surci


Originale in lingua siciliana

Traduzione in lingua tialiana

Un surciteddu di testa sbintata
avia pigghiatu la via di l`acitu

e facìa `na vita scialacquata

cu l`amiciuna di lu so partitu.

 

Lu ziu circau tirallu a bona strada,

ma zappau all`acqua pirchì era attrivitu

e di cchiù la saimi avia liccata

di taverni e di zàgati peritu.

 

Finarmenti Mucidda fici luca,

iddu grida: “Ziu!-Ziu!”.

Ccu dogghia interna,

sò ziu pri lu rammaricu si suca,

 

poi dici: “Lu to casu mi costerna,

ma ora mi cerchi? chiaccu chi t`affuca!

Scutta pi quannu isti a la taverna!”.

Un topolino di testa sventata

aveva preso la via dell’aceto

e faceva una vita disordinata 

con gli amiconi del suo giro.

 

Lo zio cercava di riportarlo sulla retta via

ma zappava nell’acqua perché quello era reso audace

e per di più aveva leccato lo strutto,

esperto di taverne e case di piacere.

 

Finalmente la gatta lo beccò,

lui grida: “Zio!Zio!”.

Con interno dolore

lo zio si rode per il rammarico,

 

poi dice: “Il tuo caso mi costerna,

ma ora mi cerchi, pendaglio di forca!

Paga per quando andavi alla taverna”.

La poesiola qui proposta è dell’abate palermitano Giovanni Meli (1740 – 1815) da tutti segnato a dito come “onnisciente” per la sua vasta erudizione, negli orientamenti di gusto classicista ed arcadico, nelle idee sostenitore di un razionalismo e di un riformismo piuttosto blandi.

Questa favoletta non è il meglio della sua vasta produzione poetica in dialetto, ma è la poesia che, per il suo assennato moralismo e per la facilità del ritmo e della rima, tutti i libri di lettura delle elementari della Sicilia contenevano nelle loro pagine e che maestre e maestri facevano imparare a memoria. Credo che per questo possa essere apprezzata dai siciliani della mia generazione.

C’è un particolare curioso che mi piace sottolineare. Il topo saggio, che cerca di riportare il topolino traviato sulla retta via, non è il babbo, ma lo zio. Chissà se ha qualche rapporto con la condizione di abate del suo autore. Abate, nella maggior parte dei casi, non era a quel tempo il priore di un’abbazia, ma il destinatario delle sue rendite, spesso un letterato che viveva “secolarmente” e “nel secolo”, protetto da un qualche grande dignitario religioso o laico in grado di assegnargli, appunto, il titolo di abate. C’era, gravoso, il vincolo della castità, in sostanza il divieto di matrimonio, non solo per i sacerdoti, ma anche per gli abati che prendevano gli ordini minori, condizione necessaria per ottenere la nomina e le rendite. Si aggirava il divieto con la convivenza more uxorio, ampiamente tollerata; ma dai figli naturali l’abate si faceva chiamare “zio” e, a sua volta, li adottava come nipoti, favorendone come poteva le carriere civili ed ecclesiastiche. (S.L.L.)

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Elaborazione tratta dal contenuto della pagina: http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/08/li-surci-una-poesia-siciliana-dellabate.html

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