(Il brano che segue e tolto dalla famosa lettera del Poliziano che narra le ultime ore di Lorenzo il Magnifico. Importante è la testimonianza che il Savonarola non rifiutò la benedizione al morente, contrariamente alla tradizione diffusa dai Piagnoni).

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Luigi Fiammingo – Ritratto di Lorenzo de’ Medici – Museo degli argenti, Firenze.

Dopo di che rimase alquanto immerso nella meditazione, e quindi, allontanati gli altri, richiamò a sé il figlio e gli dette molti insegnamenti, precetti, ammaestramenti, che non furono mai noti, ma tutti pieni — a quanto sentimmo — di singolare saggezza e santità.
L’unico, tuttavia, che ho potuto sapere, riferirò: «I cittadini, disse, o mio Pietro, senza dubbio ti riconosceranno quale mio successore. Né temo che tu in questo stato non abbia a godere di quella medesima autorità della quale ho goduto io fino ad oggi. Ma poiché, come dicono, ogni stato è un corpo con molte teste, né si può compiacere a tutti, ricordati di seguire nella varietà dei pareri sempre quello che ti paia il più onesto, e attieniti piuttosto al parere di tutti che non particolarmente a quello dei singoli».
Dette poi disposizioni per il funerale, che fosse fatto secondo l’esempio di quello di suo nonno Cosimo, nel modo cioè conveniente a un privato. Arrivò quindi da Pavia il vostro Lazzaro, medico, a quanto mi pare, abilissimo, che tuttavia chiamato troppo tardi, per non lasciare nulla d’intentato, preparava preziosissimi rimedi con ogni genere di gemme e di perle disciolte. Domandò allora Lorenzo ai familiari, alcuni di noi infatti erano già stati ammessi alla sua presenza, che cosa facesse il medico e che preparasse. Ed avendogli io risposto che preparava un impiastro per riscaldargli i precordi, egli, con voce abbastanza chiara, sorridendomi, come soleva fare sempre, ohimè, disse, o Angelo, e sollevando a fatica le braccia ormai senza forza mi prese strette entrambe le mani. Ed avendomi vinto le lacrime e i singhiozzi che cercavo tuttavia di celare volgendo altrove la faccia, egli serenamente continuava a stringermi le mani. Ma quando si accorse che io ero sopraffatto dal pianto, lentamente e quasi di nascosto le lasciò andare. Io allora mi getto piangente nella stanza vicina, e per dire così, abbandono le redini al dolore e alle lacrime. E subito dopo ritorno, asciugati come potevo gli occhi.

Cosimo Rosselli – Lo scultore Alberti, Giovanni Pico della Mirandola e Agnolo Poliziano – Cappella del Miracolo del Sacramento a Firenze

Egli appena mi vide, e mi vide subito, mi chiamò di nuovo a sé, e mi chiese con molta dolcezza che cosa faceva il suo Pico della Mirandola. Gli risposi che se ne restava in città per timore di dargli noia venendo. Ma io, disse, se a mia volta non temessi che questo viaggio gli pesasse, desidererei vederlo e parlargli per l’ultima volta prima di lasciarvi per sempre.
Vuoi, gli risposi, che lo si faccia venire? E lui, «al più presto». Io lo faccio chiamare; egli giunge, si siede, od io stesso mi siedo ai ginocchi di Lorenzo, per sentire più facilmente la sua voce, che già veniva spegnendosi.
Mio Dio, con quanta cordialità, con quanta gentilezza, quasi direi con quante tenerezze lo accolse! Lo pregò, prima di tutto, di scusarlo per avergli imposto quella fatica; attribuisse ciò, tuttavia, al suo amore e alla sua benevolenza, che più volentieri affrontava la morte dopo aver saziato gli occhi moribondi della vista dell’amico carissimo. Iniziò quindi discorsi gentili e familiari secondo il solito. E scherzando anche allora con noi, guardandoci entrambi disse: vorrei almeno ritardare questa morte fino a quando avessi finito la vostra biblioteca.

Fra Bartolomeo – Ritratto di Girolamo Savonarola – Museo nazionale di San Marco, Firenze

In breve, Pico se n’era appena andato, quando Gerolamo da Ferrara, uomo insigne per dottrina e santità, egregio predicatore di celeste dottrina, entrò nella stanza e l’esortò ad avere fede; ed egli rispose di averla fermissima. Gli disse poi di proporsi di vivere in seguito con molta virtù; rispose che certamente l’avrebbe fatto con molto zelo. Infine lo esortò ad accogliere, se fosse necessario, la morte con rassegnazione; «niente mi potrebbe essere più dolce — esclamò — se così è stabilito da Dio». E già il frate se ne andava quando Lorenzo, ah, disse, padre, dammi la benedizione prima di allontanarti da noi. E insieme, chinando la testa e il volto e atteggiato ad aspetto di grande pietà, rispondeva alle sue parole e preghiere secondo il rito, a memoria, per niente turbato dal dolore dei familiari, che era ormai evidente e che più non tentava di nascondersi. Avresti detto che la morte pesava su tutti gli altri, non su Lorenzo.
Così egli, solo fra tutti, non dava segno alcuno di dolore, di abitazione o di affanno, e conservava fino all’estremo respiro la forza d’animo abituale, la fermezza, l’equilibrio, la dignità.
I medici, tuttavia, li stavano ancora dattorno e, perché non sembrasse che non facevano nulla, lo tormentavano con molto zelo; e Lorenzo lasciava fare tutto quello che volevano, non perché fosse lusingato da alcuna speranza di vivere, ma per non ferire, sia pur leggermente, qualcuno, mentre era in punto di morte.

Orsino Benintendi – Calco della maschera mortuaria di Lorenzo il Magnifico

E a tal segno si mantenne forte fino all’ultimo, da scherzare anche sulla propria morte, come quando ad uno che gli porgeva il cibo e gli chiedeva se gli piacesse, rispose: «quanto può piacere a un condannato a morte».

Dopo di che, avendo affettuosamente abbracciato tutti e avendo domandato perdono delle noie e delle molestie che avesse potuto recare a causa della malattia, si assorbì tutto nell’Estrema unzione e nelle devozioni dell’anima che trapassava. Si cominciò tosto a recitare il Vangelo, là dove si narrano i tormenti di Cristo, ed egli mostrava di ricordare le parole e quasi tutti i versetti, ora muovendo le labbra in silenzio, ora levando gli occhi spenti e talora anche accennando con le dita. Alla fine, guardando fissamente un crocefisso d’argento, splendidamente ornato di perle e di gemme, baciandolo morì.

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