturno (civiltà provenienti da quel pianeta?).

Le città sono caratterizzate da imponenti cinte di mura megalitiche poligonali, su cui poi si sono sviluppati i centri medievali.
Le mura poligonali, dette anche pelasgiche o saturnie, circondano la parte antica di Ferentino per circa 2,5 km.

Si è constatato che le acropoli pelasgiche presenti nel centro Italia, sono state edificate in base a precisi criteri astronomici, e che le stesse sono ubicate sul territorio secondo schemi che riproducono alcune costellazioni stellari del mito di Ercole.

La Valle di Comino è situata in provincia di Frosinone, a ridosso dell’Appennino abruzzese. Nell’antichità il centro più importante era Atina. Secondo una tradizione mitica la città fu fondata da Saturno, e conserva i resti di mura poligonali a grossi blocchi di pietra. 
Nella zona tratti di mura poligonali sono perfettamente visibili a Falascosa, a Cassino con le mura dell’antica Casinum guardano quelle di S. Vittore del Lazio sulle prime pendici del monte Sambùcaro e in altre località dei monti del Sannio. La recente opera di due ricercatori locali ha portato all’individuazione di un estesissimo circuito murario.

Una parte esterna, che comprende il Monte Morrone ed il Colle, ed una interna che aggira completamente la collina di Santo Stefano. Parte integrante di questo sistema difensivo è la cinta poligonale di Vicalvi e la analoga cinta poligonale di Monte Cierro (Sant’Elia Fiumerapido).

Nel comune di San Donato Val Comino si trova il fontanile di San Fedele con mura poligonali rinvenute in località San Fedele, nei pressi della sorgente omonima a testimonianza, forse, di una storia e di un’antichità ben più lontana di quella ufficialmente documentata.

Il sito di cui gli antichi ci hanno tramandato solo il nome nella versione greca Pyrgoi (“le torri”) fu uno dei tre porti dell’etrusca Cére (attuale Cerveteri).

La presenza del circuito delle mura poligonali affioranti sul piano di campagna e parzialmente inglobate nelle strutture perimetrali del borgo rinascimentale di Santa Severa, ha orientato fin dal XVII secolo gli studiosi a riconoscere il sito dell’antica Pyrgi nel luogo del Castello stesso di Santa Severa.

Il problema della datazione delle strutture costruite in grandi blocchi poligonali ha da sempre impegnato gli archeologi, anche se molti riconoscevano un circuito estremamente antico, preromano, ad opera dei fondatori del santuario dell’area sacra di Pyrgi.

Un ulteriore tratto di mura è stato ritrovato inglobato delle fabbriche medievali e rinascimentali del Castello, in particolare nei locali della Legnaia.

Le mura poligonali di Arpino si dipartono da Civitavecchia all’altezza di 627 metri e scendono giù per il declivio fino ad abbracciare e chiudere la città nell’altra minore altura (Civita Falconara).

Esse non hanno fondazioni e sono costituite da enormi monoliti di materiale i cui banchi sono disseminati anche in vicinanza del sito di Arpino. 
La muraglia, in origine, si estendeva per 3 km, ma oggi ne rimangono circa 1,5 km .

La datazione delle mura di Civitavecchia trova discordi gli studiosi, però certamente l’arco a sesto acuto, porta arcaica d’ingresso all’Acropoli, rievoca in maniera determinante il sistema costruttivo delle gallerie di Tirinto e Micene.

Questo prodigioso monumento è alto 4,20 metri ed è formato da blocchi sovrapposti che si restringono verso la cima, tagliati obliquamente sul lato interno. 
Non si conosce la data esatta della costruzione, ma la città fu costruita con precisione millimetrica, basandosi sul percorso del primo raggio di sole del 21 giugno (solstizio d’estate). 
In quella data il sole sorge nell’angolo nord-est del muro orientale dell’Acropoli. Poi il sole si sposta ogni giorno più a Sud fino al 21 dicembre, data in cui raggiunge l’angolo più a meridione della stessa parete.
Molto suggestiva è la visione delle ombre che, proiettate tutte su una stessa roccia, fanno tornare indietro nel tempo, a quella mattina in cui Alatri ha visto i natali.
L’imponente roccia ciclopica dove convergono tutte le ombre è stata definita omphalos, centro sacro, ove il “divino” si congiunge con il “terrestre”.

C’è da perdere la testa a seguire tutte le precisissime misure che collegano l’Acropoli alle varie porte e portelle che circondano la città.

I numeri delle misure sono tutti divisibili per nove. Un’altra caratteristica particolare è la forma della cinta muraria, costruita riprendendo a modello la costellazione dei Gemelli. Studi più recenti parlano della costellazione di Orione.

Tutto indurrebbe a credere che la riproduzione matematicamente e geometricamente perfetta delle costellazioni non può essere opera di uomini terrestri autoctoni con una conoscenza nulla di costellazioni e misure geometriche, data la loro primitività.

La costruzione ciclopica, rappresenta, insieme alle mura urbiche, il monumento più antico e celebrato di Alatri. La sua struttura di contenimento è caratterizzata da possenti muraglie in opera poligonale, sorprendenti per la grandezza dei massi impiegati e per l’elevazione raggiunta, e racchiude per intero una vasta area sopraelevata.

Degne di ammirazione sono le due porte di accesso: la Porta Maggiore, ubicata sul lato meridionale, presenta un architrave monolitico di straordinarie dimensioni e la Porta Minore, assai meno imponente, ma di eguale suggestione.

La singolare architettura dell’Acropoli è un equilibrio di armonie e proporzioni progettuali, che vanno ricercate mediante un rigoroso calcolo matematico. Le misure che regolano il rapporto tra l’altezza e la larghezza delle due porte d’accesso, rispondono alla relazione denominata sezione aurea.

L’aspetto più rilevante dell’architettura ciclopica, va quindi ricercato nell’insuperata capacità di elaborazione tecnica e matematica. Per la sua posizione dominante e per l’inaccessibilità del luogo, l’Acropoli di Alatri ha svolto fin dalle origini la duplice funzione di spazio sacro e di presidio difensivo.

Anche la città di Anagni era completamente cinta dalle mura in opera poligonale, di cui oggi sono visibili poche tracce, lungo il versante settentrionale dell’antica acropoli. Purtroppo, nel corso dei millenni la cinta muraria ha subito numerosi rimaneggiamenti.

Felice Circeo: Ulisse e la Maga Circe, le mura ciclopiche e poligonali, i resti dell’uomo di Neanderthal, la Torre dei Cavalieri Templari.

Storia, leggenda e mito si armonizzano perfettamente in questa piccola e antichissima località del Lazio. Le origini di S. Felice Circeo sono documentate dall’acropoli e dalle mura ciclopiche dell’antica Circeii che si fanno risalire al IV-VI secolo a.C.

Resti di antiche mura ciclopiche sono visibili anche a Terracina, in provincia di Latina, lungo la strada che conduce verso il tempio dedicato a Giove Anxur o Giove Bambino. Purtroppo i pochi resti del complesso megalitico non ne consentono un’osservazione piu’ approfondita, come negli altri luoghi antichi della pianura pontina che abbiamo citato. 

Segni - Porta Saracena

Segni è una delle più antiche cittadine del Lazio. La città è circondata da un’ampia cinta, perfettamente conservata. Queste mura ciclopiche sono intervallate da numerose porte che si aprono lungo tutto il percoso della cinta, la più famosa di queste è la Porta Saracena, che presenta un monolite di copertura lungo oltre tre metri. Molti hanno paragonato questa cinta a quella della città greca di Micene.

Nei pressi di Norma, in prov. di Latina, sull’alta rupe che sovrasta Ninfa, troviamo le possenti mura poligonali di Norba, l’antichissima città del VI secolo a.C. Tali mura – di cui non si conoscono le origini ed oggi uno degli esempi meglio conservati in Italia di fortificazione megalitica – coprivano un perimetro di 2662 metri ed erano chiuse da quattro porte.

Ad Alzano (Rieti) alle pendici del monte Fratta, sono conservati importanti resti di una struttura in opera poligonale molto articolata, la cui funzione è stata interpretata in molti modi diversi, ma probabilmente era un tempio dedicato ad Ercole.
Il tempio è costituito da tre ordini di mura poligonali disposti a gradoni. 
Il primo ordine è costituito da nove fila di massi ed è alto complessivamente poco meno di 5 metri e lungo una cinquantina.
Il secondo, 11 metri più a monte, è alto poco meno di 3 metri e lungo poco meno di 40. Il terzo, distante dal secondo 3,5 metri, è quasi del tutto crollato.
Tra i primi due muraglioni si trova la così detta Grotta del Cavaliere: una cella circolare sotterranea con pareti costituite da 5 fila di blocchi e chiusa in alto da due massi ciclopici con un foro centrale che dà luce alla grotta.

Rocca d’Arce, nella Valle del Liri, ha origini antichissime. Abitata sin dall’età del ferro come testimoniano i ritrovamenti archeologici, nel periodo preromano sul suo scolgio fu costruita la “Arx Volscolorum”, una fortezza protetta da blocchi megalitici. Secondo gli studiosi più antichi, Cori era protetta da più cinta di mura concentriche.

Gli studi più recenti invece considerano una sola cinta difensiva: quella più esterna; mentre attribuiscono agli altri tratti di mura in opera poligonale la funzione di terrazzamenti, atti a rendere più facilmente urbanizzabile la difficile situazione orografica, pur ammettendo un loro complementare carattere difensivo.

Le tre diverse maniere di opera poligonale utilizzata, distinguibili per diversi gradi di perfezionamento nella sovrapposizione dei massi, fanno ritenere la realizzazione eseguita in epoche differenti. La cinta esterna è considerata la più antica.

A Veroli, delle mura in opera poligonale che fortificavano l’antica città ernica di Verulae, sono rimasti pochi tratti.

Nella parte più alta le mura non dovevano solo fortificare la zona, ma dovevano sostenere un terrapieno che permettesse un ampliamento dell’area collinare.

In questo punto sono da individuare i tratti più antichi della città di Veroli, secondo alcuni studiosi risalenti forse al XII secolo a.C. (secondo la tradizione, opera dei mitici Pelasgi).

Al confine tra Lazio e Campania, si incontra Minturno anch’essa con le rovine delle antichissime mura poligonali, presso la foce del fiume Garigliano.

L’idea che tali mura ciclopiche siano state costruite da civiltà antidiluviane molto sviluppate tecnologicamente ed evolute provenienti da altri sistemi solari, non è molto azzardata se consideriamo i riferimenti a pianeti e costellazioni nella costruzione di città e monumenti antichi.

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ANTICHE E MISTERIOSE VESTIGIA OLTRE L’ITALIA 

Un’interessante conferma la troviamo anche all’estero, molti sono infatti i siti megalitici nel mondo, ma uno in particolare risulta essere molto emblematico per la sua straordinaria complessità e sacralità: Baalbek in Libano.

Panoramica_Baalbek

Il sito di Balbeek è uno tra i luoghi più sacri ed enigmatici di tutta l’epoca antica. Con i suoi 5 mila anni di storia, Balbeek presenta le costruzioni realizzate con i più grandi blocchi di pietra mai osservati.
La sacralità del luogo era riconosciuta da tutti i popoli dell’antichità. Tant’è vero che quando i romani conquistarono la regione, vi costruirono un tempio dedicato al dio Baal-Giove, un ibrido tra l’antica divinità cananea di Baal (Signore) e Giove romano.

Baalbek - Propilei  santuario Giove

Il tempio è stato costruito su un ‘tel’, cioè un tumulo, segnale di un luogo ritenuto a lungo importante, anche se non si sa a cosa fosse dovuta la sua sacralità. Ad infittire il mistero c’è il fatto che la parte più antica delle rovine di Baalbek non è assolutamente riconducibile a nessuna cultura conosciuta. Inoltre, originariamente il sito è stato impiegato per scopi che attualmente rimangono avvolti nel mistero.

Le origini di Baalbek risalgono a due insediamenti cananei che gli scavi archeologici al di sotto dell tempio di Giove hanno permesso di identificare come databili all’età del bronzo antica (2900-2300 a.C.) e media (1900-1600 a.C.).
L’origine del nome è oggetto di discussione da parte degli archeologi. Il termine Baal significa semplicemente ‘Signore’ o ‘Dio’, titolo utilizzato in tutto il Medio Oriente arcaico. La parola Baalbek potrebbe significare ‘Signore della Valle’, o ‘Dio della Città’, a seconda delle diverse interpretazioni.
Nel periodo seleucida (323-64 a.C.) e romano (64-312 a.C.), la città fu conosciuta con il nome di Eliopoli, la ‘Città del Sole’. Con la costruzione del tempio, Baal-Giove divenne la divinità centrale del culto della regione. Qualunque fosse la natura del culto preromano, la costruzione del tempio creò una forma ibrida di venerazione del dio Giove, generalmente indicato come Giove Eliopolitano.

Antiche leggende affermano che Baalbek era la città natale di Baal. Altre tradizioni vogliono che Baalbek sia il luogo del primo arrivo di Baalbek, corroborando l’ipotesi avanzata dai teorici degli Antichi Astronauti, secondo la quale la parte più antica del sito era stata costruita come una piattaforma da utilizzare per permettere a Baal di ‘andare in cielo e tornare in terra’.

L’ipotesi nasce dal fatto che Eliopoli è stata costruita su un’enorme piattaforma di pietra di epoca preromana. Al di là delle teorie, lo scopo reale di questa struttura e l’identità di chi l’abbia realizzata rimangono completamente sconosciute.

Ciò che impressiona di Baalbek, e che rappresenta il suo mistero, sono i giganteschi blocchi pietra utilizzati per costruire la struttura più antica, situata sotto il tempio edificato dai romani. Alcuni di essi arrivano a pesare fino a 1000 tonnellate, parallelepipedi di pietra perfetti, i più grandi blocchi da costruzione mai esistiti in tutto il mondo.
Le eleganti ed imponenti colonne posizionate successivamente dai romani impallidiscono in confronto ai megaliti utilizzati dagli antichi. Il modo in cui queste pietre sono state tagliate e spostate ha interrogato i ricercatori per molti anni. Anche con le tecniche attualmente a nostra disposizione, avremmo grosse difficoltà a lavorare e spostare rocce di tali dimensioni.

Il cortile del Tempio di Baal-Giove poggia su una piattaforma chiamata Grand Terrace, che consiste di un enorme muro esterno realizzato con mastodontici blocchi di pietra di circa 20 metri di lunghezza e i 4 metri di profondità. Nove di questi blocchi sono visibili sul lato nord del tempio, nove a sud e sei ad ovest.

Un’altra pietra, ancora più grande, si trova in una cava di calcare a circa un quarto di miglio dal complesso di Baalbek. Il blocco pesa circa 1200 tonnellate e supera i 21 metri di lunghezza, il che la rende la più grande blocco di pietra lavorato più grande del mondo. E’ chiamata l’Hajar el Gouble e ha un angolo sollevato da terra, con la parte opposta ancora attaccata alla roccia, quasi pronto per essere completato e trasportato a destinazione.

Per quante spiegazioni si siano tentate di dare, i blocchi di Balbeek rimangono un grande enigma per gli scienziati contemporanei, così come per gli ingegneri. E’ difficile immaginare in che modo tali blocchi di roccia possano essere stati tagliati con tale precisione, trasportati e posti in opera con un precisione che va al di là delle capacità tecniche di costruttori antichi e moderni.

E’ possibile tagliare degli enormi blocchi di pietra calcarea, in maniera così perfetta, colo con degli scalpelli di bronzo? E come è stato possibile alzare e posizionare con precisione millimetrica tali blocchi?

Vari studiosi, a disagio con l’idea che una cultura del passato potesse essere in possesso di una tecnologia superiore alla nostra, hanno ipotizzato che le pietre siano state sollevate utilizzando un sofisticato sistema di ponteggi e animali, rampe e pulegge, e un gran numero di uomini.

Per fare un paragone, quando l’architetto italiano Domenico Fontana dovette ergere l’obelisco di 327 tonnellate in Piazza San Pietro, impiegò 40 enormi pulegge, 800 uomini e 140 cavalli. Quindi, in teoria, per elevare un blocco di 1200 tonnellate, si sarebbero dovuto moltiplicare per quattro l’intero armamentario. Inoltre, l’obelisco di San Pietro è stato innalzato su un grande spazio aperto che poteva facilmente ospitare tutti gli apparecchi di sollevamento, gli uomini e i cavalli.

Ma il complesso di Baalbek si trova su di una collina a 1200 metri sul livello del mare, con nessuno spazio sufficientemente ampio da poter ospitare una tale mole di strumenti, lavoratori e animali. Inoltre, posizionare una serie di pietre a diverse altezze con precisione millimetrica è molto più complesso dell’erezione di un obelisco. Il paragone, quindi, non regge.

Alcuni archeologi, incapaci di risolvere l’enigma di Balbeek, raramente hanno l’onesta intellettuale di ammettere la loro ignoranza in materia, concentrando esclusivamente la loro attenzione su innumerevoli misurazioni e impegnandosi in discussioni fuorvianti sulle stratificazioni di epoca romana.

Architetti e ingegneri, tuttavia, non avendo nessuna idea preconcetta della storia antica, affermano francamente che non esistono, attualmente, tecnologie tali da poter ripetere una simile impresa. Gli enormi blocchi di Baalbek sono semplicemente al di là delle capacità ingegneristiche di qualsiasi civiltà nota del passato e del presente.

Non si tratta di artefatti goffi e grossolani come quelli di Stonehenge, ma di una raffinata opera ingegneristica con un enorme paradosso: le pietre più gradi, invece di essere state utilizzate come fondamenta, sono state poste nei punti più in alto.

E’ evidente che Baalbek è uno dei complessi più misteriosi e controversi del pianeta. La sua origine è sconosciuta, così come i suoi costruttori. Quello che è certo è che il sito è decisamente più antico dei popoli che lo hanno utilizzato: Fenici, Egiziani, Greci e Romani.

L’unica ipotesi plausibile è che sia stato costruito da una civiltà a noi sconosciuta, esistente poco prima della comparsa delle nostre culture più antiche e in possesso di una tecnologia sofisticata e, in qualche modo, la figura di Baal è legata ad essa. Come abbiano fatto a costruire un tale monumento senza lasciare la minima traccia del loro passaggio è uno dei grandi misteri di Baalbek.

Anche le stesse piramidi egizie di Cheope, Chefren e Micerino furono costruite riproducendo esattamente la posizione astrale delle tre stelle della cintura di Orione, secondo un’intuizione e gli studi di Robert Bauval, studioso di civiltà antiche e valente scrittore. Forse la stessa civiltà di Baalbek? 

I fondatori di queste grandiose vestigia non morirono, semplicemente abbandonarono il nostro pianeta per un certo tempo, ma tenendolo sempre sotto costante “osservazione”, come confermano i contatti tra terrestri e alieni.

Attualmente sul monte Antignana, della catena dei Lepini che circonda i paesi di Sezze, Norma ed altri piccoli centri della pianura pontina, si verificano ormai da anni strani fenomeni che gruppi di ricerca ufologica  hanno fotografato e ripreso durante le attività di “Sky watching”. Ma anche gli abitanti della zona dotati di semplici apparecchi fotografici, possono vantare un’interessante documentazione visiva di strani velivoli che compiono evoluzioni nel cielo. Tali fenomeni stanno diventando sempre più frequenti in quella zona. Forse i tempi sono maturi per un contatto con i nostri “tutori” evoluti?    

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CINZIA PALMACCI

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FONTI:

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