Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Le ultime parole di Giulio Cesare

di Lucius Etruscus

.

Il 15 marzo del 44 a.C. muore Caio Giulio Cesare, sotto le pugnalate dei cospiratori “nostalgici” della Repubblica che mal vedono il suo potere assoluto del signore di Roma. Quest’evento è fra i più famosi della storia occidentale, ma raramente viene separato dal fascino drammatico delle ultime parole pronunciate da Cesare morente… Ma cosa disse egli prima di soccombere alle pugnalate?
Né storici né letterati erano presenti quel giorno a Campo Marzio, eppure sono proprio gli storici e i letterati che hanno creato, alimentato e propagato la leggenda delle ultime parole del grande romano.

Camucci - la morte di Cesare_750Il primo a narrare la storia, più di cent’anni dopo gli eventi, è Svetonio (vissuto fra il 70 e il 126). Come membro della corte imperiale, lo storico aveva accesso a documenti di prima mano, ma è noto che usasse spesso e volentieri “voci di corridoio” e fonti non troppo attendibili. Nella sua celebre opera Vite dei Cesari (libro I, capitolo 82), egli scrive che Tillio Cimbro «gli afferrò da entrambe le spalle la toga; poi, mentre Cesare gridava “Ma questa è violenza!”, uno dei due Casca lo ferì da dietro un poco sotto la gola. […] E così fu trafitto da ventitré ferite, emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola. Alcuni però hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: “Kài sù, tèknon?”».

Quindi Svetonio ufficialmente scrive che Cesare morì «senza una parola», ma poi cede alla tentazione di riportare ciò che dei fantomatici “altri” avrebbero raccontato: che cioè il romano morendo esclamò, alla volta di Bruto, una frase in greco che vuol dire «anche tu, figlio?». Perché Cesare, in punto di morte, avrebbe dovuto esclamare una frase in greco? Probabilmente Svetonio si stava basando su fonti elleniche.

Plutarco_Archaeological_Museum_of_Delphi Ed è proprio un illustre greco, coevo di Svetonio, a narrare per ben due volte la morte di Cesare: si tratta di Plutarco di Cheronea (circa 46-127), autore delle Vite parallele, celebri biografie di personaggi famosi.

Nella Vita di Cesare (capitolo 66,8), Plutarco narra che Cesare ferito «gridò in latino “Maledettissimo Casca, che fai?”, e l’aggressore gridò, in greco, al fratello “Fratello, aiuto”!». Nella Vita di Brutus (capitolo 17), Plutarco parla di nuovo dell’avvenimento ma cambia un po’ le parole. Cesare ferito «gridò in latino “Empio Casca, cosa fai?”. Poi Casca, rivolgendosi in greco a suo fratello, gli chiede di aiutarlo».

Da notare dunque che Svetonio (latino) dice che Cesare parlò in greco; Plutarco (greco) dice che Cesare parlò in latino… Ma al di là di questo, quand’è che si rivolge a Bruto? Tutti sappiamo infatti che Cesare, dibattendosi fra le famose pugnalate, quando vede il figlioccio Bruto fra i congiurati ha il vero colpo al cuore e lancia la celebre frase…

Plutarco, in entrambe le sue biografie, con parole un po’ diverse spiega che secondo alcuni autori (non prende posizione quindi in proposito) il signore di Roma, appena visto Bruto, si accasciò a terra tirandosi sulla testa la toga: un gesto per esprimere la rassegnazione a morire. Lo storico greco, però, non riporta alcuna frase detta da Cesare morente alla volta di Bruto.

Il bilancio, finora è chiaro. I primi storici a raccontare l’evento danno per certo che Cesare maledisse Publio Longo Casca (il primo dei congiurati a pugnalarlo), ma nessuno dei due riporta alcuna frase detta alla volta di Bruto: Plutarco tace, mentre Svetonio riporta solo delle vaghe voci. Come mai allora per i successivi duemila anni si è ignorato Casca e si è messo in bocca a Cesare il richiamo a Bruto?

Shakespeare_-_Carnegie_Museums_of_Pittsburgh_450Il primo di cui si ha traccia è William Shakespeare (1564-1616), che fornirà una delle più famose versioni dell’accaduto nel suo dramma Giulio Cesare (scritto probabilmente intorno al 1599). Il protagonista, colpito a morte, alla volta di Bruto esclama: «“Et tu, Brute?”… e allora cadi, Cesare!» (atto terzo, scena prima). Nel 1861 il reverendo John Hunter aggiunge una nota a questa battuta: «L’esclamazione non ha alcun riscontro diretto nella storia antica, comunque è riportata in alcuni lavori di drammaturgia del sedicesimo secolo». Quindi Shakespeare non può rifarsi né a Plutarco né a Svetonio, che tacciono l’aneddoto: facile dunque che nel corso del tempo sia nata una tradizione a cui l’Et tu Brute? fa riferimento.

 A Londra, nel 1641, all’Alta Corte del Parlamento “Mr. Smith of the Middle-Temple” inserirà nella sua arringa: «Kai su teknon! disse Cesare al Senato; non era per la propria morte che si crucciava, bensì per il fatto che il proprio figlio alzasse la mano contro di lui per ucciderlo».

 In Spagna, nel 1644, il celebre Francisco de Quevedo (1580-1645) scrive Vida de Marco Bruto rifacendosi alla versione di Plutarco: «esclamando ad alta voce, detto in latino: Maledetto Casca, che fai?». Quando Cesare vede Bruto, Quevedo si sente in dovere di precisare: «Svetonio scrive che egli disse in greco E tu fra questi? Anche tu, figlio?». Era troppo forte la carica emotiva di questa frase perché Quevedo rinunciasse ad usarla. 

Il 14 luglio 1829 Giovan Battista Niccolini, in una lezione all’Accademia della Crusca, reciterà «Tu quoque, Brute, fili mi, dovea scoter fortemente l’animo di quel Romano, e quel pensiero molto direbbe allo spirito, quantunque significato venisse con maggior numero di parole».

Come si vede, le ultime parole di Cesare mutano e di evolvono con l’andar del tempo, e la situazione non cambia con l’arrivo del ’900!

 Nel 1948 Thornton Wilder ricrea l’ambiente romano e la vita di Cesare in forma epistolare nel romanzo Le Idi di marzo (The Ides of March). Lo scrittore, però, evita di prendere posizione in merito alla morte del grande romano: per descrivere l’azione non fa altro che riportare dichiaratamente il testo di Svetonio, come a mettere agli atti la sua testimonianza.

Spinosa_CesareNel 1986 il giornalista e scrittore Antonio Spinosa, nel suo Cesare, il grande giocatore, ricrea la vicenda e dà anche una originale spiegazione del perché il romano abbia parlato in greco: «Tullio Cimbro si faceva più insistente, e, come a richiamare la sua attenzione, lo tirò per la toga. Quello era il segnale che i cospiratori attendevano per estrarre i pugnali dalle pieghe delle toghe e colpire la vittima. Cesare poté appena accennare a una protesta contro il gesto di Cimbro. Non aveva finito di dire: “Ma questa è violenza”, che fu raggiunto dalla prima pugnalata. Da dietro lo aveva colpito Publio Casca, sotto la gola, verso la nuca, ma senza forza perché tremante di paura. Cesare, benché sanguinante, reagì con prontezza. Riuscì a strappare il pugnale dalle mani dell’attentatore e con quell’arma lo ferì a un braccio mentre esclamava: “Maledetto Casca, che fai?”. […] Era allo stremo delle forze quando il suo sguardo già offuscato incrociò gli spiritati occhi di Marco Bruto che gli vibrava una pugnalata all’inguine. Cesare si accasciò, si avvolse il capo con la toga, e, guardando per l’ultima volta l’assalitore, disse in greco: “Anche tu, Bruto, figlio mio”. Sempre usava il greco nei momenti di più intensa emozione. Non aggiunse altro. Con queste parole di profonda disperazione si chiudeva la sua vita».

Nel 2002 la scrittrice australiana Colleen McCullough affronta la morte di Cesare nel sesto libro del ciclo “I Signori di Roma”. Ne Le Idi di marzo (The October Horse) l’autrice è l’unica ad attenersi strettamente alle fonti storiche, ignorando le “voci di corridoio”: «Benché lottasse strenuamente, Cesare non gridò e non disse nulla […] quella mente unica volse le residue energie al morire con la dignità intatta». La McCullough non cede alle lusinghe che hanno tentato i suoi illustri predecessori, e quindi non riporta parole che appartengono più alla cultura popolare che alla storia.

Di tutt’altra pasta è La caduta dell’aquila (The Gods of War), romanzo storico del 2006 in cui Conn Iggulden si prende più licenze di quante siano mai state prese in passato.

Secondo Iggulden, Cesare «lanciò un urlo quando Svetonio lo colpì e dalla spalla scese un rivolo di sangue. […] C’era sangue dappertutto; […] non smise di invocare aiuto, sapendo che avrebbe potuto sopravvivere anche alle ferite più gravi. […] “Aspettate” venne una voce lì accanto. Le mani insanguinate lo spinsero contro lo schienale del seggio e Caio Giulio, con un barlume di speranza, si voltò a guardare chi li aveva fermati. […] “Anche tu, Bruto?” Bruto avanzò tra i seggi e levò il pugnale davanti al viso di Caio Giulio. Aveva negli occhi un’espressione triste e trionfante, insostenibile. “Sì” rispose piano. “Allora uccidimi in fretta. Non posso vivere sapendolo” disse in un sussurro».

Va bene romanzare la storia, ma sicuramente Iggulden esagera: Svetonio che pugnala per primo, invece che Casca; Cesare che non smette di gridare aiuto quando tutti gli storici concordano che abbia taciuto; addirittura un breve dialogo con Bruto… Insomma, più che una rielaborazione romanzata ci sembra di essere davanti ad un vero falso storico.

Jorge_Luis_BorgesCos’ha detto veramente Cesare, in punto di morte, in che lingua e se veramente abbia detto qualcosa non lo sapremo mai. Non ha veramente importanza, però, perché ugualmente ha infiammato la fantasia ed acceso la creatività di venti secoli di storici e letterati.

Chiudiamo con un piccolo gioiello dell’argentino Jorge Luis Borges: La trama, del 1960 (raccolto nell’antologia “L’artefice”).

«Perché il suo orrore sia perfetto, Cesare, incalzato ai piedi di una statua dagl’impazienti pugnali dei suoi amici, scopre tra le facce e gli acciai quella di Marco Giunio Bruto, il suo protetto, forse suo figlio, e non si difende più ed esclama: «Anche tu, figlio mio!». 
Shakespeare e Quevedo raccolgono il patetico grido.

Al destino piacciono le ripetizioni, le varianti, le simmetrie; diciannove secoli dopo, nel sud della provincia di Buenos Aires, un gaucho è aggredito da altri gauchos e, nel cadere, riconosce un suo figlioccio e gli dice con mite rimprovero e lenta sorpresa (queste parole bisogna udirle, non leggerle): “Come, tu!”. Lo uccidono e non sa che muore affinché si ripeta una scena».

 

vedi anche:  La morte di Giulio Cesare

 

Similar posts