Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Le origini del Comune

Col secolo XI i segni di una più ricca vita locale e di un più profondo processo di rinnovamento crescono. Si assiste ad un rapido avanzare di forze nuove, all’entrata in scena di personaggi sin allora assenti o quasi.
Il movimento che faceva capo ad Arduino d’Ivrea;
la sollevazione pavese del 1024 1;
il riconoscimento dato da Corrado il Salico nel 1037 ai vassalli minori della ereditarietà dei feudi;
la lunga e vittoriosa opposizione dell’arcivescovo Ariberto (o meglio, dei suoi seguaci),
sono soltanto le manifestazioni più note di un fenomeno vasto e complesso, più o meno chiaramente determinabile ma sostanzialmente identico.
Venne meno, con la distruzione del Palazzo di Pavia, la forza del potere centrale, parve trionfare il feudalesimo: ma fu vittoria fittizia, che fu promossa, da quell’affievolirsi del centro, la ricostruzione di un nuovo tessuto sociale nelle città, avviamento all’autogoverno.

Il Comune di Siena rappresentato come un sovrano assiso sul trono, nell’Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti (dettaglio)

Anche la morte di Enrico III e la lunga reggenza in nome di Enrico IV, mentre danneggiarono l’autorità imperiale, facilitarono la costituzione di forme di reggimento preludenti al Comune. Il colpo decisivo fu dato dalla lotta per le investiture che segnò, in certo senso, la crisi del Medio Evo.
Essa non interessa noi in sé stessa, cioè come eroico e violento tentativo di liberazione della Chiesa dai legami che la irretivano nell’organizzazione temporale: ma sì, interessa come energia rivoluzionaria, come energico impulso dato alla trasformazione della società medievale e alla formazione di un ordinamento politico autonomo delle città.

Riunione di mercanti in una miniatura del XIV secolo

Le esigenze della lotta spingevano i due antagonisti, il papa e l’imperatore, a favorire gli abitanti delle città per averli alleati: così, da poli opposti, ma per strade simili, si giungeva allo stesso risultato, dannoso per coloro che avevano promosso il movimento, utilissimo per coloro che erano oggetto delle mire altrui.
Nei territori a lei soggetti, la contessa Matilde regolò la sua condotta secondo criteri di opportunità; mentre favorì certi luoghi per averli amici contro l’imperatore, fece sentire sopra altri il peso della sua autorità feudale. Tuttavia, nella seconda metà del secolo XI, in molte città si era già costituita una reggenza cittadina, dalla quale, nonostante le ancor vigorose sopravvivenze del passato, fu facile il passaggio al vero e proprio Comune con una tipica magistratura, il consolato.
I diplomi imperiali più che una concessione sono il riconoscimento di una condizione di cose ormai stabilite, e legalizzano le nuove forme di governo libero. Tra il 1080 e il 1120, quasi tutte le nostre città conseguirono la pienezza dell’autonomia e, nel ricordo di Roma, scelsero come loro capi i consoli.
Il nerbo della nuova organizzazione era offerto naturalmente dalla media e piccola nobiltà feudale, non potendo esser favorevoli alla costituzione di una società cittadina i grandi, i conti, i feudatari della campagna, né avendo ancora il popolo la forza di influire politicamente sull’andamento della cosa pubblica. Invece il gruppo dei vassalli vescovili, i milites, gli uomini di legge e di affari, quanti erano entrati nella città senza per questo abbandonare la base terriera della loro fortuna, insomma la feudalità minore che si era fatta strada lungo tutto il secolo, che aveva dato segno della sua presenza di fronte all’imperatore, al papa, ai vescovi, questi fecerunt commune.

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(da P. Brezzi, I Comuni cittadini italiani, Milano, 1940, pag. 11)..

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 1  A Pavia nel 1024 i cittadini insorsero e distrussero il palazzo regio ch’era sede dell’amministrazione imperiale del Regno d’Italia.

 

L’affrancamento dei ceti più umili, anche negli stessi Comuni progredì sempre lentamente, cagionando spesso momenti di tensione e forti contrasti sociali

Scena con cattura e punizione di servi fuggiaschi.
Processo e punizione: il villano (capellone con tunica grigia, scalzo) cerca di scappare dalle guardie ma viene catturato sulla scala. Portato in giudizio, con le mani legate dietro, di fronte al magistrato viene interrogato con il supplizio della corda (tirato su dalle braccia, bloccate dietro la schiena, per slogargliele).
Segue la somministrazione della condanna, ovvero l’amputazione del piede: il magistrato mostra dove poggiare l’ascia sulla gamba, mentre il secondo carceriere carica sulle spalle il maglio con cui percuotere la lama. Il piede staccato dal reo verrà poi buttato da un funzionario (in basso a sinistra)

Codice miniato “L’illustratore”, XIV secolo, autore sconosciuto

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