Il regno di Enrico VIII doveva lasciare impronte più profonde di ogni altro nella storia d’Inghilterra, e la figura del re domina da un capo all’altro questo periodo che pure fu ricco di singolari talenti.

Al suo avvento al trono, restaurato dalla sapienza politica del padre, il giovane re trovò i presupposti materiali per la grandezza del regno. E questi egli sviluppò con un lavoro assiduo e costante, attraverso elementi spirituali evocati e creati dal dinamismo della sua personalità.
Sin dall’inizio, Enrico VIII andò incontro alla sua epoca con la magnificenza che essa prediligeva, lusingando l’abbattuto amor proprio nazionale con le prime affermazioni militari che, nella loro innocua portata pratica, pure, a guisa di grandi caroselli storici, fecero rivivere un orgoglioso passato di glorie e di conquiste, riaffermando le qualità guerriere della razza.

Accanto alle feste della corte e ai ludi militari, la prosperità cresceva con l’espandersi dei traffici e il fiorire dell’industria laniera, tutelati nel loro elementare presupposto: l’ordine pubblico rigidamente mantenuto. L’Inghilterra ritrovava le vie del mare e come mai nessun sovrano prima di lui, Enrico VIII amò la marina e ne curò con attenzione e vigilanza l’incremento.
Lungi dal deprimere l’autorità parlamentare, il re la esaltò e sin dal regno di Enrico VIII si affermò nella pratica la dottrina che il parlamento non potesse sbagliare. Esso fu eletto a giudice di tutti i problemi della vita nazionale, singolarmente di quello religioso, restando sin da allora convalidato l’assioma che «cose fatte per pubblico voto quando non hanno ragione la creano». Sorgeva in tal modo, sotto le forme, spesso più concrete, del despotismo, una struttura popolare di governo.

Assoluto nel rispetto a prestarsi a quelle manifestazioni della sua volontà che avevano ricevuto sanzione legale, Enrico VIII non disprezzò i consigli altrui e Gardiner in tempi peggiori evocò la libertà di parola della quale aveva goduto presso il re.

Enrico VIII presenta una Carta alla Barber Surgeons Company

Questo insieme di apparenza e di sostanza varrà forse a spiegare «quel perfetto amore e concordia» che il sovrano si vantò esistesse fra lui e il suo popolo; l’incondizionata devozione con la quale egli fu servito da uomini di fede opposta che affidarono la loro coscienza al re e pagarono senza mormorare con la vita i loro trascorsi.

Come fondatore dello stato imperiale, come primo grande nazionalista inglese, come uomo di stato, la sua figura appartiene alla storia del suo paese e dell’Europa.
Stimato dal veneziano Bernardo Capello, suo contemporaneo, «il terzo re del mondo», più modestamente ma con maggior realtà egli potrà essere giudicato nelle parole del suo avversario Pole: «il più gran re che avesse mai regnato in Inghilterra».

(Da C. Fatta, Il regno di Enrico VIII, Firenze, 1938).

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